Antani Colucci si racconta: «La mia salsa tra folklore afrocubano e ricerca spirituale»

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La passione innanzitutto, poi la tecnica. È questa la salsa secondo il maestro Antani Colucci – passaporto italiano, anima cubana – uno dei maggiori dei esponenti della cultura e del folklore caraibico a livello nazione ed europeo.

«Quando ballo e insegno, non mi limito alla tecnica ma cerco di seguire la tradizione, andando alle radici del folklore afrocubano – spiega l’artista – In occidente è avvenuta una transculturazione, ovvero quelli che sono gli elementi peculiari delle danze caraibiche sono stati riadattati per adeguarli al nostro modo di essere e di pensare. Così facendo, si sono persi i tratti distintivi, ad esempio, della rumba, della conga, della timba e del son, rendendoli spesso qualcosa di diverso da ciò che erano in origine. Per commercializzare il ballo e farlo diventare popolare, è stata fatta una fusione tra i vari stili e generi musicali. Il problema è che si finisce per ripetere meccanicamente alcuni movimenti senza comprenderne il reale significato».

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Il ballo, invece, per Antani è qualcosa di completamente diverso, è «ricerca spirituale, riscoperta dei sentimenti più profondi che albergano nel cuore dell’uomo, è allegria, divertimento, condivisione, ma anche studio socioculturale di un popolo».
Durante le sue lezioni, il maestro cerca di trasmettere tutto questo in modo che «chi apprende possa capire le motivazioni che si nascondono dietro un passo di danza, un gesto, un movimento. Nulla è lasciato al caso. Quando vado a Cuba per i miei studi, cerco gli anziani, quelli che hanno inventato la salsa, e mi faccio spiegare il significato sociale, culturale e religioso di ciò che balliamo».

Dentro e fuori dalla pista, Antani Colucci trasmette un’energia che cattura chi gli sta intorno. La sua umiltà e la naturale socievolezza si trasformano in performance dall’alto valore tecnico ed emozionale. La passione per il ballo brilla nei suoi occhi e in ogni passo. Si tratta di un amore sbocciato per caso, che dura ormai da oltre vent’anni. Un incontro fortuito che ha cambiato per sempre la vita dell’artista.

10003447_10202659819530633_153038877_n«Mi è sempre piaciuto ballare – rivela Antani – da adolescente imitavo John Travolta e Patrick Swayze. Adoravo film come “La febbre del sabato sera” e “Dirty dancing”, di cui avevo i poster appesi alle pareti della stanza. Un altro film che mi ha influenzato molto è stato “Breakdance”. Poi, nel ’95 il mio professore mi ha mandato a Cuba per preparare la tesi di laurea in Agraria tropicale. Dovevo studiare ananas e canna da zucchero, sono tornato con la salsa. La prima volta che ho visto questa danza sono rimasto scioccato, era il primo ballo di coppia che vedevo e tutte quelle movenze mi hanno colpito fin da subito».

Da qui la decisione di approfondire lo studio della salsa, non solo come ballo ma come esperienza di vita totalizzante. «Ho iniziato a pormi delle domande. Vedevo che noi occidentali siamo spesso insoddisfatti, soffiamo mancanze, non ci sentiamo mai appagati. Proviamo una tristezza che spesso sfocia in estremismi come la depressione. A Cuba ho visto gente che non aveva niente, neppure il cibo, e tuttavia era felice, sorridente, in grado di gioire per ogni piccola cosa. Allora ho capito che la felicità non dipende da ciò che si possiede ma deriva soltanto da ciò che si ha dentro. A questo punto è cominciata la mia ricerca tecnica e spirituale, di cui il ballo rappresenta solo la punta dell’iceberg. Dietro c’è tutto un percorso di crescita personale, prima che professionale. Ho imparato a essere grato a Dio, o all’universo per chi non crede, per tutto ciò che mi ha dato, a non lamentarmi per ciò che non ho ma a gioire per le piccole e grandi cose di ogni giorno».

