Antani Colucci si racconta: «La mia salsa tra folklore afrocubano e ricerca spirituale»

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La passione innanzitutto, poi la tecnica. È questa la salsa secondo il maestro Antani Colucci – passaporto italiano, anima cubana – uno dei maggiori dei esponenti della cultura e del folklore caraibico a livello nazione ed europeo.

«Quando ballo e insegno, non mi limito alla tecnica ma cerco di seguire la tradizione, andando alle radici del folklore afrocubano – spiega l’artista – In occidente è avvenuta una transculturazione, ovvero quelli che sono gli elementi peculiari delle danze caraibiche sono stati riadattati per adeguarli al nostro modo di essere e di pensare. Così facendo, si sono persi i tratti distintivi, ad esempio, della rumba, della conga, della timba e del son, rendendoli spesso qualcosa di diverso da ciò che erano in origine. Per commercializzare il ballo e farlo diventare popolare, è stata fatta una fusione tra i vari stili e generi musicali. Il problema è che si finisce per ripetere meccanicamente alcuni movimenti senza comprenderne il reale significato».

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Il ballo, invece, per Antani è qualcosa di completamente diverso, è «ricerca spirituale, riscoperta dei sentimenti più profondi che albergano nel cuore dell’uomo, è allegria, divertimento, condivisione, ma anche studio socioculturale di un popolo».
Durante le sue lezioni, il maestro cerca di trasmettere tutto questo in modo che «chi apprende possa capire le motivazioni che si nascondono dietro un passo di danza, un gesto, un movimento. Nulla è lasciato al caso. Quando vado a Cuba per i miei studi, cerco gli anziani, quelli che hanno inventato la salsa, e mi faccio spiegare il significato sociale, culturale e religioso di ciò che balliamo».

Dentro e fuori dalla pista, Antani Colucci trasmette un’energia che cattura chi gli sta intorno. La sua umiltà e la naturale socievolezza si trasformano in performance dall’alto valore tecnico ed emozionale. La passione per il ballo brilla nei suoi occhi e in ogni passo. Si tratta di un amore sbocciato per caso, che dura ormai da oltre vent’anni. Un incontro fortuito che ha cambiato per sempre la vita dell’artista.

10003447_10202659819530633_153038877_n«Mi è sempre piaciuto ballare – rivela Antani – da adolescente imitavo John Travolta e Patrick Swayze. Adoravo film come “La febbre del sabato sera” e “Dirty dancing”, di cui avevo i poster appesi alle pareti della stanza. Un altro film che mi ha influenzato molto è stato “Breakdance”. Poi, nel ’95 il mio professore mi ha mandato a Cuba per preparare la tesi di laurea in Agraria tropicale. Dovevo studiare ananas e canna da zucchero, sono tornato con la salsa. La prima volta che ho visto questa danza sono rimasto scioccato, era il primo ballo di coppia che vedevo e tutte quelle movenze mi hanno colpito fin da subito».

Da qui la decisione di approfondire lo studio della salsa, non solo come ballo ma come esperienza di vita totalizzante. «Ho iniziato a pormi delle domande. Vedevo che noi occidentali siamo spesso insoddisfatti, soffiamo mancanze, non ci sentiamo mai appagati. Proviamo una tristezza che spesso sfocia in estremismi come la depressione. A Cuba ho visto gente che non aveva niente, neppure il cibo, e tuttavia era felice, sorridente, in grado di gioire per ogni piccola cosa. Allora ho capito che la felicità non dipende da ciò che si possiede ma deriva soltanto da ciò che si ha dentro. A questo punto è cominciata la mia ricerca tecnica e spirituale, di cui il ballo rappresenta solo la punta dell’iceberg. Dietro c’è tutto un percorso di crescita personale, prima che professionale. Ho imparato a essere grato a Dio, o all’universo per chi non crede, per tutto ciò che mi ha dato, a non lamentarmi per ciò che non ho ma a gioire per le piccole e grandi cose di ogni giorno».

Il viaggio a Cuba e l’incontro con la sua gente e le sue tradizioni hanno cambiato radicalmente la vita di Antani Colucci, che ha detto addio alla brillante carriera verso cui si avviava nelle scienze agrarie per reinventare il suo futuro e dedicarsi interamente all’apprendimento e all’insegnamento del folklore afrocubano, che trova la sua massima espressione nella rumba. Una scelta radicale che, confessa l’artista, rifarebbe un altro migliaio di volte.
«La danza caraibica mi ha dato tantissimo. Certo, ci sono voluti un grande coraggio e una fede forte per abbandonare il mio vecchio progetto di vita e iniziare un nuovo percorso, ma non mi sono mai pentito di aver seguito l’istinto. È come se tutto fosse stato scritto per permettermi di realizzare questo progetto: se non avessi mai studiato agraria non sarei mai andato a Cuba, non avrei mai conosciuto la salsa e non sarei mai diventato la persona che sono».

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Fede è una parola che ricorre spesso nei discorsi del maestro, almeno quanto la parola sforzo durante le sue lezioni. Al termine di ogni esibizione ringrazia Dio con il segno della croce e rivela di essere cattolico ma, ci dice, «mi sono avvicinato a più culture e ho studiato diverse religioni, come l’Islam, il buddismo ecc. Fa tutto parte del cammino di ricerca spirituale di cui parlavo prima e che mi ha portato alla conclusione che tutte le religioni hanno analogie profonde, sono l’interpretazione e il desiderio di autoaffermazione dell’uomo a creare le divisioni».

