Corea: saranno davvero le Olimpiadi della pace?

IMG_5233

È di qualche giorno fa la notizia che Corea del Sud e Corea del Nord sfileranno insieme alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali di PyeongChang, che prenderanno il via il prossimo 9 febbraio. Questo evento, che arriva in un momento di forti tensioni politiche, ha un alto valore simbolico non soltanto a livello sportivo ma anche geopolitico perché apre a  nuovi scenari sull’equilibrio della regione. Quello che c’è da chiedersi è quali conseguenze porterà la tregua sportiva tra i due paesi . C’è già chi parla di primo passo verso la riunificazione delle due Coree, che sfileranno sotto un’unica bandiera, e chi guarda all’esterno e alla posizione che assumerà la nazione guidata da Moon Jae-in nel dialogo con Pyongyang.

Quella delle Olimpiadi non è la prima occasione in cui le due Coree parteciperanno con un’unica bandiera a una competizione sportiva. La prima volta è avvenuto agli inizi degli anni ’90 ai mondiali di ping pong in Giappone. In quell’occasione fu presentata anche una squadra mista, formata da atlete provenienti dai due paesi. Anche alle olimpiadi invernali di Torino nel 2006 venne usata un’unica bandiera, così come accaduto in altre occasioni. Oggi, però, questa partecipazione congiunta assume una valenza ancora più pregnante, visto il clima di incertezza e instabilità politica che si respira nella regione. L’apertura alla Corea del Nord, allora, viene letta come una risposta della comunità internazionale a rilanciare il dialogo tra le varie potenze in gioco.

Per comprendere appieno la portata di questo evento bisogna fare un passo indietro e analizzare non solo i motivi che hanno diviso le due Coree storicamente ma anche il contesto internazionale che coinvolge altre grandi potenze come Stati Uniti, Russia e Cina. Partiamo da quanto avvenuto in seguito alla seconda guerra mondiale quando la Corea fu divisa a metà su proposta degli Stati Uniti, proprio come avvenuto con la Germania. Il muro, in questo caso, fu rappresentato dal 38esimo parallelo e la Corea del Nord fu lasciata all’influenza russa e quindi divenne politicamente comunista, mentre la Corea del Nord, guidata dagli Stati Uniti, costruì le sue fondamenta sul capitalismo. Nel 1950 le forze nordcoreane passarono il confine e invasero la Corea del Sud, dando vita a una sanguinosa guerra civile che terminò tre anni dopo. Una nuova potenza si schierò a fianco di Pyongyang, la Cina ma Seoul fu riconquistata dalle forze dell’Onu. Nel 1953 si giunse a un armistizio che però non si è mai trasformato in un trattato di pace lasciando tra i due paesi un clima di guerra fredda. Più recentemente, la minaccia nucleare lanciata da Kim e la controffensiva statunitense hanno contribuito ad alzare la temperatura nella regione. Nel contenzioso tra le due fazioni, la Corea del Sud ha sempre rivestito un ruolo marginale. Ma le ultime mosse di Moon Jae-in sono un chiaro segnale che Seoul non si accontenta più ma punta ad essere l’ago della bilancia in questa situazione di tensione.

La mossa di Moon Jea-in è stata dettata non solo da ragioni politiche ma anche economiche. La Corea del Sud, intatti, ha investito tanto per realizzare le Olimpiadi e non può permettersi che la situazione di incertezza che caratterizza la regione scoraggi i visitatori. Il segnale di distensione lanciato con la partecipazione congiunta alla sfilata è sicuramente rassicurante per chi deciderà di mettersi in viaggio verso la Corea. Un altro segnale importante è stato lanciato dall’istituzione di un’unica squadra di hockey sul ghiaccio femminile, decisione che per altro ha fatto infuriare i media e l’allenatrice della nazionale della Corea del Sud, preoccupata dal fatto che le atlete non abbiamo mai giocato insieme e che abbiamo un diverso livello di preparazione tecnica.

Moon Jea-in è stato accusato di aver penalizzato la squadra per scopi politici e, sportivamente parlando, potrebbe anche essere vero ma non dimentichiamo che lo sport, almeno nella sua versione moderna, è sempre stato uno strumento di coesione e di costruzione dell’identità. Nel corso dell’ultimo secolo, più volte lo sport ha svolto un ruolo decisivo nel compattare popoli, nel superare crisi economiche e sociali, nel generare un senso di appartenenza che si sperimenta soltanto quando scende in campo la propria squadra. Lo sport, allora, smette di essere soltanto un gioco per trasformarsi in un importante fattore di aggregazione sociale, politica e culturale.

