Fiori di sale

«Raccontami ancora del nostro viaggio per mare», chiese Amanda. Si voltò sul fianco sinistro, raccolse una margherita e se la rigirò tra le dita.

«Noleggeremo una barca a vela – rispose Lorenzo, interrompendo il coro degli uccelli che faceva da sottofondo alla loro piccola fuga dalla realtà – Saremo solo io e te, e insieme navigheremo i mari più belli. Di tanto in tanto attraccheremo su qualche isola, ci fermeremo a parlare con i pescatori al porto, percorreremo le viuzze della città e compreremo un piccolo souvenir per ricordarci che è stato tutto vero».

Si girò verso di lei e vide che sorrideva, lo sguardo perso all’orizzonte, la margherita ancora tra le mani. «Poi riprenderemo il nostro viaggio – continuò – Di giorno ci tufferemo tra le onde, nuoteremo con i pesci e leccheremo il sale l’uno dalla pelle dell’altro. La notte resteremo sdraiati fianco a fianco, come ora, a parlare e ridere guardando a est, dove accanto alla luna piena si vede Saturno».

«Non ti credo», disse Amanda e si fece un po’ più vicina, il petto aperto in un atteggiamento di sfida. Ogni volta era la stessa storia. Amavano perdersi in sogni irrealizzabili ma poi finivano sempre per scontrarsi con la realtà.

Lorenzo le accarezzò la coscia. La sua pelle bruciava, ma non gli importava, avrebbe corso il rischio di scottarsi. Con la punta delle dita, dalla caviglia risalì fino al ginocchio, contornò la rotula e proseguì verso nord. Tratteggiò il bordo della gonna, avendo cura di non superarlo. Era una tortura ma la morbidezza della sua pelle lo ricompensava della sofferenza di non poterne avere di più.

Lei lo lasciava fare. Ormai il tocco delle sue dita era diventato naturale, come se le mani di lui fossero state disegnate apposta per percorrere il suo corpo. Si sdraiò di nuovo sulla schiena e si abbandonò completamente alle carezze. L’umidità della terra le penetrava attraverso la maglietta sottile.

Non era stato sempre così. Si conoscevano da anni e il loro rapporto si era nutrito di rispetto e stima reciproca, della voglia di confrontarsi, del bisogno di respirare la stessa aria. Finché un giorno Amanda si era accorta che senza di lui le mancava il fiato e Lorenzo aveva cominciato a non desiderare altro che toccare la sua pelle di seta.

«Pensi mai a me?», chiese lui tastando il terreno in cerca della sua mano. Le braccia si sfiorarono, le dita si intrecciarono nell’antica danza della seduzione.

«Penso continuamente a te».

«Sai cosa intendo», proseguì lui. Voleva che lo desiderasse e che glielo dicesse prima che tutto ricadesse nell’oblio.

«Credo che io e te siamo come queste margherite e la terra in cui nascono: si nutrono le une dell’altra, trovando in questo legame forza e passione».

Rimasero in silenzio, assaporando il gusto di quel tocco lieve. Ogni cosa nell’universo aveva congiurato per portarli fin là. Le lunghe ore a chiacchierare, le battute più o meno esplicite, la risata cristallina di Amanda e la voce sempre pacata di Lorenzo, la follia di lei e quella capacità unica che lui aveva di riportarla alla realtà.

Erano il giorno e la notte, eppure in entrambi vibrava lo stesso anelito alla vita, lo stesso desiderio di coglierla a piene mani e godere di ogni suo dono. La luce che brillava nei loro occhi era inconfondibile e quando l’avevano riconosciuta l’uno nello sguardo dell’altra, non era più stato possibile ignorarla.

Così, le parole si erano trasformate in carezze e mai nessuno dei due si era preso la briga di chiedersi se ciò che provavano fosse giusto o sbagliato perché non c’è nulla di più amorale delle emozioni. Sono naturali e incontrollabili come il vento che attraversa la chioma dell’albero accarezzandone le foglie. Fin dove sarebbero arrivati, spinti da quelle sensazioni, era l’unica cosa che potevano controllare.

«Cosa succederà quando ci stancheremo della barca?», chiese Amanda all’improvviso.