È in questo percorso di crescita umana e professionale che si innesta lo studio della cultura afrocubana. «Negli anni ’90 con queste cose non si poteva fare business, in Italia non erano conosciute». Antani Colucci è stato il pioniere della salsa in Puglia, supportato dal suo amico e maestro toscano Leonardo Magrini. Da allora di strada ne ha fatta, fondando tre scuole nella sua terra e facendo incetta di premi sia come ballerino che come maestro. Tra gli altri ricordiamo i circa 150 trofei nazionali conquistati dalla sua scuola in sei anni e il primo posto per cinque anni consecutivi al Campionato Nazionale FederCaribe. Eppure, ci sono ancora tanti progetti da realizzare.
«Oltre a ballare, ballare e ancora ballare – dice l’artista – vorrei aprire un liceo della danza in Puglia, dove oltre alle materie normali si studino anche la danza e i suoi aspetti socioculturali. Al momento il progetto è in fase embrionale ma potrebbe concretizzarsi a breve».

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Antani Colucci gira l’Italia e l’Europa a passo di rumba ma c’è un luogo che gli è caro più di ogni altro: la sua scuola, la sua creatura a cui ha dato un nome particolare, la Mariposa del Caribe, la farfalla dei Caraibi. Come tutto il resto, anche questo nome nasconde un significato molto preciso, che il maestro è orgoglioso di spiegarci: «La farfalla rappresenta i diversi stadi dell’evoluzione della vita: prima è bruco, poi si trasforma in crisalide e infine nell’essere più bello del mondo, libero e colorato. Si dice che le farfalle vivano soltanto un giorno, ma hanno un segreto: sanno come morire. Perché se non si muore, non si può rinascere».

La vita, la morte, la trasformazione, ancora la vita. La salsa, dunque, diventa espressione dell’evoluzione: personale, sociale, culturale. Attraverso di essa, l’uomo impara a conoscere se stesso, a trovare la propria autenticità e scopre i suoi limiti, che non sono solo fisici ma anche spirituali. La felicità, allora, sta nella capacità di sognare, di spiegare le ali e volare via, come fanno le farfalle dopo aver avuto il coraggio di morire e nascere di nuovo.

Un grazie speciale al maestro Antani Colucci per l’amore e la passione che mette in ogni passo. Grazie per avermi trasmesso un po’ della sua conoscenza tecnica e culturale, per aver aver ballato con me e, soprattutto, grazie per avermi affidato la sua storia.

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Pino Imperatore racconta “Bentornati in casa Esposito”

imagesAbbiamo imparato a conoscerli e ci siamo appassionati alle loro vicende tragicomiche con Benvenuti in casa Esposito. Adesso Tonino e la sua famiglia sono tornati e ci regalano il secondo, avvincente, capitolo delle loro disavventure. Dopo il successo del primo romanzo, che ha commosso e divertito tutta l’Italia, Pino Imperatore torna in libreria con Bentornati in casa Esposito che, in linea con il primo libro, racconta e denuncia in modo nuovo la criminalità organizzata. Un romanzo che fa ridere e fa riflettere attraverso le vicende dei suoi protagonisti: Tonino, camorrista imbranato che ne combina di tutti i colori, e la sua famiglia allargata, lo spietato boss Pietro De Luca, il sacerdote anticamorra Padre Francesco.
Nel secondo romanzo, però, l’ironia e l’irriverenza che contraddistinguono il primo capitolo della saga lasciano spazio a una faida ferocissima tra i clan. Più che l’aspetto comico, viene raccontato il lato tragico della criminalità organizzata.
«Con il primo libro – racconta l’autore – ho voluto mettere in risalto gli aspetti ridicoli della camorra, poi ho alzato il tiro concentrandomi di più sugli aspetti drammatici per far comprendere quanto le logiche della criminalità organizzata siano folli e senza senso. Ho preso spunto da fatti di cronaca realmente accaduti a Napoli e dintorni nei mesi scorsi. Persone innocenti sono rimaste vittime delle lotte tra clan e hanno perso la vita per il semplice fatto di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato».
In Bentornati in casa Esposito emerge la figura di Tina, figlia di Tonino, adolescente che avverte il desiderio di una vita normale e vuole rompere con il passato criminale della famiglia. Tuttavia il suo destino sarà tragico ma, spiega Imperatore, anche qui si nasconde un messaggio di speranza.
«La speranza è proprio Tina, una ragazzina che tira fuori il coraggio e la forza di combattere un sistema apparentemente invincibile. Non sopporta il marchio che la sua famiglia è costretta a portare, si ribella contro il destino che la vorrebbe nipote di un boss e figlia di un camorrista, e lotta perché sa che esiste una vita migliore per se stessa e per suo padre. Il finale drammatico vuole essere un invito ai lettori a indignarsi verso i fatti di sangue che si sentono continuamente in tv. È un messaggio forte che ha lo scopo di far comprendere la crudeltà insita nella camorra, che spara all’impazzata causando tante vittime innocenti, la cui unica colpa è di trovarsi sulla traiettoria dei proiettili».
Il romanzo diverte e commuove, ma soprattutto fa riflettere. Fondamentale per lo sviluppo della storia è l’antica amicizia tra il boss e Padre Francesco, che svolgerà un ruolo decisivo nel pentimento di De Luca. «Nei quartieri difficili, bene e male si trovano a convivere e si combattono a vicenda. Ma c’è di più. I ragazzi vivono esperienze comuni ma crescendo prendono strade diverse. È il caso di De Luca e Padre Francesco. Storie così accadono tutti i giorni e i ragazzi spesso non hanno mezzi per difendersi dalle trappole della camorra. Il potere della criminalità è forte e, in assenza di alternative, molti adolescenti finiscono per cedere, iniziano con piccoli reati come furti e spaccio e si trovano invischiati nella rete. Ma a volte basta veramente poco per salvarli. Le istituzioni dovrebbero creare alternative valide alla delinquenza, che permettano ai ragazzi di scegliere la strada dell’onestà e della legalità».
Per quanti si sono appassionati alle vicende della famiglia Esposito, hanno riso e hanno pianto insieme ai suoi protagonisti, c’è una buona notizia: «I romanzi potrebbero diventare una trilogia – annuncia Imperatore – Ho già in testa il terzo capitolo, spero di riuscire a realizzarlo a breve».