Il viaggio a Cuba e l’incontro con la sua gente e le sue tradizioni hanno cambiato radicalmente la vita di Antani Colucci, che ha detto addio alla brillante carriera verso cui si avviava nelle scienze agrarie per reinventare il suo futuro e dedicarsi interamente all’apprendimento e all’insegnamento del folklore afrocubano, che trova la sua massima espressione nella rumba. Una scelta radicale che, confessa l’artista, rifarebbe un altro migliaio di volte.
«La danza caraibica mi ha dato tantissimo. Certo, ci sono voluti un grande coraggio e una fede forte per abbandonare il mio vecchio progetto di vita e iniziare un nuovo percorso, ma non mi sono mai pentito di aver seguito l’istinto. È come se tutto fosse stato scritto per permettermi di realizzare questo progetto: se non avessi mai studiato agraria non sarei mai andato a Cuba, non avrei mai conosciuto la salsa e non sarei mai diventato la persona che sono».

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Fede è una parola che ricorre spesso nei discorsi del maestro, almeno quanto la parola sforzo durante le sue lezioni. Al termine di ogni esibizione ringrazia Dio con il segno della croce e rivela di essere cattolico ma, ci dice, «mi sono avvicinato a più culture e ho studiato diverse religioni, come l’Islam, il buddismo ecc. Fa tutto parte del cammino di ricerca spirituale di cui parlavo prima e che mi ha portato alla conclusione che tutte le religioni hanno analogie profonde, sono l’interpretazione e il desiderio di autoaffermazione dell’uomo a creare le divisioni».

È in questo percorso di crescita umana e professionale che si innesta lo studio della cultura afrocubana. «Negli anni ’90 con queste cose non si poteva fare business, in Italia non erano conosciute». Antani Colucci è stato il pioniere della salsa in Puglia, supportato dal suo amico e maestro toscano Leonardo Magrini. Da allora di strada ne ha fatta, fondando tre scuole nella sua terra e facendo incetta di premi sia come ballerino che come maestro. Tra gli altri ricordiamo i circa 150 trofei nazionali conquistati dalla sua scuola in sei anni e il primo posto per cinque anni consecutivi al Campionato Nazionale FederCaribe. Eppure, ci sono ancora tanti progetti da realizzare.
«Oltre a ballare, ballare e ancora ballare – dice l’artista – vorrei aprire un liceo della danza in Puglia, dove oltre alle materie normali si studino anche la danza e i suoi aspetti socioculturali. Al momento il progetto è in fase embrionale ma potrebbe concretizzarsi a breve».

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Antani Colucci gira l’Italia e l’Europa a passo di rumba ma c’è un luogo che gli è caro più di ogni altro: la sua scuola, la sua creatura a cui ha dato un nome particolare, la Mariposa del Caribe, la farfalla dei Caraibi. Come tutto il resto, anche questo nome nasconde un significato molto preciso, che il maestro è orgoglioso di spiegarci: «La farfalla rappresenta i diversi stadi dell’evoluzione della vita: prima è bruco, poi si trasforma in crisalide e infine nell’essere più bello del mondo, libero e colorato. Si dice che le farfalle vivano soltanto un giorno, ma hanno un segreto: sanno come morire. Perché se non si muore, non si può rinascere».

La vita, la morte, la trasformazione, ancora la vita. La salsa, dunque, diventa espressione dell’evoluzione: personale, sociale, culturale. Attraverso di essa, l’uomo impara a conoscere se stesso, a trovare la propria autenticità e scopre i suoi limiti, che non sono solo fisici ma anche spirituali. La felicità, allora, sta nella capacità di sognare, di spiegare le ali e volare via, come fanno le farfalle dopo aver avuto il coraggio di morire e nascere di nuovo.

Un grazie speciale al maestro Antani Colucci per l’amore e la passione che mette in ogni passo. Grazie per avermi trasmesso un po’ della sua conoscenza tecnica e culturale, per aver aver ballato con me e, soprattutto, grazie per avermi affidato la sua storia.

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Removed, la vita senza smartphone secondo Eric Prickersgill

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Removed è il titolo emblematico dell’ultimo progetto di Eric Prickersgill, fotografo statunitense che attraverso la sua opera ci mostra la solitudine e l’isolamento a cui ci costringono i social media, sensazioni amplificate dalla scelta dell’artista di rimuovere dalle mani dei suoi soggetti smartphone e tablet.