Certo, oggi non possiamo dare per scontato che il riavvicinamento sportivo avrà dei rivolti positivi anche sotto altri profili, politico, militare, diplomatico. Anzi, da più parti è stato ribadito che, se anche  riavvicinamento di può parlare, il processo sarà sicuramente molto lungo e coinvolgerà principalmente le relazioni la tre due Coree più che il contesto internazionale. Ma, ciò che viene da chiedersi, è come viva la popolazione della Corea del Sud queste prospettive di riunificazione. Da recenti sondaggi sono emersi risultati abbastanza contrastati. Gli anziani, che hanno vissuto la guerra civile e la separazione, si sono mostrati un po’ restii ad accettare l’unificazione mentre i giovani sono passati da un’iniziale indifferenza a una sorta di rifiuto dettata proprio dal clima di incertezza che si vive ultimamente. I giovani, infatti, sono preoccupati dal divario economico che separa i due paesi e temono di dover pagare l’arretratezza della Corea del Nord.

Al di là di come andranno le competizioni sportive, dei benefici che apporterà la mossa politica di Seoul all’equilibrio internazionale, possiamo senza dubbio affermare che le Olimpiadi invernali hanno già un vincitore, Moon Jae-in. Figlio di nordcoreani, ha fin da subito ha espresso la volontà di lavorare per la riunificazione dei due paesi e di realizzare il sogno di camminare liberamente insieme ai suoi genitori nella loro terra d’origine. Per ora è riuscito ad allenare le tensioni, a dare al Sud Corea l’immagine di un paese avanzato e pacifico, ma anche diplomaticamente valido, mostrandosi come unico vero interlocutore con Kim. Dal canto suo, grazie alla mano tesa del presidente sudcoreano, Kim ha beneficiato di buona pubblicità e ottenuto una sorta di legittimazione in un momento storico molto delicato.

Che si tratti di un vero passo in avanti verso il dialogo e la pace, e non soltanto una messinscena temporanea, è l’augurio che tutti noi ci facciamo. Del confronto, del dialogo, della volontà di trovare un’intesa comune beneficerebbe tutto il mondo, dall’oriente all’occidente. Conviene sia a Corea del Nord che a Stati Uniti, senza contare le altre forze in gioco, un clima disteso in cui costruire un nuovo accordo di pace. La prima partita, quella che si sta disputando sui campi da gioco, è già stata vinta. Se lo sarà anche quella della diplomazia, lo sapremo solo tra qualche mese quando, gettata la maschera delle Olimpiadi, le due potenze nucleari torneranno a sfidarsi su altri terreni di gioco.

Annunci

Attese e aspettative: la vita non è una lista della spesa

Attese e aspettative. La nostra esistenza spesso si concentra in queste due parole. Quante volte abbiamo l’impressione che tutto si riduca a una lista di cose da fare, come se vivessimo in un enorme supermercato e la nostra vita non fosse un carrello da riempire con gli articoli giusti?

Una legge non scritta, o semplicemente l’educazione che riceviamo fin da bambini, ci inculcano l’idea che esistano dei tempi e dei modi per realizzare ciò che si ritiene socialmente opportuno: laurearsi, trovare un buon lavoro e la persona giusta, sposarsi e fare dei figli, avere una bella casa e dei risparmi in banca.

Purtroppo, o per fortuna, non sempre le cose vanno in questo modo. Non tutti desideriamo le stesse cose e non tutti raggiungiamo determinati obiettivi negli stessi tempi. C’è chi ha un percorso lineare e arriva subito alla meta, e chi deve faticare per raggiungere i traguardi che si è prefissato.

Pazienza e perseveranza sono gli ingredienti fondamentali per farcela. Mai arrendersi, mai gettare la spugna. La vita è una questione di fiducia e le ciò che desideri può arrivare quando meno te lo aspetti. L’importante, lungo il percorso, è non perdersi le cose belle che la vita regala. Sì, perché il rischio è di essere talmente concentrati a pensare a quello che manca da non vedere le meraviglie che ci circondano, ad aspettare un futuro illusorio dimenticandoci di vivere il presente.