Martino Nacca ai mondiali di Sudoku

Sudoku, il rompicapo che appassiona. Non solo una questione di logica, ma una vera e propria mania di massa in grado di catturare milioni di persone in tutto il mondo. Nell’affascinate trappola del rompicapo giapponese è finito anche l’atripaldese Martino Nacca, insegnante di matematica in pensione, che ha preso parte alla prima edizione dei campionati italiani e ai mondiali Sudoku, svoltisi a Lucca nel marzo del 2006. Come tutte le più grandi passioni, anche questa è nata per caso.
«Nel 2005 sono comparsi i primi Sudoku sulle riviste enigmistiche e sui giornali – racconta il professore Nacca – Mentre ero in vacanza, per passare il tempo sulla spiaggia, ho iniziato a completare le griglie. Era solo un gioco ma poi, spulciando su internet, ho scoperto che esisteva anche una federazione e che pochi mesi dopo ci sarebbero stati i campionati. Mi sono iscritto».
La prima edizione del campionato italiano di Sudoku si è svolta a Lucca il 4 marzo 2006. Vi hanno preso parte 66 persone, che si sono sfidate in una gara di tre prove più la finale. I migliori sei classificati sono stati ammessi nella nazionale italiana, che una settimana dopo ha affrontato la World Sudoku Championship, tenutasi sempre nel capoluogo toscano. Anch’esso alla prima edizione, il mondiale ha visto la partecipazione di 85 concorrenti, in rappresentanza di ventidue nazioni. Tra i migliori giocatori di Sudoku al mondo c’era anche Martino Nacca. Un’esperienza unica per il 65enne irpino, che è tornato da Lucca arricchito dal punto di vista umano, benché i risultati non siano stati proprio quelli auspicati alla vigilia.
«Mi sono trovato catapultato in un mondo nuovo, che non conoscevo. Mi sono stupito della numerosissima affluenza, non credevo questo gioco appassionasse così tante persone nel mondo. Noi italiani siamo partiti svantaggiati rispetto ai concorrenti delle altre di nazioni perché ci sono state proposte varianti che in Italia non erano ancora conosciute quindi, prima di poterci dedicare a risolvere i rompicapi, abbiamo sprecato minuti preziosi per capire come funzionassero». Armato di matita, pazienza e astuzia, il professore Nacca si è preso comunque la sua piccola rivincita: «Sono arrivato primo in una delle otto prove di qualificazione. Questo non è bastato a farmi accedere alla finale perché passava chi aveva totalizzato i punteggi più alti in tutte le gare, ma in ogni caso sono mollo soddisfatto».
II motivo ò presto detto: «Secondo studi effettuati da esperti – spiega l’atripaldese – l’età in cui la mente umana è più flessibile ed elastica e riesce a dare i risultati migliori nei giochi enigmistici è compresa tra i 16 e 32 anni. Trovarsi con 63enne in nazionale ha fatto scalpore».
Nonostante il 73esimo posto nella graduatoria finale, il mondiale di Nacca è stato un autentico successo: «Ho trovato un modo intelligente di impiegare il tempo libero e ho avuto l’occasione di confrontarmi con altri appassionati di Sudoku. L’evento, inoltre, ha avuto una risonanza planetaria. Mi trovavo in una Stanza piena ili giornalisti, fotografi e telecamere, ho rilasciato numerose interviste per quotidiani nazionali e locali e ricevuto i complimenti dalla famiglia e dai miei studenti».
Martino Nacca ha insegnato matematica fino a dieci anni fa, quando ha scelto il prepensionamento come forma di protesta silenziosa verso il mondo della scuola che stava cambiando in un modo che a lui non piaceva: «Sia i ragazzi a cui facevo lezione privata – racconta – che i miei ex alunni mi telefonavano per complimentasi con me e tutto ciò mi riempie ancora d’orgoglio».
Può sembrare che il Sudoku abbia molto in comune con la ma tematica ma il professore mette in guardia dal commettere tale errore. Il Sudoku, infatti, è un rompicapo apparentemente semplice, eppure richiede numerose strategie. Nonostante i numeri, la matematica non c’entra, né si devono fare operazioni di alcun genere. Al posto dei numeri potrebbero esserci lettere o simboli, ma coi numeri funziona meglio. Si risolve con la logica e il pensiero laterale ed é un efficace strumento per ampliare la mente, renderla aperta e flessibile ed allenarla al ragionamento. «Il Sudoku, molto più che gli altri giochi enigmistici – dichiara il professore Nacca – ti spinge a ragionare e a cercare sempre soluzioni nuove, che non appaiono a prima vista e non sono mai scontate. È’ un supporto prezioso per stimolare la capacità logico-razionali della mente umana, soprattutto in età pre-adolescenziale e giovanile».
Dopo aver partecipato ai cam¬pionati italiani e mondiali, il traguardo del professore è un altro: portare il Sudoku nelle scuole della provincia. «E’ un’idea che coltivo da tempo – spiega – Ho già parlato con diversi presidi qui ad Avellino. Il progetto sarebbe organizzare dei corsi scuola per scuola, concentrandosi soprattutto sui ragazzi delle medie. E’ un modo originale di abituarne i giovani al ragionamento ma ù anche un modo per far conoscere questo gioco e tutte le sue varianti, sperando che in irpina possa nascere il futuro campione del mondo».

