Corea: saranno davvero le Olimpiadi della pace?

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È di qualche giorno fa la notizia che Corea del Sud e Corea del Nord sfileranno insieme alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali di PyeongChang, che prenderanno il via il prossimo 9 febbraio. Questo evento, che arriva in un momento di forti tensioni politiche, ha un alto valore simbolico non soltanto a livello sportivo ma anche geopolitico perché apre a  nuovi scenari sull’equilibrio della regione. Quello che c’è da chiedersi è quali conseguenze porterà la tregua sportiva tra i due paesi . C’è già chi parla di primo passo verso la riunificazione delle due Coree, che sfileranno sotto un’unica bandiera, e chi guarda all’esterno e alla posizione che assumerà la nazione guidata da Moon Jae-in nel dialogo con Pyongyang.

Quella delle Olimpiadi non è la prima occasione in cui le due Coree parteciperanno con un’unica bandiera a una competizione sportiva. La prima volta è avvenuto agli inizi degli anni ’90 ai mondiali di ping pong in Giappone. In quell’occasione fu presentata anche una squadra mista, formata da atlete provenienti dai due paesi. Anche alle olimpiadi invernali di Torino nel 2006 venne usata un’unica bandiera, così come accaduto in altre occasioni. Oggi, però, questa partecipazione congiunta assume una valenza ancora più pregnante, visto il clima di incertezza e instabilità politica che si respira nella regione. L’apertura alla Corea del Nord, allora, viene letta come una risposta della comunità internazionale a rilanciare il dialogo tra le varie potenze in gioco.

Per comprendere appieno la portata di questo evento bisogna fare un passo indietro e analizzare non solo i motivi che hanno diviso le due Coree storicamente ma anche il contesto internazionale che coinvolge altre grandi potenze come Stati Uniti, Russia e Cina. Partiamo da quanto avvenuto in seguito alla seconda guerra mondiale quando la Corea fu divisa a metà su proposta degli Stati Uniti, proprio come avvenuto con la Germania. Il muro, in questo caso, fu rappresentato dal 38esimo parallelo e la Corea del Nord fu lasciata all’influenza russa e quindi divenne politicamente comunista, mentre la Corea del Nord, guidata dagli Stati Uniti, costruì le sue fondamenta sul capitalismo. Nel 1950 le forze nordcoreane passarono il confine e invasero la Corea del Sud, dando vita a una sanguinosa guerra civile che terminò tre anni dopo. Una nuova potenza si schierò a fianco di Pyongyang, la Cina ma Seoul fu riconquistata dalle forze dell’Onu. Nel 1953 si giunse a un armistizio che però non si è mai trasformato in un trattato di pace lasciando tra i due paesi un clima di guerra fredda. Più recentemente, la minaccia nucleare lanciata da Kim e la controffensiva statunitense hanno contribuito ad alzare la temperatura nella regione. Nel contenzioso tra le due fazioni, la Corea del Sud ha sempre rivestito un ruolo marginale. Ma le ultime mosse di Moon Jae-in sono un chiaro segnale che Seoul non si accontenta più ma punta ad essere l’ago della bilancia in questa situazione di tensione.

La mossa di Moon Jea-in è stata dettata non solo da ragioni politiche ma anche economiche. La Corea del Sud, intatti, ha investito tanto per realizzare le Olimpiadi e non può permettersi che la situazione di incertezza che caratterizza la regione scoraggi i visitatori. Il segnale di distensione lanciato con la partecipazione congiunta alla sfilata è sicuramente rassicurante per chi deciderà di mettersi in viaggio verso la Corea. Un altro segnale importante è stato lanciato dall’istituzione di un’unica squadra di hockey sul ghiaccio femminile, decisione che per altro ha fatto infuriare i media e l’allenatrice della nazionale della Corea del Sud, preoccupata dal fatto che le atlete non abbiamo mai giocato insieme e che abbiamo un diverso livello di preparazione tecnica.

Moon Jea-in è stato accusato di aver penalizzato la squadra per scopi politici e, sportivamente parlando, potrebbe anche essere vero ma non dimentichiamo che lo sport, almeno nella sua versione moderna, è sempre stato uno strumento di coesione e di costruzione dell’identità. Nel corso dell’ultimo secolo, più volte lo sport ha svolto un ruolo decisivo nel compattare popoli, nel superare crisi economiche e sociali, nel generare un senso di appartenenza che si sperimenta soltanto quando scende in campo la propria squadra. Lo sport, allora, smette di essere soltanto un gioco per trasformarsi in un importante fattore di aggregazione sociale, politica e culturale.