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Il progetto, rivela Prickersgill, non è un attacco nostalgico alle nuove tecnologie. L’intento non è quello di mettere in discussione i social network ma di mostrare, piuttosto, l’attenzione ossessiva che riversiamo verso i nostri cellulari.

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La serie fotografica, racconta l’artista, è stata ispirata da una famiglia in un caffè di New York fissa ad osservare il proprio device: «Erano disconnessi gli uni dagli altri, non parlavano fra di loro e sia il padre che le figlie guardavano lo smartphone mentre la madre sedeva poco lontano senza un telefono da controllare».

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La scena, così sorprendentemente comune, si è stampata nella mente del fotografo tanto che ha deciso di dedicare un intero progetto alle nuove tecnologie che, «mentre ci permettono di interagire con persone lontane da noi, ci costringe a non comunicare con chi ci è accanto».

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Per rappresentare visivamente questo straniamento Eric ha fotografato persone mentre, in un contesto quotidiano, utilizzano smartphone inesistenti per dimostrare come l’attenzione che dedichiamo ai nuovi dispositivi ci alieni completamente dalla realtà che viviamo.

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L’arte di chiedere perdono in Giappone

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Vestito di nero e con un’espressione seria, l’ex presidente della potente compagnia giapponese Toshiba, Hisao Tanaka, ha compiuto un gesto che difficilmente compie un uomo nella sua posizione: chiedere perdono pubblicamente, davanti a decine di telecamere e giornalisti, con un inchino durato diversi secondi.

L’atto finale della carriera di Tanaka, costretto a dimettersi per uno scandalo legato alla corruzione, non è frutto del caso, ma si innesta nella lunga tradizione del perdono che possiede la cultura nipponica. In concreto, il gesto dell’ex presidente della Toshiba si chiama saikeirei e molti manuali spiegano che si tratta di un’inclinazione di 90 gradi utilizzata per scusarsi per una colpa grave, generalmente associata a perdita di denaro o danni morali e personali.

spigheUn proverbio giapponese dice “chi si umilia, vince”, e un altro che recita: “le spighe, quando sono ricche di grano, chinano la testa; ma quando sono vuote, rimangono erette”. Questi due detti popolari danno l’idea dell’alto valore che assumono questi gesti di contrizione quotidiana.

I giapponesi non sopportano di deludere le aspettative degli altri. Per questo esistono varie classificazioni che catalogano i diversi modi di chiedere perdono, incluso il livello di inclinazione del corpo e il suo significato. Tra questi, l’esahuku, leggera inclinazione di 25 gradi che significa “scusa, è colpa mia”; il keirei, un po’ più pronunciata e sostenuta, che vuol dire “sì, l’ho rovinato, non succederà più”; e il già citato saikeirei.

In casi più estremi, i giapponesi utilizzano il dogeza, che alcuni classificano come l’inchino del pentimento per eccellenza. In questo caso, bisogna inginocchiarsi e inclinare il corpo in avanti con le mani a terra e la testa appoggiata sopra, come a dire “la legge può castigarmi ma non potrà cancellare il mio senso di colpa”.

Tanta è l’importanza data a questi gesti, che alcuni mesi fa il quotidiano giapponese “Daily Star” informava della nascita di varie “aziende del perdono” che, in cambio di una modica quantità di denaro, mettono a disposizione dei clienti professionisti che si scusino a loro nome. Secondo il quotidiano, i prezzi variano a seconda della natura dell’offesa e del modo che il cliente sceglie per scusarsi, e oscillano tra i 96 dollari per scuse telefoniche ai 240 per una richiesta di perdono faccia a faccia.

Steve McCurry, a Milano la mostra dedicata al caffè

Fino al 5 luglio sarà aperta a Milano una mostra del famoso fotogiornalista statunitense Steve McCurry. La mostra si intitola “From These Hands, A Journey Along the Coffee Trail” e si terrà al Museo della Scienza e della Tecnologia. Saranno esposte 62 fotografie scattate da McCurry in 12 paesi diversi che producono caffè: Brasile, Burma, Colombia, Etiopia, Honduras, India, Indonesia, Perù, Sri Lanka, Tanzania, Vietnam, Yemen.