 La scorsa settimana ho appreso della morte del prof. Nacca, avvenuta ormai un anno fa, e per ricordarlo ho deciso di proporre questa intervista realizzata da me per Buongiorno Irpinia del 7 novembre 2008.

Badara Seck: La mia musica, un ponte tra Italia e Africa

badara seckUna musica viva, vibrante, che dilata il cuore e spalanca le porte su un nuovo mondo, quello incontaminato e selvaggio da cui Badara Seck proviene. Un mondo che il cantante senegalese svela alla gente nel tentativo di avvicinare la cultura africana e quella occidentale. Il tutto grazie ad un solo strumento, la sua voce, in grado di trasmettere tutta l’energia e la vitalità che si respirano nel continente nero. “Fare musica è il mio destino – racconta l’artista – discendo da una famiglia di Griot e fin da piccolo ho tenuto concerti prima nel mio paese e poi in tutta l’Africa. Fortuna ha voluto che all’inizio degli anni ’90 incontrassi un produttore che mi ha dato l’opportunità di far conoscere la mia musica in tutto il mondo”. Il musicista ha viaggiato prima in America latina e poi in Europa e solo nel 2000 si è stabilito in Italia dove, dice, “ho trovato una seconda casa”. Qui, su sollecitazione di Mauro Pagani, ha realizzato l’album “Oggi e domani” con Massimo Ranieri, che gli è valso il disco d’oro e di platino. Negli anni è tornato spesse volte in Senegal dove, forte dell’esperienza internazionale, ha continuato ad esercitare il suo ruolo di musicista, che egli vive come una vera e propria missione.
“Ho avvertito la necessità di costruire un ponte tra Italia e Africa. Potevo scegliere di fermarmi in qualunque posto ma ho scelto questo paese perché Italia e Senegal hanno molte cose in comune. Innanzitutto un senso della famiglia e dei rapporti interpersonali molto consolidato. Culturalmente, soprattutto con la gente del Sud, siamo molto simili”. Badara Seck non ha mai rinunciato alla propria identità e oggi promuove l’incontro tra le culture attraverso la sua musica, avvalendosi anche della collaborazione di artisti africani. “E’ impensabile che in un mondo ipertecnologico, in cui si è costantemente in contatto con ogni parte del pianeta, l’Africa venga vista ancora solo come una terra povera. Il nostro continente è un contenitore di tesori che vanno fatti conoscere al mondo intero. Solo così l’Africa potrà iniziare il processo di sviluppo. A questo scopo, ogni anno organizzo viaggi culturali in cui accompagno gli italiani alla scoperta delle bellezze naturali del mio continente e della ricchezza della sua gente”.
Le canzoni di Badara Seck sono intrise di riferimenti culturali e parlano non soltanto agli occidentali ma anche ai suoi connazionali: “L’Africa si svilupperà solo con gli africani. Bisogna instillare in loro la mentalità del lavoro. Oggi si tende a dare ancora troppo spazio ai rapporti sociali e alla solidarietà e si dimenticano le responsabilità. Spesso parlo della nostra concezione del tempo: il saluto fra due africani che non si conoscono può durare anche 15 minuti. Per sviluppare l’economia bisognerebbe lavorare di più e salutarsi di meno. Questo è il mio sogno. E’ tardi perché la mia generazione lo realizzi, ma possiamo realizzarlo per i nostri figli. L’Africa è una terra creativa, che ha tanto da offrire al mondo, ma bisogna che gli occidentali abbandonino i loro pregiudizi e conoscano veramente questo continente. L’ostacolo più grande per l’integrazione è proprio l’ignoranza. Allora il ponte tra Europa e Africa si costruirà sulle diversità. Ogni sistema ha dei difetti. Da noi ci sono molte cose che non vanno. Innanzitutto la posizione della donna, che dovrebbe godere degli stessi diritti degli uomini, avere la possibilità di studiare e lavorare. Trovo inconcepibile che un uomo possa avere quattro mogli e soprattutto che ancora oggi le donne debbano subire delle mutilazioni sessuali, tutte cose che devono essere abolite. In molte cose dovremmo prendere esempio dall’occidente. Voi invece dovreste imparare a vivere in maniera più rilassata, prendendo tutto con serenità. I soldi non risolvono i problemi del mondo. L’uomo è l’unica medicina per l’uomo. L’Africa ha affrontato e affronta drammi come la colonizzazione, la povertà, le malattie ma è ancora forte il senso di solidarietà tra le persone e soprattutto non perdiamo mai il sorriso e la speranza. Il mio impegno è per i miei fratelli africani, perché non vedano nell’emigrazione l’unico modo per sfuggire alla povertà. In questo periodo di crisi sta aumentando l’intolleranza verso gli immigrati. Ciò avviene non perché l’Italia sia un paese razzista ma perché la mancanza di lavoro porta al rifiuto dell’altro”.
Affinché gli stati africani escano dal loro stato di miseria è necessario che bianchi e neri collaborino alla costruzione di un mondo più equo. “Prima l’Africa viveva sotto dittatura, oggi circa il 70% dei paesi è governata da un regime democratico. Questo è un piccolo passo avanti ma è necessario che noi che abbiamo la possibilità di viaggiare e di vedere come si vive in altre parti del mondo torniamo a casa per risolvere i nostri problemi. La globalizzazione non ha aiutato l’Africa e le organizzazioni internazionali sfruttano la povertà per prestare soldi e farsi restituire il doppio. E’ necessario soprattutto promuovere l’alfabetizzazione. Oggi il problema pregnante è la disoccupazione. La colonizzazione ha distrutto la cultura africana. I giovani hanno dimenticato le loro origini e i mestieri tradizionali, che gli consentirebbero di vivere in maniera dignitosa, e vogliono vivere al modo degli occidentali. Per raggiungere questo obiettivo abbandonano la loro terra ma questa non è la soluzione giusta. La mia missione è proprio far capire ai miei fratelli che fare i vucumprà non serve. I soldi non risolvono la crisi dell’Africa, l’istruzione e la dignità sì. I miei concerti sono l’unico momento che ho a disposizione per attirare la gente e parlare loro di queste cose”. Martedì 16 giugno Badara Seck si è esibito ad Avellino in occasione della manifestazione Sportdays, organizzata dal Coni. Il presidente Giuseppe Saviano ha voluto fortemente la presenza del musicista per portare in Irpina un pezzo di Africa, ma soprattutto per promuovere la convivenza tra italiani e senegalesi. “Ringrazio Saviano per avermi dato l’opportunità di parlare di integrazione. Ora che le basi sono state gettate è necessario che il dialogo tra gli avellinesi e le due associazioni senegalesi presenti in città continui. Anche un leone, se cammina da solo, diventa vulnerabile. Bisogna educarsi a vicenda, cercare di togliere questi ragazzi dalle strade e aiutarli a trovare un lavoro legale. In Irpinia ho ricevuto un’ottima accoglienza, sia dagli italiani che dai miei connazionali, rappresentati da Babakar. Ora sogno di ritornare ed organizzare un grande concerto al Gesualdo a cui partecipino le autorità politiche, i cittadini e gli immigrati. Avellino può diventare modello di integrazione in tutta Italia”.