Lorenzo si girò verso di lei e la guardò con tenerezza. Le accarezzò la fronte e i capelli. Erano così vicini che poteva sentirne l’odore. Sapeva di vaniglia e miele, lo stesso profumo che si spandeva nella casa della sua infanzia quando la nonna gli preparava i suoi biscotti preferiti.

«Inventeremo una vita nuova – rispose – Potremmo percorrere la Route 66 a bordo di una jeep, fermandoci a dormire in posti desolati in mezzo al deserto, oppure trasferirci in un cottage in Cornovaglia, coltivare un roseto e fare lunghe passeggiate sulla scogliera. O potremmo vivere in una grande città e ogni sera andare al cinema, al teatro, a visitare una mostra».

«Lo faremo sul serio?».

«Te lo prometto».

Amanda lo abbracciò di slancio e restarono così, la testa di lei poggiata sul petto ampio e odoroso di Lorenzo. Entrambi fissarono lo sguardo in alto dove il sole morente giocava a nascondino con le nuvole. Il cielo era un tripudio di colori, dalle sfumature del rosa, del viola e dell’arancio. Sapevano che era quasi ora di andare ma nulla gli impediva di sognare che all’alba si sarebbero ritrovati ancora così, stretti in un unico abbraccio e pronti a vivere un’altra avventura.

Annunci

Corea: saranno davvero le Olimpiadi della pace?

IMG_5233

È di qualche giorno fa la notizia che Corea del Sud e Corea del Nord sfileranno insieme alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali di PyeongChang, che prenderanno il via il prossimo 9 febbraio. Questo evento, che arriva in un momento di forti tensioni politiche, ha un alto valore simbolico non soltanto a livello sportivo ma anche geopolitico perché apre a  nuovi scenari sull’equilibrio della regione. Quello che c’è da chiedersi è quali conseguenze porterà la tregua sportiva tra i due paesi . C’è già chi parla di primo passo verso la riunificazione delle due Coree, che sfileranno sotto un’unica bandiera, e chi guarda all’esterno e alla posizione che assumerà la nazione guidata da Moon Jae-in nel dialogo con Pyongyang.

Quella delle Olimpiadi non è la prima occasione in cui le due Coree parteciperanno con un’unica bandiera a una competizione sportiva. La prima volta è avvenuto agli inizi degli anni ’90 ai mondiali di ping pong in Giappone. In quell’occasione fu presentata anche una squadra mista, formata da atlete provenienti dai due paesi. Anche alle olimpiadi invernali di Torino nel 2006 venne usata un’unica bandiera, così come accaduto in altre occasioni. Oggi, però, questa partecipazione congiunta assume una valenza ancora più pregnante, visto il clima di incertezza e instabilità politica che si respira nella regione. L’apertura alla Corea del Nord, allora, viene letta come una risposta della comunità internazionale a rilanciare il dialogo tra le varie potenze in gioco.

Per comprendere appieno la portata di questo evento bisogna fare un passo indietro e analizzare non solo i motivi che hanno diviso le due Coree storicamente ma anche il contesto internazionale che coinvolge altre grandi potenze come Stati Uniti, Russia e Cina. Partiamo da quanto avvenuto in seguito alla seconda guerra mondiale quando la Corea fu divisa a metà su proposta degli Stati Uniti, proprio come avvenuto con la Germania. Il muro, in questo caso, fu rappresentato dal 38esimo parallelo e la Corea del Nord fu lasciata all’influenza russa e quindi divenne politicamente comunista, mentre la Corea del Nord, guidata dagli Stati Uniti, costruì le sue fondamenta sul capitalismo. Nel 1950 le forze nordcoreane passarono il confine e invasero la Corea del Sud, dando vita a una sanguinosa guerra civile che terminò tre anni dopo. Una nuova potenza si schierò a fianco di Pyongyang, la Cina ma Seoul fu riconquistata dalle forze dell’Onu. Nel 1953 si giunse a un armistizio che però non si è mai trasformato in un trattato di pace lasciando tra i due paesi un clima di guerra fredda. Più recentemente, la minaccia nucleare lanciata da Kim e la controffensiva statunitense hanno contribuito ad alzare la temperatura nella regione. Nel contenzioso tra le due fazioni, la Corea del Sud ha sempre rivestito un ruolo marginale. Ma le ultime mosse di Moon Jae-in sono un chiaro segnale che Seoul non si accontenta più ma punta ad essere l’ago della bilancia in questa situazione di tensione.

