Removed, la vita senza smartphone secondo Eric Prickersgill

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Removed è il titolo emblematico dell’ultimo progetto di Eric Prickersgill, fotografo statunitense che attraverso la sua opera ci mostra la solitudine e l’isolamento a cui ci costringono i social media, sensazioni amplificate dalla scelta dell’artista di rimuovere dalle mani dei suoi soggetti smartphone e tablet.

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Il progetto, rivela Prickersgill, non è un attacco nostalgico alle nuove tecnologie. L’intento non è quello di mettere in discussione i social network ma di mostrare, piuttosto, l’attenzione ossessiva che riversiamo verso i nostri cellulari.

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La serie fotografica, racconta l’artista, è stata ispirata da una famiglia in un caffè di New York fissa ad osservare il proprio device: «Erano disconnessi gli uni dagli altri, non parlavano fra di loro e sia il padre che le figlie guardavano lo smartphone mentre la madre sedeva poco lontano senza un telefono da controllare».

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La scena, così sorprendentemente comune, si è stampata nella mente del fotografo tanto che ha deciso di dedicare un intero progetto alle nuove tecnologie che, «mentre ci permettono di interagire con persone lontane da noi, ci costringe a non comunicare con chi ci è accanto».

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Per rappresentare visivamente questo straniamento Eric ha fotografato persone mentre, in un contesto quotidiano, utilizzano smartphone inesistenti per dimostrare come l’attenzione che dedichiamo ai nuovi dispositivi ci alieni completamente dalla realtà che viviamo.

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Steve McCurry, a Milano la mostra dedicata al caffè

Fino al 5 luglio sarà aperta a Milano una mostra del famoso fotogiornalista statunitense Steve McCurry. La mostra si intitola “From These Hands, A Journey Along the Coffee Trail” e si terrà al Museo della Scienza e della Tecnologia. Saranno esposte 62 fotografie scattate da McCurry in 12 paesi diversi che producono caffè: Brasile, Burma, Colombia, Etiopia, Honduras, India, Indonesia, Perù, Sri Lanka, Tanzania, Vietnam, Yemen.

La mostra è organizzata da Lavazza e firmata dall’architetto Fabio Novembre, che ha studiato un allestimento particolare in grado di accompagnare il pubblico nelle atmosfere evocate dagli scatti. Le foto di McCurry sono sempre l’inizio di un viaggio in cui è meraviglioso addentrarsi. Il visitatore potrà ammirare le opere riprodotte su pannelli concepiti come pagine di un volume fuori scala. La bellezza e l’umanità che scaturiscono dalle immagini è amplificata dall’allestimento di forte impatto scenico.

Unico comune denominatore: il caffè. Si tratta infatti delle foto più belle ed evocative scattate da McCurry nel corso di un viaggio che copre un arco temporale di oltre trent’anni sulle strade del caffè, raccolte nell’omonimo volume edito in queste settimane da Phaidon, tra i maggiori editori di arti visive e fotografiche.

Il volume di Phaidon si trasforma in una mostra, che approda a Milano a poche settimane dall’inaugurazione dell’Expo, grazie a Lavazza, che da tredici anni condivide con Steve McCurry questo viaggio nelle terre e tra le persone del caffè. McCurry è infatti il narratore ufficiale del progetto İTierra!, il progetto di sostenibilità realizzato interamente da Lavazza nei paesi produttori di caffè, del quale Steve si è fatto testimone d’eccezione, oltre che compagno di viaggio, rendendolo un vero progetto di sostenibilità culturale. Grazie a questo connubio di sostenibilità, fotografia e cultura, il prezioso lavoro di McCurry è servito infatti a raccontare per immagini le azioni del mondo che vive intorno al caffè, volti e storie di persone e comunità sempre diversi.

The Cinema Show, a Modena la mostra dedicata alla settima arte

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Douglas Kirkland, Dustin Hoffman, s.d, Galleria civica di Modena

Grande attesa a Modena per “The Cinema Show”, la mostra fotografica che celebra la settima arte e i suoi protagonisti. L’esposizione verrà inaugurata sabato 7 febbraio alle 18.00 a Palazzo Santa Margherita e propone una selezione di opere dalla Raccolta della Fotografia della Galleria civica di Modena, a cura di Daniele De Luigi e Marco Pierini.