Don Luciano Gubitosa: Mi sento un Papa di transizione

Continuità d’intenti e radicamento territoriale. Sono questi i due punti fermi su cui si basa il programma pastorale di don Luciano Gubitosa, parroco di San Ciro Martire ad Avellino. Don Luciano ha assunto la titolarità della parrocchia lo scorso febbraio, a seguito della scomparsa del suo predecessore, don Michele Grella. Più che un semplice sacerdote, don Michele era un’istituzione, un’icona in cui i fedeli si identificavano. Figura carismatica, sapeva coinvolgere e trascinare i parrocchiani con il calore e la forza della sua fede, che non ha mai vacillato fino alla fine. Quando è venuto a mancare, è stato forte all’interno della comunità il senso di perdita e abbandono, solo in parte colmato da don Luciano, che si è trovato ad affrontare l’arduo compito di sostituire uno degli uomini chiave del rinnovamento religioso in Irpinia.

“La gente era molto legata a don Michele, è stato uno dei sacerdoti più importanti per l’intera diocesi di Avellino – confessa l’attuale parroco di San Ciro – Siccome si tratta di una parrocchia cittadina, il senso di appartenenza territoriale è molto debole per cui i fedeli tendevano a proiettare il loro bisogno di identificazione sulla figura del loro sacerdote. La mia impostazione, invece, è un po’ diversa. Io infatti ritengo che sia di fondamentale importanza costruire, all’interno della parrocchia, dei soggetti comunitari perfettamente inseriti ed integrati nel territorio in cui vivono. Il rischio che si corre in una parrocchia del centro urbano è proprio quello di non avere una propria identità comunitaria. In paese è più semplice perché si vive il senso di aggregazione mentre nella città esso è assente o molto debole quindi la prima cosa è creare appartenenza e far comprendere ai fedeli che la parrocchia non è solo un luogo di servizi”.

Nonostante l’apparente contrasto tra le due visioni della missione pastorale, don Luciano Gubitosa ci tiene a chiarire che la sua opera è in continuità con quanto svolto in oltre 50 anni da don Michele Grella. La vera rivoluzione è capire che i tempi mutano e il modo di fare catechesi e di arrivare al cuore delle persone deve necessariamente trasformarsi, o si rischia di diventare un’istituzione vuota.