Rimandiamo tutto a dopo e, intanto, è già sera, è già passato un altro mese o un altro anno, abbiamo già 50 o 60 anni e la vita ci è scivolata via dalle mani senza che ce ne accorgessimo. Perciò, non smettiamo di fare ciò che ci piace per mancanza di tempo, non smettiamo di circondarci degli amici e della famiglia, ma assaporiamo ogni momento con intensità, perché il tempo è l’unica cosa che non torna indietro. È importante eliminare il DOPO, perché:

DOPO il caffè si raffredda,

DOPO le priorità cambiano,

DOPO l’incanto svanisce,

DOPO le cose cambiano,

DOPO i figli crescono,

DOPO la gente invecchia,

DOPO il giorno diventa notte,

DOPO la vita finisce.

Non lasciamo nulla per DOPO perché nell’attesa del DOPO rischiamo di perdere i momenti più belli, le esperienze migliori, i migliori amici e i grandi amori.

Ricordiamoci che DOPO potrebbe essere troppo tardi. Allora liberiamoci degli schemi, gettiamo via la lista della spesa e iniziamo a investire in ciò che vale di più e non in quello che gli altri si aspettano da noi. Ognuno ha i suoi tempi, l’importante è apprezzare il viaggio e assaporare la felicità lungo il percorso, senza pensare che la felicità arriverà DOPO, solo quando avremo questo o quello. Oggi è il giorno giusto per essere felici.

Barcellona: cosa vedere in tre giorni

Chi dice che Barcellona è la Napoli spagnola non si sbaglia. Molte sono le caratteristiche che accomunano le due città tanto che, per chi viene dall’Italia, sentirsi a casa è facilissimo. Ci si accorge di trovarsi in un Paese straniero solo per le scritte in un’altra lingua (che, badate bene, non è lo spagnolo bensì il catalano) e per l’architettura urbana: viali ampi e alberati, palazzi storici ben tenuti, strade curate. Le strade della città, soprattutto in prossimità della celebre Rambla, sono un mix di colori, idiomi e culture in cui l’Italia la fa da padrona.

Il nostro weekend comincia presto, il giovedì mattina siamo già operativi e pronti ad andare alla scoperta di Barcellona. Iniziamo dalla collina di Montjuic, dalla cui sommità di gode una vista mozzafiato sull’intera città e sul porto. Lo sguardo si perde all’orizzonte, dove il cielo e il mare si accarezzano. Visitiamo il castello e la sera non ci lasciamo sfuggire il suggestivo spettacolo della Fontana Magica, durante il quale colori e suoni si fondono dando vita a un crescendo di emozioni.

A piedi o in metro, ci spostiamo facilmente nel cuore di Barcellona. Prossima tappa, la frizzante Rambla, con il chiassoso vociare dei turisti e dei numerosi venditori che propongono souvenir e articoli da regalo per tutti i gusti. Passando per Plaza de Catalunya, ci spostiamo su Paseo de Gracia, dove ci imbattiamo nella celebre Casa Battlò, la dimora di Antoni Gaudì che, con la sua facciata irregolare e colorata, dona un tocco di vivacità alla zona.

Il secondo giorno ci concediamo una pausa dall’arte e ci dedichiamo al calcio. Il tour al Camp Nou è un’autentica emozione anche per chi, come me, non ama la squadra blaugrana. Il museo è ricco delle coppe e dei trofei conquistati negli anni dal team e dai calciatori ma il cuore batte veramente calcando il terreno di gioco e sedendo in tribuna stampa, dove i successi vengono raccontati e scritti.

Dopo la pausa pranzo proseguiamo in direzione Sagrada Familia, forse il monumento più rappresentativo e celebre della città catalana. Imponente e maestoso all’esterno, delude un po’ all’interno, soprattutto alla luce del costo elevato del biglietto. Il tour religioso prosegue con quello che, a mio parere, è un autentico gioiello: la basilica di Santa Maria del Mar, divenuta famosa grazie al romanzo di Ildefonso Falcones “La cattedrale del mare”. Suggestiva anche la Cattedrale, a pochi passi da quest’ultima. Inutile dire che lo stile gotico domina l’intera città e i suoi monumenti.

Il terzo giorno ci rilassiamo in mezzo alla natura, passeggiando per le viuzze e i sentieri di Parc Guell. La parte monumentale, opera di Gaudì, è colorata e vivace e richiama i colori del mare che si scorge in lontananza, in netto contrasto con il verde del parco. Anche da qui il panorama è incantevole e una leggera brezza rinfresca l’aria già calda a inizio maggio. Tra gli alberi si aprono diversi punti per il ristoro e aree picnic, in cui è possibile godersi un pasto circondati dalla natura.