Certo, oggi non possiamo dare per scontato che il riavvicinamento sportivo avrà dei rivolti positivi anche sotto altri profili, politico, militare, diplomatico. Anzi, da più parti è stato ribadito che, se anche  riavvicinamento di può parlare, il processo sarà sicuramente molto lungo e coinvolgerà principalmente le relazioni la tre due Coree più che il contesto internazionale. Ma, ciò che viene da chiedersi, è come viva la popolazione della Corea del Sud queste prospettive di riunificazione. Da recenti sondaggi sono emersi risultati abbastanza contrastati. Gli anziani, che hanno vissuto la guerra civile e la separazione, si sono mostrati un po’ restii ad accettare l’unificazione mentre i giovani sono passati da un’iniziale indifferenza a una sorta di rifiuto dettata proprio dal clima di incertezza che si vive ultimamente. I giovani, infatti, sono preoccupati dal divario economico che separa i due paesi e temono di dover pagare l’arretratezza della Corea del Nord.

Al di là di come andranno le competizioni sportive, dei benefici che apporterà la mossa politica di Seoul all’equilibrio internazionale, possiamo senza dubbio affermare che le Olimpiadi invernali hanno già un vincitore, Moon Jae-in. Figlio di nordcoreani, ha fin da subito ha espresso la volontà di lavorare per la riunificazione dei due paesi e di realizzare il sogno di camminare liberamente insieme ai suoi genitori nella loro terra d’origine. Per ora è riuscito ad allenare le tensioni, a dare al Sud Corea l’immagine di un paese avanzato e pacifico, ma anche diplomaticamente valido, mostrandosi come unico vero interlocutore con Kim. Dal canto suo, grazie alla mano tesa del presidente sudcoreano, Kim ha beneficiato di buona pubblicità e ottenuto una sorta di legittimazione in un momento storico molto delicato.

Che si tratti di un vero passo in avanti verso il dialogo e la pace, e non soltanto una messinscena temporanea, è l’augurio che tutti noi ci facciamo. Del confronto, del dialogo, della volontà di trovare un’intesa comune beneficerebbe tutto il mondo, dall’oriente all’occidente. Conviene sia a Corea del Nord che a Stati Uniti, senza contare le altre forze in gioco, un clima disteso in cui costruire un nuovo accordo di pace. La prima partita, quella che si sta disputando sui campi da gioco, è già stata vinta. Se lo sarà anche quella della diplomazia, lo sapremo solo tra qualche mese quando, gettata la maschera delle Olimpiadi, le due potenze nucleari torneranno a sfidarsi su altri terreni di gioco.

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Tennis, Sony lancia la racchetta intelligente

sony-smart-tennis-sensorSi chiama Smart Tennis Sensor ed è la nuova racchetta tecnologica inventata dalla Sony e presentata in anteprima mondiale al recente Ces di Las Vegas. In un’epoca in cui tutto diventa “smart”, anche gli accessori sportivi si adattano e si trasformano per fornire a chi li adotta fornire tutte le indicazioni su come migliorare le prestazioni e lo stile di gioco.

È questo il caso della racchetta intelligente della Sony che, grazie a un apposito sensore  posizionato sul fondo del manico, è in grado di stabilire velocità e potenza del colpo. La Smart Tennis Sensor traccia le coordinate spaziali, l’accelerazione, la forza e la posizione dell’impatto con la pallina e una serie di altri parametri; via Bluetooth interagisce quindi con un’app mobile (per smartphone e tablet Android e iPhone e iPad) capace di rielaborare ogni dato e di visualizzarla sullo schermo del dispositivo dove è installata. Il sensore pesa 8 grammi e ha un diametro di 31,3 mm, dimensioni compatibili con la maggior parte delle racchette in commercio.

La Sony ha confermato ufficiosamente il lancio del prodotto sul mercato giapponese già per maggio, con un prezzo inferiore ai 18mila yen, pari a circa 130 euro, ma non si sa quanto dovranno aspettare gli appassionati di tutto il mondo per impossessarsi della nuovissima smartracchetta che, se dovesse avere successo, potrebbe rivoluzionare il modo di giocare a tennis.

