Ali ferite? Curale e prendi il volo

L’amore non si può comandare. A nessuno, mai, potrai dire: “Amami”.
In un film c’è la scena di un dittatore che vuole l’amore di una donna. E lei gli risponde: “Avrai il mio corpo, avrai le mie labbra, avrai le mie parole. Con la forza, se vuoi, mi farai dire quello che vuoi e mi farai fare quello che vuoi. Ma non avrai il mio cuore”.
Questo ci è molto difficile da accettare. Perché l’amore vive della libertà. Ci è difficile accettare che qualcuno non ci voglia bene, che qualcuno ci possa non amare, che qualcuno possa non interessarsi di noi, che qualcuno scelga qualche altro o altre idee, che qualcuno preferisca un altro e non noi. Allora ci sentiamo uno schifo, ci sentiamo da buttare solo perché quella persona non ci ha scelti.
Ma siamo in sei miliardi a questo mondo! Perché proprio quello? Perché è difficile, sempre, accettare un “no”. Allora siamo risentiti, quasi pretendiamo l’amore o ci scagliamo contro di lui.
Ma nella vita, per fortuna, ci sono delle preferenze: cioè preferisco una persona piuttosto che un’altra, semplicemente per il fatto che non siamo tutti uguali. E devo accettare che a volte posso essere il preferito mentre altre volte no. E non vuol dire che io sia da eliminare.
L’amore non si può comandare e non si può esigere. E questo ci rende spogli, vulnerabili, impotenti. Ci rende vulnerabili perché non abbiamo armi, soldi, mezzi per far qualcosa di fronte a ciò. Ci dobbiamo arrendere, lo dobbiamo solo accettare, sapendo che non c’è altro da fare.
Ci fa così male essere rifiutati nell’amore, sentirci dire un “no”. Ma l’amore vive della libertà. Cioè: dobbiamo imparare anche ad essere rifiutati, a non essere scelti, perché non siamo Dio, onnipotenti, non siamo i migliori, i prediletti. E non lamentiamoci, non sentiamoci i “più sfortunati, sfigati del mondo”; non facciamo le vittime!
Se non ti posso dire di “no”, non ti posso dire neanche di “sì”. Per essere amati, perché qualcuno ci dica di “sì”, dobbiamo correre il rischio e la realtà (cioè accadrà!) di ricevere dei “no”. E’ semplicemente normale. L’amore è sempre un dono. Non si conquista, non si merita, non lo puoi pretendere. E’ gratuito
L’amore è uno: se ami Dio lo si vede dai tuoi rapporti e dalle tue relazioni.