La mossa di Moon Jea-in è stata dettata non solo da ragioni politiche ma anche economiche. La Corea del Sud, intatti, ha investito tanto per realizzare le Olimpiadi e non può permettersi che la situazione di incertezza che caratterizza la regione scoraggi i visitatori. Il segnale di distensione lanciato con la partecipazione congiunta alla sfilata è sicuramente rassicurante per chi deciderà di mettersi in viaggio verso la Corea. Un altro segnale importante è stato lanciato dall’istituzione di un’unica squadra di hockey sul ghiaccio femminile, decisione che per altro ha fatto infuriare i media e l’allenatrice della nazionale della Corea del Sud, preoccupata dal fatto che le atlete non abbiamo mai giocato insieme e che abbiamo un diverso livello di preparazione tecnica.

Moon Jea-in è stato accusato di aver penalizzato la squadra per scopi politici e, sportivamente parlando, potrebbe anche essere vero ma non dimentichiamo che lo sport, almeno nella sua versione moderna, è sempre stato uno strumento di coesione e di costruzione dell’identità. Nel corso dell’ultimo secolo, più volte lo sport ha svolto un ruolo decisivo nel compattare popoli, nel superare crisi economiche e sociali, nel generare un senso di appartenenza che si sperimenta soltanto quando scende in campo la propria squadra. Lo sport, allora, smette di essere soltanto un gioco per trasformarsi in un importante fattore di aggregazione sociale, politica e culturale.

Certo, oggi non possiamo dare per scontato che il riavvicinamento sportivo avrà dei rivolti positivi anche sotto altri profili, politico, militare, diplomatico. Anzi, da più parti è stato ribadito che, se anche  riavvicinamento di può parlare, il processo sarà sicuramente molto lungo e coinvolgerà principalmente le relazioni la tre due Coree più che il contesto internazionale. Ma, ciò che viene da chiedersi, è come viva la popolazione della Corea del Sud queste prospettive di riunificazione. Da recenti sondaggi sono emersi risultati abbastanza contrastati. Gli anziani, che hanno vissuto la guerra civile e la separazione, si sono mostrati un po’ restii ad accettare l’unificazione mentre i giovani sono passati da un’iniziale indifferenza a una sorta di rifiuto dettata proprio dal clima di incertezza che si vive ultimamente. I giovani, infatti, sono preoccupati dal divario economico che separa i due paesi e temono di dover pagare l’arretratezza della Corea del Nord.

Al di là di come andranno le competizioni sportive, dei benefici che apporterà la mossa politica di Seoul all’equilibrio internazionale, possiamo senza dubbio affermare che le Olimpiadi invernali hanno già un vincitore, Moon Jae-in. Figlio di nordcoreani, ha fin da subito ha espresso la volontà di lavorare per la riunificazione dei due paesi e di realizzare il sogno di camminare liberamente insieme ai suoi genitori nella loro terra d’origine. Per ora è riuscito ad allenare le tensioni, a dare al Sud Corea l’immagine di un paese avanzato e pacifico, ma anche diplomaticamente valido, mostrandosi come unico vero interlocutore con Kim. Dal canto suo, grazie alla mano tesa del presidente sudcoreano, Kim ha beneficiato di buona pubblicità e ottenuto una sorta di legittimazione in un momento storico molto delicato.

Che si tratti di un vero passo in avanti verso il dialogo e la pace, e non soltanto una messinscena temporanea, è l’augurio che tutti noi ci facciamo. Del confronto, del dialogo, della volontà di trovare un’intesa comune beneficerebbe tutto il mondo, dall’oriente all’occidente. Conviene sia a Corea del Nord che a Stati Uniti, senza contare le altre forze in gioco, un clima disteso in cui costruire un nuovo accordo di pace. La prima partita, quella che si sta disputando sui campi da gioco, è già stata vinta. Se lo sarà anche quella della diplomazia, lo sapremo solo tra qualche mese quando, gettata la maschera delle Olimpiadi, le due potenze nucleari torneranno a sfidarsi su altri terreni di gioco.

Attese e aspettative: la vita non è una lista della spesa

Attese e aspettative. La nostra esistenza spesso si concentra in queste due parole. Quante volte abbiamo l’impressione che tutto si riduca a una lista di cose da fare, come se vivessimo in un enorme supermercato e la nostra vita non fosse un carrello da riempire con gli articoli giusti?