“Ero molto legato a don Michele per essere stato in passato il suo viceparroco sempre a San Ciro. Ne condividevo molte idee e questo ha facilitato il mio compito. Ho impostato la nuova pastorale dando continuità al suo lavoro ma inserendo degli elementi di modernità, in modo da adattare i contenuti e la modalità della catechesi alle mutate esigenze della gente. Sicuramente, la cosa che mi sta più a cuore è portare avanti l’asilo fondato da don Michele, che ora più che mai ha bisogno di fondi per sostenersi. Inoltre, abbiamo avviato anche diverse attività sociali e assistenziali, che richiedono la partecipazione e l’impegno di tutti”.

Tra le iniziative per il futuro c’è proprio quella di coinvolgere attivamente i parrocchiani, educandoli alla fede. “Vorrei che, oltre alle comunità neocatecumenali per cui San Ciro è famosa, ci fossero anche altri gruppi parrocchiali, ma soprattutto mi piacerebbe fare dei cicli di catechesi per bambini, ragazzi, giovani ed adulti. Oggi c’è un’emergenza educativa, parlare di determinati problemi solo di fronte ad un suicidio, ad una morte per overdose o drammi simili è riduttivo. Questi sono temi scottanti che vanno affrontati sempre, ma soprattutto vanno prevenuti attraverso un percorso formativo che accompagni la persona dall’età infantile a quella adulta. Per realizzare tutto ciò occorrono uomini, mezzi e strumenti”.

Uno degli aspetti caratterizzanti della parrocchia di San Ciro Martire è la presenza pregnante del cammino neocatecumenale, un itinerario di fede alla riscoperta del battesimo, rappresentato da ben undici comunità diverse. Una realtà intensa ma impegnativa che don Luciano ha ereditato dal suo predecessore: “Tutti i movimenti sono una ricchezza per la chiesa – afferma il sacerdote – ma solo ad una condizione: che non diventino l’unica realtà parrocchiale. Curo le comunità per quanto mi è possibile ma credo che bisogni aprirsi anche a nuove esperienze come l’azione cattolica, gli scout e delle catechesi per i laici che non appartengono a nessun gruppo in particolare. Il cammino neocatecumenale raccoglie membri provenienti anche da Mercogliano ed Atripalda, che non sono radicati sul territorio e non vivono la vita della parrocchia”.

Don Luciano Gubitosa è diventato parroco dopo la morte di don Michele Grella, ma sarebbe in ogni caso arrivato presto a San Ciro: “Il Vescovo Marino mi aveva chiesto già lo scorso ottobre di trasferirmi ad Avellino per affiancare don Michele ma poi tutto è stato rimandato e ci sono arrivato solo a febbraio, quando era diventato ormai inevitabile. Mi sento come un Papa di transizione dopo un lungo pontificato. Il mio predecessore è rimasto a San Ciro per 50 anni, io prevedo di rimanerne 10. Prima stavo a Valle, dove ho trascorso 28 anni del mio sacerdozio. Sono entrato in seminario da bambino mentre i miei genitori erano in Svizzera. Sono cresciuto con il Vescovo di Nusco, Cesullo, e la sua figura mi ha affascinato talmente tanto che ho deciso di intraprendere la via del sacerdozio. Nel 1975, a 25 anni, sono stato ordinato. Nella parrocchia di San Generoso ho vissuto la mia prima esperienza da parroco, poi interrotta bruscamente a causa del terremoto. Successivamente sono stato trasferito a Valle. Negli anni in cui sono rimasto lì ho assistito ad un notevole aumento demografico. Sono stati 28 anni faticosi ma belli perché si è verificata una crescita urbanistica e religiosa senza precedenti, a cui io stesso ho contribuito. La parrocchia allora rappresentava l’unica realtà significativa ed ha aiutato a strutturare l’insieme. Ho puntato da subito sulla formazione ed ora sono orgoglioso di vedere che i bambini di venti anni fa sono diventati degli adulti di successo. Ho lasciato Valle quando non avevo più nulla da offrire”.

Piera Vincenti da Buongiorno Irpinia del 05/06/09

Carmine Rozza: in acqua mi sento a casa ma voglio girare il mondo

Immergere la testa in acqua e lasciarsi scivolare. Libero, leggero, come trasportato da una forza sovrannaturale che ti spinge ad andare sempre più forte fino a raggiungere il tuo limite, il punto in cui la mente si annulla nel corpo e non esiste che l’acqua. “Quando nuoto vado in un’altra dimensione. Il mondo reale non c’è più, ci siamo soltanto io e l’acqua”.

Carmine Rozza, ex nazionale italiano, descrive così l’affascinante esperienza del nuoto. Dopo tante ore passate a macinare chilometri, nessuno conosce la piscina meglio di lui e sa che l’acqua, oltre ad essere una potente alleata per il successo, finisce con il diventare una preziosa confidente, che richiede le cure e le attenzioni dovute ad una fidanzata. “Per tanti anni ho fatto parte della nazionale di nuoto italiana – prosegue il 23enne di Mugnano del Cardinale – un’esperienza fondamentale per la mia crescita come atleta e come uomo. Entrare in contatto con tanta gente mi ha aiutato ad aprirmi, ad essere più socievole e schietto mentre prima tendevo ad essere più riservato. Timido non lo sono mai stato ma non sempre esprimevo ciò che pensavo o sentivo, ora invece lo faccio con naturalezza. Inoltre, la nazionale mi ha dato l’opportunità di viaggiare in Italia e in Europa e di scoprire culture e stili di vita diversi dal mio”.