La mostra è organizzata da Lavazza e firmata dall’architetto Fabio Novembre, che ha studiato un allestimento particolare in grado di accompagnare il pubblico nelle atmosfere evocate dagli scatti. Le foto di McCurry sono sempre l’inizio di un viaggio in cui è meraviglioso addentrarsi. Il visitatore potrà ammirare le opere riprodotte su pannelli concepiti come pagine di un volume fuori scala. La bellezza e l’umanità che scaturiscono dalle immagini è amplificata dall’allestimento di forte impatto scenico.

Unico comune denominatore: il caffè. Si tratta infatti delle foto più belle ed evocative scattate da McCurry nel corso di un viaggio che copre un arco temporale di oltre trent’anni sulle strade del caffè, raccolte nell’omonimo volume edito in queste settimane da Phaidon, tra i maggiori editori di arti visive e fotografiche.

Il volume di Phaidon si trasforma in una mostra, che approda a Milano a poche settimane dall’inaugurazione dell’Expo, grazie a Lavazza, che da tredici anni condivide con Steve McCurry questo viaggio nelle terre e tra le persone del caffè. McCurry è infatti il narratore ufficiale del progetto İTierra!, il progetto di sostenibilità realizzato interamente da Lavazza nei paesi produttori di caffè, del quale Steve si è fatto testimone d’eccezione, oltre che compagno di viaggio, rendendolo un vero progetto di sostenibilità culturale. Grazie a questo connubio di sostenibilità, fotografia e cultura, il prezioso lavoro di McCurry è servito infatti a raccontare per immagini le azioni del mondo che vive intorno al caffè, volti e storie di persone e comunità sempre diversi.

Paestum e il fascino dei templi

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Un viaggio indietro nel tempo, quello che il visitatore compie attraversando l’Area Archeologica di Paestum, in provincia di Salerno, che a più di 2500 anni dalla sua fondazione conserva intatto il suo fascino. Tra i parchi archeologici più importanti d’Europa, l’antica Poseidonia è stata dichiarata Patrimonio dell’umanità Unesco e consente di vivere un’esperienza unica tra storia, arte e cultura, ripercorrendo i passi degli antichi greci e romani.

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Fondata dai greci intorno al 600 a.E.V., si chiamava inizialmente Poseidonia, da Poseidone, o Nettuno, dio del mare, al quale la città era stata dedicata. Tra il 400 e il 273 avanti fu occupata dalla popolazione italica dei lucani. Nel 273 divenne colonia romana col nome di Paestum.
Le tracce delle popolazioni che si sono succedute nel corso della storia è evidente nelle costruzioni che compongono il sito archeologico. A dominare sono i tre templi di ordine dorico, edificati nelle due aree santuariali urbane di Paestum, dedicate rispettivamente ad Hera e ad Athena.

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Anche il cosiddetto “Tempio di Nettuno” era in realtà dedicato ad Hera. Costruito in arenaria intorno al 460 a.C., costituisce il più grande tra i templi di Paestum.

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Il Tempio di Athena, edificato intorno al 500 a.C., era in precedenza noto come Tempio di Cerere. È il più piccolo tra gli edifici templari, con colonne doriche nel peristilio e ioniche nella cella.

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Tra le altre particolarità del Sito Archeologico di Paestum ci sono il Foro, una piazza rettangolare sistemata dopo l’insediamento della colonia latina in un settore dell’agorà della città greca, e la Via Sacra, strada delle processioni religiose.

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Di particolare interesse anche l’anfiteatro, la piscina e l’agorà.

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Di fronte l’area archeologica, sorge il Museo Archeologico Nazionale di Paestum, nel quale sono esposti numerosi reperti archeologici rinvenuti a Paestum: vasi, statue, monete, gioielli, ma in particolare le lastre dipinte della cosiddetta Tomba del Tuffatore, unico esempio di pittura di età greca della Magna Grecia.

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Matisse. Arabesque: grande mostra a Roma

015“La preziosità o gli arabeschi non sovraccaricano mai i miei disegni, perché quei preziosismi e quegli arabeschi fanno parte della mia orchestrazione del quadro.” La révélation m’est venue d’Orient scriveva Henri Matisse nel 1947 al critico Gaston Diehl: una rivelazione che non fu uno shock improvviso ma – come testimoniano i suoi quadri e disegni – viene piuttosto da una crescente frequentazione dell’Oriente e si sviluppa nell’arco di viaggi, incontri e visite a mostre ed esposizioni.