Una legge non scritta, o semplicemente l’educazione che riceviamo fin da bambini, ci inculcano l’idea che esistano dei tempi e dei modi per realizzare ciò che si ritiene socialmente opportuno: laurearsi, trovare un buon lavoro e la persona giusta, sposarsi e fare dei figli, avere una bella casa e dei risparmi in banca.

Purtroppo, o per fortuna, non sempre le cose vanno in questo modo. Non tutti desideriamo le stesse cose e non tutti raggiungiamo determinati obiettivi negli stessi tempi. C’è chi ha un percorso lineare e arriva subito alla meta, e chi deve faticare per raggiungere i traguardi che si è prefissato.

Pazienza e perseveranza sono gli ingredienti fondamentali per farcela. Mai arrendersi, mai gettare la spugna. La vita è una questione di fiducia e le ciò che desideri può arrivare quando meno te lo aspetti. L’importante, lungo il percorso, è non perdersi le cose belle che la vita regala. Sì, perché il rischio è di essere talmente concentrati a pensare a quello che manca da non vedere le meraviglie che ci circondano, ad aspettare un futuro illusorio dimenticandoci di vivere il presente.

Rimandiamo tutto a dopo e, intanto, è già sera, è già passato un altro mese o un altro anno, abbiamo già 50 o 60 anni e la vita ci è scivolata via dalle mani senza che ce ne accorgessimo. Perciò, non smettiamo di fare ciò che ci piace per mancanza di tempo, non smettiamo di circondarci degli amici e della famiglia, ma assaporiamo ogni momento con intensità, perché il tempo è l’unica cosa che non torna indietro. È importante eliminare il DOPO, perché:

DOPO il caffè si raffredda,

DOPO le priorità cambiano,

DOPO l’incanto svanisce,

DOPO le cose cambiano,

DOPO i figli crescono,

DOPO la gente invecchia,

DOPO il giorno diventa notte,

DOPO la vita finisce.

Non lasciamo nulla per DOPO perché nell’attesa del DOPO rischiamo di perdere i momenti più belli, le esperienze migliori, i migliori amici e i grandi amori.

Ricordiamoci che DOPO potrebbe essere troppo tardi. Allora liberiamoci degli schemi, gettiamo via la lista della spesa e iniziamo a investire in ciò che vale di più e non in quello che gli altri si aspettano da noi. Ognuno ha i suoi tempi, l’importante è apprezzare il viaggio e assaporare la felicità lungo il percorso, senza pensare che la felicità arriverà DOPO, solo quando avremo questo o quello. Oggi è il giorno giusto per essere felici.

Barcellona: cosa vedere in tre giorni

Chi dice che Barcellona è la Napoli spagnola non si sbaglia. Molte sono le caratteristiche che accomunano le due città tanto che, per chi viene dall’Italia, sentirsi a casa è facilissimo. Ci si accorge di trovarsi in un Paese straniero solo per le scritte in un’altra lingua (che, badate bene, non è lo spagnolo bensì il catalano) e per l’architettura urbana: viali ampi e alberati, palazzi storici ben tenuti, strade curate. Le strade della città, soprattutto in prossimità della celebre Rambla, sono un mix di colori, idiomi e culture in cui l’Italia la fa da padrona.

Il nostro weekend comincia presto, il giovedì mattina siamo già operativi e pronti ad andare alla scoperta di Barcellona. Iniziamo dalla collina di Montjuic, dalla cui sommità di gode una vista mozzafiato sull’intera città e sul porto. Lo sguardo si perde all’orizzonte, dove il cielo e il mare si accarezzano. Visitiamo il castello e la sera non ci lasciamo sfuggire il suggestivo spettacolo della Fontana Magica, durante il quale colori e suoni si fondono dando vita a un crescendo di emozioni.

A piedi o in metro, ci spostiamo facilmente nel cuore di Barcellona. Prossima tappa, la frizzante Rambla, con il chiassoso vociare dei turisti e dei numerosi venditori che propongono souvenir e articoli da regalo per tutti i gusti. Passando per Plaza de Catalunya, ci spostiamo su Paseo de Gracia, dove ci imbattiamo nella celebre Casa Battlò, la dimora di Antoni Gaudì che, con la sua facciata irregolare e colorata, dona un tocco di vivacità alla zona.