Bambini e sport: quale scegliere?

sportA settembre ricominciano le scuole e torna il pericolo sedentarietà per bambini e ragazzi. Per ovviare a questo problema, che può condizionare il benessere e l’equilibrio psicofisico, è importante invogliare i più piccoli a svolgere attività fisica che, come sottolinea l’Organizzazione Mondiale della Sanità, contribuisce allo sviluppo di tessuti muscoloscheletrici (ossa, muscoli, legamenti), del sistema cardiovascolare (cuore, polmoni) ed endocrino-metabolico. Inoltre, favorisce la coordinazione e la capacità di controllo dei movimenti e facilita il mantenimento del peso ideale.

Tantissimi i benefici dello sport durante l’infanzia e la pubertà: i bambini che svolgono una regolare attività fisica, infatti, dimostrano una maggior fiducia nelle proprie possibilità, sono portati a una maggior autostima, alla facilità nei rapporti sociali, a una maggior sopportazione dello stress, e sono in un certo senso più al riparo dall’eventuale propensione a disturbi come ansia e depressione. Inoltre, l’esercizio fisico comporta migliore mobilità articolare, tonicità muscolare e corretta postura.

Per molti genitori la domanda più frequente è quale sia l’attività più indicata per i propri figli. I pediatri consigliano di far imparare a nuotare ai bambini già nella primissima infanzia (in età prescolare), essendo il nuoto uno sport completo e che si presta a essere praticato fin da piccoli poiché l’acqua è per il bambino il mezzo più naturale e congeniale. Rimane comunque difficile stilare una classifica degli sport più o meno indicati per i bambini.

I genitori che desiderano per il proprio bambino una determinata attività sportiva possono proporgliela ma l’ideale, secondo gli esperti dell’età evolutiva, sarebbe che i genitori facessero sperimentare al figlio che frequenta il primo triennio della scuola elementare diverse discipline così da far scegliere lo stesso interessato sulla base delle proprie preferenze, abilità e caratteristiche cliniche e morfo-funzionali.

In generale, fino ai 7-8 anni sarebbe opportuno che il bambino praticasse attività quali atletica leggera (marcia, corse, salti, lanci), nuoto, ginnastica. Attività, cioè, complete e che coinvolgono in maniera bilanciata i diversi apparati. Oppure, nel caso di sport “asimmetrici” come la scherma, il tennis, il tiro con l’arco o di attività che sollecitano in modo particolare la schiena (ad esempio la danza e la ginnastica artistica), sarebbe indicata l’associazione con una pratica in grado di “compensare” e ridistribuire l’impegno. Teniamo presente che, comunque, è sempre il medico pediatra il migliore alleato nel momento della scelta di un’attività fisica adatta al nostro bambino.

Gli sport che si possono consigliare per prevenire o correggere atteggiamenti viziati o anomali della postura in età evolutiva sono: nuoto, pallacanestro, pallavolo, ginnastica. Le discipline sportive collettive sono in genere apprezzate dai bambini dai 7-8 anni in poi (calcio, pallavolo, pallacanestro, pallanuoto e i meno comuni, per i giovanissimi, rugby, pallamano, hockey) in quanto riescono a coniugare con l’impegno atletico l’aspetto ludico e lo spirito di squadra, cioè la collaborazione al fine di conseguire un risultato. Gli sport individuali (ginnastica, sci, nuoto, ciclismo, canottaggio, scherma, arti marziali eccetera) richiedono la capacità di resistere alla fatica, la capacità di concentrazione, il senso di responsabilità.

Rapina una prostituta e picchia un trans: denunciato giocatore del Lecce

drame--330x185Un calciatore che guadagna milioni di euro all’anno e una prostituta che per sopravvivere è costretta a vendere il proprio corpo sono i protagonisti di una vicenda surreale eppure ricorrente in cui i più deboli finiscono sempre per soccombere alla prepotenza dei ricchi.
L’attaccante del Lecce, Ousmane Dramé, di 21 anni, è stato denunciato dalla polizia con l’accusa di aver rapinato una prostituta alla quale aveva chiesto un rapporto sessuale in cambio del suo iPhone 5. Il calciatore, cittadino francese, non solo non ha pagato la nigeriana, ma è scappato in bicicletta con la borsa della donna. Un transessuale, amico della prostituta, ha rincorso e bloccato il calciatore, che ha reagito spingendo l’uomo a terra e provocandogli lesioni.
Immediata la reazione del club salentino che in una nota ha annunciato che sospenderà il giocatore qualora i fatti fossero confermati, «riservandosi di richiedere la risoluzione del contratto con procedura d’urgenza. L’U.S. Lecce valuterà, inoltre – si legge nel comunicato – la possibilità di intraprendere un’azione di risarcimento danni a tutela della propria immagine».