Con la nazionale azzurra, Carmine ha gareggiato sia in piscina sulle brevi distanze che in mare come fondista, disputando svariate competizioni a livello continentale e vincendo il titolo di campione europeo a squadre, oltre che diversi titoli italiani in prove individuali. Attualmente il giovane atleta irpino è tesserato con il Country Sport di Avellino ed è membro del Circolo Canottieri Napoli, con cui partecipa alle gare di triathlon. 

“Il successo che più mi ha emozionato l’ottenuto proprio con il triathlon, perché è stata una vittoria combattuta e inaspettata. Quella volta, nella specialità bike avevo perso parecchie posizioni rispetto al gruppo di testa e quando la vittoria sembrava ormai lontana, sono riuscito a recuperare lo svantaggio e a conquistare il primo posto. In genere sono una persona fredda, razionale, ma in quell’occasione mi sono veramente commosso. Ho lottato tanto per raggiungere quel traguardo e, quando ormai non me l’aspettavo più, ci sono riuscito. Ricordo con piacere anche la prima volta che sono salito sul gradino più alto del podio, è una sensazione che non si dimentica. Tutto ciò che ho vinto lo devo a me stesso ma anche alla mia famiglia e alla mia squadra, che è sempre venuta incontro alle mie esigenze offrendomi la possibilità di allenarmi anche da solo”.

Purtroppo, gli impegni hanno portato Carmine Rozza lontano dal nuoto professionistico. “Ho lasciato la nazionale nel 2006, quando ho iniziato l’università. Non potevo dedicarmi a tempo pieno ad entrambe le cose e sono stato costretto a fare una scelta. Ho scelto di studiare ed ora frequento la facoltà di economia presso l’università di Salerno e tra qualche mese dovrei anche laurearmi”. Il nuoto, però, rimane sempre il grande amore dell’atleta di Mugnano.

“Ora faccio sport solo per passione. Quando stavo nella nazionale mi allenavo dalle cinque alle sei ore ogni giorno: due ore in vasca la mattina e due il pomeriggio, più la palestra per rafforzare la struttura muscolare. Allora non mi costava alcun sacrificio perché andavo a scuola ma crescendo le esigenze sono cambiate e ho dovuto allenate i ritmi. Continuo ad allenarmi quasi ogni giorno ma senza la pressione di prima. Faccio circa 25 chilometri a settimana e continuo a gareggiare con buoni risultati, sponsorizzato dalla Diadora”.

Se non avesse abbandonato il professionismo, Carmine sarebbe diventato un grande nuotatore e il suo nome sarebbe stato conosciuto non solo in Italia ma in tutto il mondo. Eppure, guardandosi indietro, non prova alcun rammarico per la scelta fatta.

“Non mi sono mai pentito. Certo, sono consapevole che avrei potuto raggiungere traguardi molto ambiziosi, tante persone me lo dicono. Tuttavia, mi sono tolto delle belle soddisfazioni e ora voglio andare oltre, conservando sempre la mia passione per il nuoto”.

Passione nata quando Carmine aveva 13 anni e allora iniziava a dare le prime gambate. “Quando mi sono iscritto in piscina, nel 98 – racconta – ho scoperto che nuotare mi piaceva e che mi veniva tutto facile. Subito apprendevo le tecniche dei vari stili e riuscivo a raggiungere il massimo risultato con il minimo sforzo. Così, ho iniziato a disputare gare con la preagonistica e successivamente con l’agonistica, prima sulle brevi distanze fino a diventare un fondista. Fortunatamente la mia famiglia mi ha sempre appoggiato e incoraggiato ma, anche in caso contrario, sarei andato per la mia strada. Sono una testa dura e mi prendo la responsabilità delle mie decisioni”.

Tre gli idoli di Carmine, i nuotatori che ammira e a cui si ispira. “Il primo è Massimiliano Rosolino che, nonostante l’età, riesce a competere ai massimi livelli ottenendo ancora medaglie preziose. L’altro è Michael Phelps, non solo perché a scritto la storia del nuoto ma perché lo sento molto simile a me come atleta. Come me è un delfinista, ma capace di eccellere anche nelle altre specialità, mi rispecchio molto in lui. Il terzo, più che un idolo è un amico, Luca Marin. Lo conosco da anni e, oltre che il nuotatore, ammiro l’uomo. E’ molto umile e disponibile, davvero una bella persona”.

Per il momento la vita di Carmine Rozza è lontana dall’acqua. “Una volta laureato mi piacerebbe andare all’estero per affinare le mie competenze professionali e fare esperienze lavorative per poi tornare in Italia”.

Massimo Capone: sulle orme di Sampras per diventare grande

Tra Roger Federer e Rafael Nadal, i due idoli del momento, lui preferisce Pete Sampras, considerato il miglior tennista degli anni ’90 nonché uno dei migliori nella storia di questo sport. Massimo Capone però ci tiene a precisare che quando gioca non si ispira a nessun campione in particolare, ha uno stile tutto suo ed è grazie a quello che spera di arrivare molto in alto: “Il mio modo di giocare non rispecchia quello del tennista statunitense ma ammiro molto il suo gioco aggressivo, la sua potenza e il suo talento nel tocco di palla”.

A soli 23 anni, il giovane atleta avellinese ha ancora tanta strada da fare, ma ha le idee chiare: sa cosa vuole e come ottenerlo.