Il secondo giorno ci concediamo una pausa dall’arte e ci dedichiamo al calcio. Il tour al Camp Nou è un’autentica emozione anche per chi, come me, non ama la squadra blaugrana. Il museo è ricco delle coppe e dei trofei conquistati negli anni dal team e dai calciatori ma il cuore batte veramente calcando il terreno di gioco e sedendo in tribuna stampa, dove i successi vengono raccontati e scritti.

Dopo la pausa pranzo proseguiamo in direzione Sagrada Familia, forse il monumento più rappresentativo e celebre della città catalana. Imponente e maestoso all’esterno, delude un po’ all’interno, soprattutto alla luce del costo elevato del biglietto. Il tour religioso prosegue con quello che, a mio parere, è un autentico gioiello: la basilica di Santa Maria del Mar, divenuta famosa grazie al romanzo di Ildefonso Falcones “La cattedrale del mare”. Suggestiva anche la Cattedrale, a pochi passi da quest’ultima. Inutile dire che lo stile gotico domina l’intera città e i suoi monumenti.

Il terzo giorno ci rilassiamo in mezzo alla natura, passeggiando per le viuzze e i sentieri di Parc Guell. La parte monumentale, opera di Gaudì, è colorata e vivace e richiama i colori del mare che si scorge in lontananza, in netto contrasto con il verde del parco. Anche da qui il panorama è incantevole e una leggera brezza rinfresca l’aria già calda a inizio maggio. Tra gli alberi si aprono diversi punti per il ristoro e aree picnic, in cui è possibile godersi un pasto circondati dalla natura.

L’atmosfera cambia nettamente quando ci spostiamo alla Barceloneta, il quartiere più vivace di Barcellona, ritrovo dei giovani di tutto il mondo. Passeggiamo dalla metro fino alla spiaggia, già affollata di bagnanti in topless che si godono la bella giornata di sole. Non resistiamo alla tentazione di bagnarci i piedi nell’acqua ancora ghiacciata e di stenderci sulla sabbia dorata e grezza.

Siamo quasi alla fine della vacanza e, per chiudere in bellezza, ci concediamo una paella con mariscos y pescado in uno degli innumerevoli ristorantini che affollano la zona. Ma in questi giorni non è mancato un assaggio al famoso jamon iberico, ai churros con cioccolata o ai variopinti frullati del Mercado de la Boqueria, sulla Rambla. Colori, suoni, sapori: tutto è così nuovo eppure così familiare. È la voglia di vivere, di scoprire, di tornare a emozionarsi.

Mi chiedete se Barcellona è così pericolosa come dicono? Né più né meno di altre città superaffollate di turisti. Ci sono furti e borseggi, è vero, ma accade anche a Roma o a Milano. Basta solo prestare attenzione. Ti offrono la droga per strada? Sì, mi è capitato anche questo. Le notti sulla Rambla sono affollate di pusher ma anche in questo caso basta dire di no.

Il mondo non è sempre irto di percoli e di gente che vuole farci del male, è un universo variegato in cui il rischio convive con la bellezza, bisogna solo essere bravi a destreggiarsi e a prendere da ogni esperienza il meglio, ciò che ci arricchisce, ci fa crescere e diventare persone migliori, con meno pregiudizi e più pezzi di mondo nel nostro bagaglio.

Isabel Allende torna con il nuovo libro “Más allá del invierno”. A Natale anche in Italia

È uno dei romanzi più attesi dell’anno e il primo giugno uscirà in tutte le librerie di Spagna e America Latina. Il pubblico italiano, invece, dovrà attendere fino a dicembre per leggere l’ultimo libro di Isabel Allende, che torna con Más allá del invierno, una delle sue storie più personali: un’opera attuale che affronta il tema dell’immigrazione e dell’identità dell’America di oggi, attraverso una serie di personaggi che trovano la speranza nell’amore e nelle seconde occasioni.

Más allá del invierno uscirà in concomitanza con la Feria del libro di Madrid, dove l’autrice si recherà per la presentazione ufficiale del romanzo.