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Ugo Mulas, Totò, Milano, 1957, Galleria civica di Modena

Il percorso espositivo abbraccia un secolo di cinema: dal cortometraggio sperimentale “Thaïs” di Anton Giulio Bragaglia, del 1917, lungo tutto il Novecento fino ai film italiani e internazionali degli ultimi anni e ai suoi protagonisti, da Woody Allen a Bill Murray, da Nanni Moretti a Paolo Sorrentino.
Fotografie di scena, ritratti in studio, scatti eseguiti durante le pause sul set oppure in strada di sorpresa, restituiscono un affresco variopinto del mondo del cinema e la sua dimensione sospesa tra realtà e immaginario. Tra i divi e le dive messi in posa ci sono Marlene Dietrich e Carroll Baker, John Huston e Tony Curtis, Totò e Roberto Benigni, Claudia Gerini e Cristiana Capotondi. Klaus Kinsy è ritratto con in braccio il figlio Nanhoï, mentre Marilyn Monroe, Anna Magnani, Audrey Hepburn compaiono “paparazzate”. Celebri registi sono rappresentati sui set dei loro film, in momenti di concentrazione (Visconti, Antonioni), impegnati in intense conversazioni con gli attori (Bertolucci con Depardieu in Novecento, Pasolini con la Callas in Medea) o intenti a illustrare l’esecuzione della scena (Fellini in 8 e ½, i Taviani in Kaos). Anche gli attori compaiono spesso colti sul set, durante la recitazione o in momenti di distrazione, come Eduardo De Filippo che scherza con Mastroianni. Un’ampia sezione della mostra è poi dedicata alla fotografia di scena, con immagini scattate da alcuni dei più grandi interpreti di questo particolare genere fotografico sui set di film come La terra trema e Quarto potere, e a star quali Robert De Niro, Alberto Sordi, Jane Fonda, Charlotte Rampling, Ingrid Bergman.

Leigh Wiener, Marilyn Monroe, 1958, Galleria civica di Modena

Leigh Wiener, Marilyn Monroe, 1958, Galleria civica di Modena

La rassegna presenta l’opera di una quarantina di fotografi, alcuni che hanno dedicato un’intera vita professionale al cinema, altri che nel corso della loro carriera ne hanno ritratto i protagonisti in modo occasionale. Tra i nomi degli autori, Philippe Antonello, Enrico Appetito, Franco Bellomo, Anton Giulio Bragaglia, Jean-François Bauret, Giovanni Cozzi, Chico De Luigi, Franco Fontana, David Gamble, Marcello Geppetti, Pino Guidolotti, Horst P. Horst, Emilio Lari, Erich Lessing, Gina Lollobrigida, Umberto Montiroli, Luciana Mulas, Ugo Mulas, Claude Nori, Gabriele Pagnini, Federico Patellani, John Phillips, Roger Pic, Pierluigi Praturlon, Paul Ronald, Gianfranco Salis, Tazio Secchiaroli, Pino Settanni, Angelo Turetta, Mario Tursi.

La mostra è parte di un progetto avviato nel 2011 volto a mostrare con regolarità il patrimonio della Galleria civica di Modena, e resterà allestita in sala grande a Palazzo Santa Margherita fino al 7 giugno 2015.

Fotografie dai grandi spazi, a Milano la mostra dedicata a Walter Bonatti

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Walter Bonatti, Cascate Murchison, Nilo Vittoria, Uganda. Giugno 1966, ©Walter Bonatti/Contrasto

Ampi spazi aperti, panorami mozzafiato, terre lussureggiati, luoghi aridi e impervi. Tutto questo e molto di più è raccontato nelle immagini di Walter Bonatti, a cui è dedicata una mostra a Milano. In corso dal 13 novembre 2014 all’8 marzo 2015, la rassegna dedicata alla figura del grande esploratore e pensatore italiano si tiene a Palazzo della Ragione Fotografia.

L’esposizione dal titolo Walter Bonatti. Fotografie dai grandi spazi, con l’ausilio di video, di documenti inediti e di un allestimento particolarmente coinvolgente, ripercorre il racconto visivo, le vicende esistenziali e le avventure dell’alpinista ed esploratore bergamasco.

Walter Bonatti, Isola di Pasqua, Cile. Novembre 1969, ©Walter Bonatti/Contrasto

Walter Bonatti, Isola di Pasqua, Cile. Novembre 1969, ©Walter Bonatti/Contrasto

“Una mostra che conferma la passione per la bellezza della natura e l’esigenza di una tutela sempre più necessaria e urgente, per un ritorno, ormai non più procrastinabile, a una relazione più rispettosa con il mondo che ci circonda”, ha dichiarato l’assessore alla Cultura Filippo Del Corno.

Le immagini in mostra testimoniano oltre 30 anni di viaggi alla scoperta dei luoghi meno conosciuti e più impervi della Terra e raccontano una passione travolgente per l’avventura insieme alla straordinaria professionalità di un grande reporter.