Il Vangelo dice di “amare Dio con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta l’anima”.
Il punto è proprio questo: se non c’è libertà non si può amare Dio e il prossimo pienamente.
L’amore vive in noi da sempre. Noi siamo fatti per amare. Naturalmente noi amiamo. L’amore non è da raggiungere ma da liberare. Dio è amore, dice il vangelo. Dio vive già in noi. Ciò che ci manca non è l’amore ma la libertà.
Purtroppo le esperienze della vita ci hanno insegnato che amare è solo sofferenza; che non è il caso di aprirsi all’altro; che si rischia di essere dominati, manipolati o gestiti; che se ci si apre si viene derisi o umiliati. Allora abbiamo lasciato stare.
Allora non lo abbiamo più fatto e ci siamo rinchiusi. Allora ci siamo rifugiati nella testa e amiamo solo con il pensiero perché il nostro cuore ha troppe memorie di amore ferito. Ma l’amore con la testa non esiste. L’amore viene dal cuore e implica il coinvolgimento di tutto noi stessi, delle nostre emozioni e della nostra vita.
L’amore a distanza, mentale, non esiste. L’amore o c’è, lo senti, o non c’è. Non ci si può produrre. Amare Dio e il prossimo con tutta la mente, con tutto il cuore e con tutta l’anima è amarlo per davvero, amarlo cioè in maniera integra, libera, non divisa. E’ amarlo con tutto noi stessi, cioè pienamente coinvolti.
Noi amiamo naturalmente Dio perché amiamo questa vita e questo dono che Lui ci ha fatto. Il punto è che non lo amiamo con tutto noi stessi, cioè dal profondo, in maniera viscerale, passionale. Lo amiamo solo con la mente (solo superficialmente) perché appassionarci ed entrare nella Vita ci fa paura. Lo amiamo con paura, con solo una piccola parte di noi perché la vita ci ha ferito. Allora io devo tornare a ri-fidarmi della vita e dell’amore.
Molte persone credono che quando si ha l’amore, l’oggetto amato, si ha tutto. E’ un’idea infantile: se c’è la mamma la vita è un paradiso, non ci sarà più nessun problema. Ma non è così. Non solo serve l’amore, l’oggetto amato, ma anche la libertà d’amare (cioè la capacità reale d’amare).
Molte persone credono che se troveranno il partner giusto allora sì che saranno felici. Credono che se avranno questa o quella cosa, allora sì che saranno felici. Fanno dipendere la felicità dall’esterno, dagli altri, dalle situazioni, se raggiungeranno questo o quello. Ma amare non significa abbandonarsi ad un’altra persona bensì a se stessi, con un coinvolgimento totale di tutte le emozioni (tra cui anche paura, abbandono, dolore, perdita, rabbia, tradimento, vulnerabilità, impotenza). Amare significa poter liberare tutta la vita, la passione e la forza che ci abita. Amare significa essere aperti e poter sentire la Forza della Vita che ci entra e che ci esce, ed essere totalmente dentro ad ogni cosa (senza perdersi in essa), sentirla, percepirla, viverla.
Ma poiché spesso abbiamo fatto delle esperienze strazianti, queste ci impediscono, intaccano o limitano la nostra capacità d’amare. Non è che non vogliamo; è che non possiamo. Non possiamo più amare con tutto noi stessi.
L’amore vive in noi se qualcuno (o qualcosa) non lo spezza. Spesso i nostri genitori o i fatti della vita ci hanno ferito profondamente, ci hanno spezzato le ali.
Potevamo volare, librarci in cielo e invece ci ritroviamo per terra.
Forse abbiamo perso la fiducia nella vita; forse siamo diventati cinici; forse siamo risentiti; forse ci siamo rassegnati. Ma le ali le abbiamo ancora: sono solo ferite, sono solo spezzate.
Se possiamo crederci (ci vuole proprio fede!), se possiamo riconoscere le nostre ferite, se possiamo prenderci cura delle nostre ali, torneremo a volare. Torneremo cioè ad amare con tutta la forza della vita, con tutta l’intensità che possiamo, con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, con tutta la vita.
L’amore vive già dentro di noi. Si tratta solo di liberarlo dalle prigioni in cui abbiamo dovuto rinchiudere.
L’amore scorre già dentro di noi: è che le dighe della vita lo arginano.
L’amore ci abita già: è che ce ne difendiamo per non soffrire.
Le ali le abbiamo: curiamole (se c’interessa!) e prendiamo il volo.
Abbandonarsi all’amore non significa abbandonarsi ad un’altra persona (il che vorrebbe dire perdersi o diventare dipendenti) ma abbandonarsi a se stessi, al proprio cuore, alle proprie emozioni, con un coinvolgimento di tutto noi stessi (corpo, anima, mente, cuore).
Vuol dire sentire che l’Amore, la Vita, vibra e pulsa in noi con tutta la forza e l’intensità della Vita. In questi momenti si raggiunge qualcosa di divino. Ma per fare questo bisogna accettare di essere vulnerabili e bisogna essere liberi.
Abbiamo le ali: curiamole e riapriamole.

Pensiero della settimana
Ieri presso la porta del tempio interrogavo i passanti sull’amore.
Un anziano dalla faccia emancipata e malinconica sospirando diceva:
“E’ una debolezza della natura, eredità del primo uomo”.
Ma un giovane dall’aspetto energico ha ribattuto:
“L’amore congiunge il presente al passato e al futuro”.
Una donna dall’espressione tragica ha sospirato: “L’amore è un veleno mortale, sembra fresco come rugiada e l’anima lo beve avidamente; ma dopo la prima sbornia il bevitore s’ammala e muore di morte lenta”.
Ma ecco una fanciulla bella e sorridente:
“L’amore è un vino che rafforza le anime forti e ti porta alle stelle”.
Dopo di lei un uomo barbuto, vestito di nero, accigliato:
“L’amore è l’ignoranza cieca con cui inizia e finisce la giovinezza”.
Un altro sorridente dichiarava: “L’amore è conoscenza divina che consente agli uomini di vedere come gli dei”.
E dopo di lui un bambino, di cinque anni, mi fa’, ridendo: “L’amore è mio padre e mia madre e nessuno conosce l’amore, solo babbo e mamma”.
Insomma ciascuno ne parlava secondo le speranze e le frustrazioni sue, e l’amore rimaneva mistero. Ma in quel momento ho udito una voce nel tempio: la vita è divisa in due metà: l’una gelida, l’altra accesa.
La metà accesa è l’amore”.
Sono entrato e, in ginocchio, pieno di gioia ho pregato:
Fammi, o Dio, preda del tuo fuoco sacro”.

 

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