Sportività all’inglese

milanEra il 17 agosto 2003 quando mi trovato a Londra a casa di alcuni parenti a guardate in tv un Liverpool-Chelsea terminato con la sconfitta dei Reds per 2-1. Invaghita di Michael Owen ero, insieme a un bel bambino biondo, l’unica tifosa del Liverpool  fra tanti supporters dei Blues. Al fischio finale, un cugino di secondo grado mi ha allungato la mano. Era un gesto di sportività ma io, cresciuta nella ristretta mentalità italiana, come prima cosa ho pensato: «Questo mi vuole sfottere».
Sono rimasta per qualche secondo a fissare quella mano tesa, indecisa se stringerla o meno. Alla fine l’ho stretta e in quel preciso momento è davvero terminata la partita. Non come sarebbe accaduto in Italia, dove gli amici tifosi della squadra avversaria mi avrebbero preso in giro tutta la sera, sottolineando quanto fosse forte la loro squadra e scarsa la mia, ma come accade in Inghilterra dove la coscienza sportiva è maggiormente sviluppata e il rispetto per l’avversario sconfitto è sacro.
Quando ripenso a questo episodio sorrido, ma anche un po’ mi indigno, verso ciò che accade nel nostro paese dove qualche settimana fa i tifosi juventini esultavano per l’uscita del Milan dalla Champions e oggi i tifosi milanisti si vendicano esultando per la sconfitta dei bianconeri. Parliamo di globalizzazione, di Europa unita, ma siamo campanilisti e ancora eccessivamente legati a degli ideali (in questo caso una squadra di calcio) che sentiamo nostri ma che non ci apportano alcun beneficio.
Un tifoso vero dovrebbe guardare al calcio con occhi più obiettivi, gioire e piangere per le vittorie e le sconfitte della propria squadra, ma mostrare rispetto per l’avversario e riconoscerne i punti di forza, avendo anche il coraggio di ammettere i difetti della propria squadra.
Guardando a ciò che accade in Italia e, purtroppo, ancora in molte parti del mondo, sembra che avesse ragione Guttman nel sostenere che «caratteristica dello sport è quella di risvegliare nell’uomo istinti ancestrali, come la lotta per la sopravvivenza e la natura predatoria, che vengono però circoscritti entro ambiti che ne attenuano il carattere aggressivo mediante l’introduzione di una serie di regole atte a punire i gesti violenti. La violenza non scompare, dunque, viene soltanto mediata, sottoposta alle leggi degli eventi mimetici che lo sport mette in scena».
Troppo spesso questa violenza, che in campo è attenuata, si risveglia sugli spalti o fuori dagli stadi, e quanto avvenuto lunedì in occasione del derby tra Roma e Lazio ne è un triste esempio. Se è vero che scegliere la squadra del cuore significa diventare attori e affermare un’appartenenza simbolica, è altrettanto vero che questa appartenenza debba esprimersi sempre, come detto in precedenza, attraverso il rispetto delle regole civili e dell’avversario, che è il nemico da battere soltanto in campo e non fuori.

Alex Schwarzer: «Ho buttato via tutto ma sono felice che sia finita. Desidero solo una vita normale» (con video)