L’atmosfera cambia nettamente quando ci spostiamo alla Barceloneta, il quartiere più vivace di Barcellona, ritrovo dei giovani di tutto il mondo. Passeggiamo dalla metro fino alla spiaggia, già affollata di bagnanti in topless che si godono la bella giornata di sole. Non resistiamo alla tentazione di bagnarci i piedi nell’acqua ancora ghiacciata e di stenderci sulla sabbia dorata e grezza.

Siamo quasi alla fine della vacanza e, per chiudere in bellezza, ci concediamo una paella con mariscos y pescado in uno degli innumerevoli ristorantini che affollano la zona. Ma in questi giorni non è mancato un assaggio al famoso jamon iberico, ai churros con cioccolata o ai variopinti frullati del Mercado de la Boqueria, sulla Rambla. Colori, suoni, sapori: tutto è così nuovo eppure così familiare. È la voglia di vivere, di scoprire, di tornare a emozionarsi.

Mi chiedete se Barcellona è così pericolosa come dicono? Né più né meno di altre città superaffollate di turisti. Ci sono furti e borseggi, è vero, ma accade anche a Roma o a Milano. Basta solo prestare attenzione. Ti offrono la droga per strada? Sì, mi è capitato anche questo. Le notti sulla Rambla sono affollate di pusher ma anche in questo caso basta dire di no.

Il mondo non è sempre irto di percoli e di gente che vuole farci del male, è un universo variegato in cui il rischio convive con la bellezza, bisogna solo essere bravi a destreggiarsi e a prendere da ogni esperienza il meglio, ciò che ci arricchisce, ci fa crescere e diventare persone migliori, con meno pregiudizi e più pezzi di mondo nel nostro bagaglio.

Isabel Allende torna con il nuovo libro “Más allá del invierno”. A Natale anche in Italia

È uno dei romanzi più attesi dell’anno e il primo giugno uscirà in tutte le librerie di Spagna e America Latina. Il pubblico italiano, invece, dovrà attendere fino a dicembre per leggere l’ultimo libro di Isabel Allende, che torna con Más allá del invierno, una delle sue storie più personali: un’opera attuale che affronta il tema dell’immigrazione e dell’identità dell’America di oggi, attraverso una serie di personaggi che trovano la speranza nell’amore e nelle seconde occasioni.

Más allá del invierno uscirà in concomitanza con la Feria del libro di Madrid, dove l’autrice si recherà per la presentazione ufficiale del romanzo.

Isabel Allende parte dalla celebre frase di Albert Camus – “Nel bel mezzo dell’inverno, ho infine imparato che vi era in me un’invincibile estate” – per intessere una trama che racconta le geografia umana di alcuni personaggi tipici dell’America di oggi, che si incontrano “nel più profondo inverno delle loro vite”: una cilena, una giovane guatemalteca clandestina e un nordamericano di mezza età. I tre sopravvivono a una terribile bufera di neve che si abbatte su New York e finiscono per imparare che anche nell’inverno più freddo c’è posto per l’amore insperato e per l’estate invincibile che la vita ci offre quando meno ce l’aspettiamo.

Isabel Allende, l’autrice in lingua spagnola più letta al mondo, torna con un nuovo, appassionante romanzo che si annuncia già come un grande successo. Nella sua carriera ha venduto oltre 65 milioni di copie in tutto il mondo e i suoi libri sono stati tradotti in oltre 35 lingue.

Scrivere per guarire le ferite del cuore

Mi hanno consegnato un quaderno, le pagine a quadretti immacolate. Mi sono rivista adolescente, seduta alla scrivania della mia stanza, in un soleggiato pomeriggio estivo a scrivere di amori disattesi e speranze disilluse. La musica di sottofondo ispirava le mie parole che, con naturalezza, riempivano righe e righe di vita.

Tutto è scritto, tutto è narrato, in un vano tentativo di preservare la memoria dal passare implacabile del tempo, che porta via con sé ricordi ed emozioni.

Cosa sentivo? Cosa sognavo? Più o meno le stesse cose di adesso: un anelito a viaggiare e conoscere il mondo, un’ardente insoddisfazione che solleticava le mie ambizioni. Il grande amore. L’ho trovato? Difficile dirlo. Forse l’ho tenuto stretto tra le mani ma non ho saputo riconoscerlo e l’ho lasciato andare via. O forse l’ho soltanto sfiorato senza mai riceverlo a pieno.

Ciò che vedo con assoluta chiarezza sono le cicatrici, che mi dicono che l’amore non sempre appaga il cuore, a volte lo ferisce; che l’essere umano è fragile e, anche quando parte con le migliori intenzioni, finisce col fare e farsi del male.