Proposta dalle Scuderie del Quirinale, la mostra Matisse. Arabesque è pronta ad aprire i battenti domani, 5 marzo 2015, e resterà aperta al pubblico fino al 5 giugno. In esposizione oltre cento opere di Matisse con alcuni capolavori assoluti – per la prima volta in Italia – dai maggiori musei del mondo: Tate, MET, MoMa, Puškin, Ermitage, Pompidou, Orangerie, Philadelphia, Washington solo per citarne alcuni.

006Matisse. Arabesque, vuole restituire un’idea delle suggestioni che l’Oriente ebbe nella pittura di Matisse: un Oriente che, con i suoi artifici, i suoi arabeschi, i suoi colori, suggerisce uno spazio più vasto, un vero spazio plastico e offre un nuovo respiro alle sue composizioni, liberandolo dalle costrizioni formali, dalla necessità della prospettiva e della “somiglianza” per aprire a uno spazio fatto di colori vibranti, a una nuova idea di arte decorativa fondata sull’idea di superficie pura.

Henri Matisse non era destinato alla pittura. Sarà la sua salute a cambiare il corso della storia. Lavorava come assistente in uno studio legale di Saint-Quentin, quando nel 1890 una grave appendicite lo costringe a letto per quasi un anno. Comincia a dedicarsi alla pittura e dal 1893 frequenta l’atelier del pittore simbolista Gustave Moreau insieme con l’amico Albert Marquet. Si iscrive ufficialmente all’École des Beaux Arts nel 1895, dove insegnano molti Orientalisti.

012In quegli anni vedrà molto Oriente: visita la vasta collezione islamica del Louvre in esposizione permanente e le diverse mostre che, nel 1893-1894 e soprattutto nel 1903, vennero dedicate all’arte islamica al Musée des Arts Decoratifs di Parigi. E poi, all’Esposizione mondiale del 1900, scopre i paesi musulmani nei padiglioni dedicati a Turchia, Persia, Marocco, Tunisia, Algeria ed Egitto. Matisse frequenta anche le gallerie dell’avanguardia, come quella di Ambroise Vollard, dal quale acquista nel 1899 un disegno di Van Gogh, un busto in gesso di Rodin, un quadro di Gauguin e uno di Cézanne, che influenzerà moltissimo l’opera di Matisse.

Viaggia in Algeria (1906), ne riporta ceramiche e tappeti da preghiera che nel disegno e nei colori riempiranno le sue tele da li in poi, in Italia (1907) visita Firenze, Arezzo, Siena e Padova “quando vedo gli affreschi di Giotto non mi preoccupo di sapere quale scena di Cristo ho sotto gli occhi ma percepisco il sentimento contenuto nelle linee, nella composizione, nei colori”. La visita alla grande “Esposizione di arte maomettana” a Monaco di Baviera nel 1910 – la prima mostra di arte mussulmana che influenzerà una generazione di artisti, da Kandinsky a Le Corbusier – sarà il vero spunto per un tipo di decorazione di impianto compositivo assai lontano dalle sue tradizioni occidentali.

009E’ a Mosca nell’autunno 1911 per curare l’installazione in casa Schukin di La danza e La musica. Nel 1912 torna in Africa, stavolta la meta è il Marocco, Tangeri la bianca. Ecco che il tailleur de lumiere, come lo battezza non a caso il genero Georges Duthuit, è sorpreso da una luce dolce e da una natura lussureggiante che andranno ad accentuare la sua cadenza armonica, musicale: “un tono non è che un colore, due toni sono un accordo”. Matisse si lascia alle spalle le destrutturazioni e le deformazioni proprie dell’avanguardia, più interessato ad associazioni con modelli di arte barbarica. Il motivo della decorazione diventa per l’artista la ragione prima di una radicale indagine sulla pittura. E’ dai motivi intrecciati delle civiltà antiche che Matisse coglie i principi di rappresentazione di uno spazio diverso che gli consente di “uscire dalla pittura intimistica” di tradizione ottocentesca.