Occhi bassi, voce rotta dall’emozione, lacrime che faticano a trattenersi. Alex Schwarzer, in una conferenza stampa durata oltre un’ora, ha spiegato i motivi che lo hanno spinto a doparsi, una decisione sofferta che lo ha consumato lentamente fino al tragico giorno in cui è arrivata la notifica della sua positività all’EPO, giorno a partire dal quale, ha detto Alex, «forse posso iniziare una nuova vita normale». Proprio questo sogno di normalità, di una vita semplice e pulita, è stato ribadito più volte dall’atleta azzurro, logorato dai sensi di colpa ma pronto a difendere le persone che hanno sempre creduto in lui, a cominciare dalla fidanzata Carolina Kostner, dalla famiglia e dall’allenatore.
«Ho fatto tutto da solo – ha ribadito più volte – senza coinvolgere nessuno». Con lo sguardo fisso sul tavolo, colmo di vergogna e di delusione, Alex ha ammesso la sua colpa, ha raccontato del viaggio in Turchia per procurarsi l’Eritropoietina dopo essersi informato su internet, delle iniezioni e delle bugie raccontate a Carolina e ai genitori. Poi, con le mani tra i capelli, come a voler nascondere la faccia, ha raccontato quel giorno del 30 luglio in cui sono arrivati a sorpresa i controlli antidoping.
«Ho iniziato a fare le iniezioni dopo il controllo del 13 luglio, l’ultima l’ho fatta il 29 luglio, poi sono tornato a casa a prendere dei documenti. La mattina del 30 ho sentito bussare alla porta e sapevo che erano loro. Potevo dire a mia madre di non aprire, non avevo mai saltato un prelievo e quello sarebbe stato soltanto un controllo saltato, ma non ne ho avuto la forza. Non vedevo l’ora che finisse tutto. Sapevo che mi avrebbero trovato positivo. Sono molto dispiaciuto, ho buttato via tanti anni di allenamento e sacrifici, ma sono anche contento che sia finito tutto perché forse adesso riesco a fare una nuova vita normale».
Una vita normale. È il desiderio espresso più volte da Alex, un ragazzo dalla faccia pulita che non è riuscito a reggere la pressione mediatica; che, nel tentativo di essere il più forte, ha perso tutto. «Volevo fare sia la distanza lunga che la 20 km – spiega – ma non avevo alle spalle una preparazione adeguata e ho pensato che con il doping potessi farcela, invece ho buttato via tutto. Se avessi fatto solo la 50 km, nessun dubbio che avrei vinto. Queste per me sono state le settimane più difficili, non dormivo con la paura di un controllo antidoping ma avevo già deciso che, anche se non fossi stato scoperto, non sarei venuto a Londra, non ne avrei avuto la forza».
Il CIO ha annunciato che saranno effettuate nuove analisi sui campioni di sangue e urina (che vengono conservati e rimangono a disposizione per ulteriori controlli per 8 anni) prelevati a Schwarzer dopo la vittoria olimpica di Pechino ma l’atleta aveva già fugato ogni dubbio sulla sua onestà: «Voglio che i risultati di tutte le mie analisi siano resi pubblici. Sono sempre stato pulito; i valori del dopo Pechino sono quasi da anemico, impossibile pensare che una persona dopata abbia valori così bassi. Sono contento se faranno altri controlli, voglio dimostrare che quell’oro l’ho meritato».
Oltre alla carriera sportiva è terminata anche quella nell’Arma dei Carabinieri: «Li ringrazio per avermi dato la possibilità di dedicarmi allo sport. In Italia non c’è una cultura del professionismo sportivo, a parte nel calcio. Se non fosse per le Forze dell’Ordine nessuno di noi potrebbe mai praticare il proprio sport». Un’accusa al sistema italiano, che investe nel calcio e poco o nulla fa per gli sport cosiddetti minori.
Alex sta vivendo il momento più buio della sua vita ma tendergli la mano c’è uno dei suoi sponsor che, a differenza di quanto ci si poteva aspettare, ha deciso di stare al suo fianco: «Alex ha sbagliato, ma merita la possibilità di riscattarsi. Non abbandoniamolo», hanno dichiarato i responsabili di Despar Nordest. Alex gli ha risposto così: «Per dimostrargli la mia gratitudine potrei andare a lavorare in una delle loro filiali».
L’augurio è che Alex possa affrontare questo momento con forza, superarlo e realizzare il suo sogno di una vita normale, un sogno da costruire giorno per giorno con Carolina e con le persone che lo amano veramente. Una vita che potrebbe assomigliare a quella dello spot della Kinder, in cui Alex passeggia felice e sereno tra le montagne di casa sua.

Del Piero segna e stupisce in Giappone (video)

C’è chi ancora non ha digerito l’addio di Alessandro Del Piero alla Juventus, chi non se ne farà mai una ragione. Il capitano (perché per ogni vero juventino Del Piero è e rimarrà sempre il capitano) dopo aver detto addio alla squadra bianconera – non per suo volere ma per volere di una società che non è mai stata capace di valorizzarlo e apprezzarlo fino in fondo – continua a stupire in Giappone e lo fa nell’unico modo che conosce: i gol. L’ex numero 10 della Juve non ha ancora una squadra ma si diverte a regalare prodezze ai suoi tifosi in giro per il mondo. L’ultima nell’amichevole di beneficenza organizzata nel Paese nipponico, a cui Del Piero ha detto arrivederci, facendo presagire un futuro in J League. La nuova avventura sta per cominciare…