Massimo ha iniziato a praticare il tennis fin da bambino: “Verso i 7-8 anni i miei genitori mi hanno iscritto all’Irpina Tennis. Dopo un po’ ho iniziato a disputare tornei juniores a livello regionale e nazionale”.

Il talento di Massimo è esploso quasi subito e in pochi anni il tennista avellinese si è ritrovato a disputare i tornei ATP in giro per il mondo. Attualmente è il numero 971 nel ranking mondiale, un risultato comunque positivo vista la concorrenza agguerrita. Il miglior piazzamento ottenuto finora è la posizione numero 840, conquistata il 5 maggio 2008. Nel doppio, invece, Capone occupa il posto numero 854. “Ancora non gareggio ad alti livelli – confessa il l’irpino – ma credo di avere le qualità per farlo. Tennisticamente sono cresciuto ad Avellino, è nella mia città che ho imparato tutto ma per fare carriera in questo sport ho dovuto lasciare la mia terra già a 18 anni. Mi sono trasferito a Napoli, dove sono rimasto per tre anni, e successivamente a Roma, dove mi alleno con Elia. In genere disputo tornei da 10mila o 15mila dollari, competizioni internazionali che mi portano a viaggiare tanto”.

Staccarsi ancora adolescente dalla propria famiglia, condurre una vita molto equilibrata ed essere costantemente in giro per il mondo ha aiutato Massimo a maturare in fretta: “Dover lasciare la famiglia non è stato un peso perché sentivo di star realizzando il mio sogno. Dopo un po’ mi sono abituato alla mia nuova vita. Sono spesso in giro per le competizioni e non ho tempo per diventare nostalgico. Comunque sento i miei genitori telefonicamente e quando sono vicino casa cerco sempre di tornare per passare un po’ di tempo con loro. Quest’anno mi è capitato di fare poche gare all’estero e la maggior parte in Italia così mi è stato più facile anche rivedere la mia famiglia. Viaggiare e stare lontano da casa mi ha fatto crescere prima rispetto ai miei coetanei perché ho dovuto assumermi responsabilità che loro ancora non hanno. Da quando avevo 19 anni giro il mondo da solo. La prossima tappa sarà l’Egitto, dove ho già giocato in passato”. L’ultimo match si è concluso con un’amara sconfitta. Nella seconda giornata della Damiani’s Cup, in programma la settimana scorsa a Pozzuoli, Massimo Capone si è arreso a uno dei big del torneo, l’altro azzurro Simone Vagnozzi, uscito vincitore dal confronto per 6-2 6-2. L’avellinese tenterà di ribaltare questo risultato andandosi a prendere una vittoria in Africa, per dare continuità ai successi ottenuti dall’inizio del 2009 ad ora.

Per ironia della sorte, la carriera di Massimo è iniziata proprio a Pozzuoli, nel maggio del 2006, quando ha battuto Matteo Fago ai sedicesimi di finale, salvo poi essere eliminato agli ottavi dal britannico Morgan Phillips. “Quella con Fago è una gara che ricordo sempre con emozione, non solo perché si tratta del primo match importante ma perché ha dato una svolta alla mia carriera – racconta il 23enne tennista avellinese – Fino ad allora avevo disputato prevalentemente tornei nazionali ma dopo quell’esperienza mi sono incamminato su una strada diversa. Sono entrato nel tabellone ATP e il tennis, da semplice passione, si è trasformato in un vero lavoro. Inoltre, ho vinto quel match con fatica. E’ stata una partita molto combattuta, nervosa e mi ha dato il doppio delle soddisfazioni. Un altro traguardo importante a livello personale l’ho raggiunto conquistando il campionato italiano”.

Scorrendo la scheda tecnica di Massimo Capone si scopre che in carriera ha ottenuto 26 vittorie e 47 sconfitte: “Quella classifica – spiega il tennista – non è completa perché tiene conto solo delle finali disputate e non di tutti i match di qualificazione, che contribuiscono a fare punteggio per la classifica ATP. In questo modo, i miei successi diventano molti di più”.

Massimo è molto giovane e può dare ancora tanto al tennis italiano, raggiungendo obiettivi importanti per la sua carriera. “Il prossimo traguardo è rientrare al più presto possibile nei primi 500 del mondo e andarmi a giocare le qualificazioni al Grande Slam, a cui ogni atleta aspira. Magari, chissà, un giorno riuscirò anche a partecipare ad uno di questi quattro tornei, che comprendono gli Australian Open, il Roland Garros, Wimbledon e gli US Open”.

Per arrivarci la strada è ancora lunga ma la fatica non spaventa l’avellinese: “Mi alleno 7-8 ore al giorno e la sera ho la possibilità di fare la vita che i miei coetanei fanno, senza farmi mancare nulla e vivendo gli impegni con naturalezza”.

La superficie su cui riesce ad esprimersi meglio è il cemento, abbastanza veloce ed utilizzata nel grande slam per gli US Open e per gli Australian Open. “Tuttavia – racconta Massimo – mi capita di giocare più spesso sulla terra rossa, la più diffusa in Europa continentale, una superficie molto lenta che non favorisce il rimbalzo della palla e necessita di ottime capacità di scambio e molta forza fisica. E’ proprio sulla terra rossa che ho conquistato il maggior numero di vittorie”.