Il Marocco, l’Oriente, l’Africa e la Russia, nella loro essenza più spirituale e più lontana dalla dimensione semplicemente decorativa, indicheranno a Matisse nuovi schemi compositivi. Arabeschi, disegni geometrici e orditi, presenti nel mondo Ottomano, nell’arte bizantina, nel mondo ortodosso e nei Primitivi studiati al Louvre; tutti elementi interpretati da Matisse con straordinaria modernità in un linguaggio che, incurante dell’esattezza delle forme naturali, sfiora il sublime.

The Cinema Show, a Modena la mostra dedicata alla settima arte

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Douglas Kirkland, Dustin Hoffman, s.d, Galleria civica di Modena

Grande attesa a Modena per “The Cinema Show”, la mostra fotografica che celebra la settima arte e i suoi protagonisti. L’esposizione verrà inaugurata sabato 7 febbraio alle 18.00 a Palazzo Santa Margherita e propone una selezione di opere dalla Raccolta della Fotografia della Galleria civica di Modena, a cura di Daniele De Luigi e Marco Pierini.

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Ugo Mulas, Totò, Milano, 1957, Galleria civica di Modena

Il percorso espositivo abbraccia un secolo di cinema: dal cortometraggio sperimentale “Thaïs” di Anton Giulio Bragaglia, del 1917, lungo tutto il Novecento fino ai film italiani e internazionali degli ultimi anni e ai suoi protagonisti, da Woody Allen a Bill Murray, da Nanni Moretti a Paolo Sorrentino.
Fotografie di scena, ritratti in studio, scatti eseguiti durante le pause sul set oppure in strada di sorpresa, restituiscono un affresco variopinto del mondo del cinema e la sua dimensione sospesa tra realtà e immaginario. Tra i divi e le dive messi in posa ci sono Marlene Dietrich e Carroll Baker, John Huston e Tony Curtis, Totò e Roberto Benigni, Claudia Gerini e Cristiana Capotondi. Klaus Kinsy è ritratto con in braccio il figlio Nanhoï, mentre Marilyn Monroe, Anna Magnani, Audrey Hepburn compaiono “paparazzate”. Celebri registi sono rappresentati sui set dei loro film, in momenti di concentrazione (Visconti, Antonioni), impegnati in intense conversazioni con gli attori (Bertolucci con Depardieu in Novecento, Pasolini con la Callas in Medea) o intenti a illustrare l’esecuzione della scena (Fellini in 8 e ½, i Taviani in Kaos). Anche gli attori compaiono spesso colti sul set, durante la recitazione o in momenti di distrazione, come Eduardo De Filippo che scherza con Mastroianni. Un’ampia sezione della mostra è poi dedicata alla fotografia di scena, con immagini scattate da alcuni dei più grandi interpreti di questo particolare genere fotografico sui set di film come La terra trema e Quarto potere, e a star quali Robert De Niro, Alberto Sordi, Jane Fonda, Charlotte Rampling, Ingrid Bergman.

Leigh Wiener, Marilyn Monroe, 1958, Galleria civica di Modena

Leigh Wiener, Marilyn Monroe, 1958, Galleria civica di Modena

La rassegna presenta l’opera di una quarantina di fotografi, alcuni che hanno dedicato un’intera vita professionale al cinema, altri che nel corso della loro carriera ne hanno ritratto i protagonisti in modo occasionale. Tra i nomi degli autori, Philippe Antonello, Enrico Appetito, Franco Bellomo, Anton Giulio Bragaglia, Jean-François Bauret, Giovanni Cozzi, Chico De Luigi, Franco Fontana, David Gamble, Marcello Geppetti, Pino Guidolotti, Horst P. Horst, Emilio Lari, Erich Lessing, Gina Lollobrigida, Umberto Montiroli, Luciana Mulas, Ugo Mulas, Claude Nori, Gabriele Pagnini, Federico Patellani, John Phillips, Roger Pic, Pierluigi Praturlon, Paul Ronald, Gianfranco Salis, Tazio Secchiaroli, Pino Settanni, Angelo Turetta, Mario Tursi.

La mostra è parte di un progetto avviato nel 2011 volto a mostrare con regolarità il patrimonio della Galleria civica di Modena, e resterà allestita in sala grande a Palazzo Santa Margherita fino al 7 giugno 2015.