Isabel Allende parte dalla celebre frase di Albert Camus – “Nel bel mezzo dell’inverno, ho infine imparato che vi era in me un’invincibile estate” – per intessere una trama che racconta le geografia umana di alcuni personaggi tipici dell’America di oggi, che si incontrano “nel più profondo inverno delle loro vite”: una cilena, una giovane guatemalteca clandestina e un nordamericano di mezza età. I tre sopravvivono a una terribile bufera di neve che si abbatte su New York e finiscono per imparare che anche nell’inverno più freddo c’è posto per l’amore insperato e per l’estate invincibile che la vita ci offre quando meno ce l’aspettiamo.

Isabel Allende, l’autrice in lingua spagnola più letta al mondo, torna con un nuovo, appassionante romanzo che si annuncia già come un grande successo. Nella sua carriera ha venduto oltre 65 milioni di copie in tutto il mondo e i suoi libri sono stati tradotti in oltre 35 lingue.

Scrivere per guarire le ferite del cuore

Mi hanno consegnato un quaderno, le pagine a quadretti immacolate. Mi sono rivista adolescente, seduta alla scrivania della mia stanza, in un soleggiato pomeriggio estivo a scrivere di amori disattesi e speranze disilluse. La musica di sottofondo ispirava le mie parole che, con naturalezza, riempivano righe e righe di vita.

Tutto è scritto, tutto è narrato, in un vano tentativo di preservare la memoria dal passare implacabile del tempo, che porta via con sé ricordi ed emozioni.

Cosa sentivo? Cosa sognavo? Più o meno le stesse cose di adesso: un anelito a viaggiare e conoscere il mondo, un’ardente insoddisfazione che solleticava le mie ambizioni. Il grande amore. L’ho trovato? Difficile dirlo. Forse l’ho tenuto stretto tra le mani ma non ho saputo riconoscerlo e l’ho lasciato andare via. O forse l’ho soltanto sfiorato senza mai riceverlo a pieno.

Ciò che vedo con assoluta chiarezza sono le cicatrici, che mi dicono che l’amore non sempre appaga il cuore, a volte lo ferisce; che l’essere umano è fragile e, anche quando parte con le migliori intenzioni, finisce col fare e farsi del male.

È qualcosa che tutti noi sperimentiamo: l’illusione e la delusione, la gioia incontenibile e la tristezza più nera. Il rifiuto, l’abbandono. Ma la vita è più forte e cadere non significa fallire. L’importante è rialzarsi, curare le ferite e riprendere il cammino con più fiducia in se stessi.

L’amore ha il profumo di casa

innamorati

«Sembriamo due tredicenni», mi hai detto una sera mentre, abbracciati, guardavamo il sole tramontare l’uno negli occhi dell’altro, le bocche incapaci di staccarsi per più di qualche secondo.

«E bello avere tredici anni», ho risposto accarezzandoti il viso, pensando a tutte le emozioni che i primi amori regalano. A quel bisogno di vedersi sempre, di toccarsi. Al cuore che batte all’impazzata, alle guance che si tingono di rosso. Alle prime, timide, dichiarazioni. Ai “per sempre” che durano un istante, il tempo di un pianto e un nuovo amore. E tutto comincia daccapo.

Il vero segreto, mi hai confidato in quell’occasione, non è cambiare spesso ma avere la capacità di innamorarti ogni giorno della persona che hai accanto, del suo sorriso, del modo in cui ti guarda e silenziosamente ti dice “ti amo”. È camminare mano nella mano, allontanarsi senza mai perdersi, sapere di avere un posto nel cuore e nella vita dell’altro. È sentirsi a casa ovunque nel mondo, perché la tua casa, il tuo rifugio sicuro, è la persona che ami.

Mi hai cinto le spalle con un braccio, ho poggiato la testa sul tuo petto, il “mio posto”. Ho respirato il tuo odore, sapeva di buono, della torta della nonna appena sfornata, dell’erba tagliata di fresco, del sale che ti rimane appicciato alla pelle dopo un bagno a mare.

Pensavi a me, alla prima volta che mi hai fatto ridere, alla prima volta che hai desiderato baciarmi, alla prima volta che ci siamo svegliati insieme.

Il sole si è nascosto dietro la montagna. Mi sono stretta di più a te e tu mi ha accarezzato i capelli. Siamo rimasti cosi, abbracciati sulla balconata mentre il traffico impazzito scorreva sotto di noi e le prime stelle illuminavano la notte.