È qualcosa che tutti noi sperimentiamo: l’illusione e la delusione, la gioia incontenibile e la tristezza più nera. Il rifiuto, l’abbandono. Ma la vita è più forte e cadere non significa fallire. L’importante è rialzarsi, curare le ferite e riprendere il cammino con più fiducia in se stessi.

L’amore ha il profumo di casa

innamorati

«Sembriamo due tredicenni», mi hai detto una sera mentre, abbracciati, guardavamo il sole tramontare l’uno negli occhi dell’altro, le bocche incapaci di staccarsi per più di qualche secondo.

«E bello avere tredici anni», ho risposto accarezzandoti il viso, pensando a tutte le emozioni che i primi amori regalano. A quel bisogno di vedersi sempre, di toccarsi. Al cuore che batte all’impazzata, alle guance che si tingono di rosso. Alle prime, timide, dichiarazioni. Ai “per sempre” che durano un istante, il tempo di un pianto e un nuovo amore. E tutto comincia daccapo.

Il vero segreto, mi hai confidato in quell’occasione, non è cambiare spesso ma avere la capacità di innamorarti ogni giorno della persona che hai accanto, del suo sorriso, del modo in cui ti guarda e silenziosamente ti dice “ti amo”. È camminare mano nella mano, allontanarsi senza mai perdersi, sapere di avere un posto nel cuore e nella vita dell’altro. È sentirsi a casa ovunque nel mondo, perché la tua casa, il tuo rifugio sicuro, è la persona che ami.

Mi hai cinto le spalle con un braccio, ho poggiato la testa sul tuo petto, il “mio posto”. Ho respirato il tuo odore, sapeva di buono, della torta della nonna appena sfornata, dell’erba tagliata di fresco, del sale che ti rimane appicciato alla pelle dopo un bagno a mare.

Pensavi a me, alla prima volta che mi hai fatto ridere, alla prima volta che hai desiderato baciarmi, alla prima volta che ci siamo svegliati insieme.

Il sole si è nascosto dietro la montagna. Mi sono stretta di più a te e tu mi ha accarezzato i capelli. Siamo rimasti cosi, abbracciati sulla balconata mentre il traffico impazzito scorreva sotto di noi e le prime stelle illuminavano la notte.

La rabbia di essere precari e la volontà di continuare a lottare

malessere

L’ho letta anch’io la lettera di Michele, il ragazzo di Udine che a 30 anni ha deciso di togliersi la vita perché stanco di un’esistenza da precario, in una società che “non premia i talenti” e “sbeffeggia le ambizioni” di noi giovani, che troppo spesso ci scontriamo con una realtà che non ci valorizza e non ci dà la possibilità di conquistare il nostro posto nel mondo, quello che pensiamo di meritare dopo anni di studio e di sacrifici.

Condivido la sua rabbia e la sua frustrazione, quel senso di impotenza che si prova davanti alle numerose porte sbattute in faccia, all’impossibilità di realizzare i propri sogni, di costruirsi una vita normale: un lavoro dignitoso, una casa, una famiglia.

Quante volte lo scoraggiamento ci porta a voler mollare tutto, mettere la nostra vita in una valigia e ricominciare daccapo, in un posto che ci offra maggiori opportunità, un posto all’altezza delle nostre ambizioni.

Molti hanno il coraggio di farlo, altri preferiscono restare e combattere dove si trovano per cambiare il mondo che li circonda. Non li chiamerei né pazzi né stupidi, semplicemente uomini e donne che non si arrendono. Perché la vita è dura, i momenti di sconforto sono tanti, ma lasciarsi sopraffare dalla realtà, gettare la spugna, non è mai la scelta giusta. La morte non può essere l’alternativa.

viaggio

La felicità non è la meta, è un viaggio che si compie giorno per giorno apprezzando anche il poco che si ha. Nessuno ci ha garantito che avremmo avuto un’esistenza facile. Le difficoltà che incontriamo ci facciano arrabbiare, tante cose vanno nel verso sbagliato e ci fanno esclamare: “non è giusto”. No, non lo è. Io, e tanti giovani come me, meritiamo di più. Meritiamo sicurezza, stabilità, la possibilità di vivere la vita nella quale abbiamo investito.

Non condivido il gesto di Michele, ma la sua rabbia sì, e mi auguro che questa morte non sia invano, che serva a risvegliare le coscienze di chi ci ha tarpato le ali e a dare il via alla costruzione di una società più giusta, che valorizzi i suoi giovani anziché sbeffeggiarli e additarli come “inetti” e “bamboccioni”.