È difficile separare il ricordo di Walter Bonatti da quello delle sue fotografie. Ed è sorprendente scoprire quanto la sua figura e le sue imprese siano radicate nella memoria di un pubblico tanto differenziato per età e interessi. La persistente popolarità di Bonatti ha più di una spiegazione. Imparò a fotografare e a scrivere le proprie avventure con la stessa dedizione con cui si impadronì dei segreti della montagna: alpinista estremo, spesso solitario, ha conquistato l’ammirazione degli uomini e il cuore delle donne, affascinando nello stesso tempo l’immaginario dei più giovani.

Walter Bonatti, Deserto del Namib, Namibia. AprileMaggio 1972, ©Walter Bonatti/Contrasto

Walter Bonatti, Deserto del Namib, Namibia. AprileMaggio 1972, ©Walter Bonatti/Contrasto

Il mestiere di fotografo per grandi riviste italiane, soprattutto per Epoca, lo portò a cercare di trasmettere la conoscenza di luoghi estremi del nostro pianeta. Al tempo stesso, non smise mai di battersi con forza per tramandare la vera storia, troppe volte nascosta, della conquista del K2 e del tradimento dei compagni di spedizione.

Molte tra le sue folgoranti immagini sono grandiosi “autoritratti ambientati” e i paesaggi in cui si muove sono insieme luoghi di contemplazione di scoperta. Bonatti si pone davanti e dietro l’obiettivo: in un modo del tutto originale è in grado di rappresentare la sua fatica e la gioia per una scoperta, ma al tempo stesso sa cogliere le geometrie e le vastità degli orizzonti che va esplorando.

Il talento per la narrazione, l’amore per le sfide estreme, l’interesse per la fotografia come possibilità di scoprire e testimoniare per sé e per gli altri. Una passione, e probabilmente anche un’esigenza, nata già negli anni dell’alpinismo (con i trionfi e le amarezze che li segnarono), con le foto scattate sulle pareti più difficili, e poi consolidata nel tempo, con i racconti d’imprese affascinanti e impossibili.

Henri Cartier-Bresson, grande mostra a Roma

10406767_10203288624649734_2208135943668014810_nLa mostra retrospettiva su Henri Cartier-Bresson a cura dello storico della fotografia Clément Chéroux, al momento al Centre Pompidou di Parigi al Musèe National d’Art Moderne, arriverà a Roma dal 26 settembre 2014 al 6 gennaio 2015.

La grande esposizione, promossa da Roma Capitale Assessorato alla Cultura, Creatività e Promozione Artistica – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e prodotta da Contrasto e Zètema Progetto Cultura, viene presentata a dieci anni esatti dalla morte di Henri Cartier-Bresson. Clément Chéroux è storico della fotografia e curatore presso il Centre Pompidou, Musée national d’art moderne.

La mostra propone una nuova lettura dell’immenso corpus di immagini che Cartier-Bresson ci ha lasciato: copre l’intero percorso professionale del grande fotografo ed è  il frutto di un lungo lavoro di ricerca svolto dal curatore nel corso di molti anni di studio nell’archivio di Cartier-Bresson. Saranno esposte oltre 500 tra fotografie, disegni, dipinti, film e documenti, riunendo le più importanti icone ma anche le immagini meno conosciute del grande maestro.

Le mostre retrospettive dedicate a Henri Cartier-Bresson, fin’ora hanno sempre cercato di dimostrare il senso di unità del suo lavoro sottolineando la sua abilità nel cogliere i “momenti decisivi”. Questa esposizione vuole mostrare invece come ci sia stato non uno ma diversi Cartier-Bresson: il fotografo, vicino al movimento Surrealista intorno agli anni Trenta, il militante documentarista della Guerra civile spagnola e della Seconda guerra mondiale, il reporter degli anni Cinquanta e Sessanta e infine, cominciando negli anni Settanta, l’artista più intimista.

Informazioni

Luogo
Museo dell’Ara Pacis

Orario
Dal 26 settembre 2014 al 6 gennaio 2015
Martedì-domenica 9.00-19.00

La biglietteria chiude un’ora prima
Chiuso il lunedì

National Geographic, la mostra dei 125 anni a Roma

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Documentare, raccontare, emozionare. Da 125 anni è questa la missione della National Geographic Society che in occasione del suo compleanno offre a tutti gli appassionati una mostra che ripercorre la lunga storia del magazine, approdato in Italia 15 anni fa. Una storia fatta di grandi spedizioni e scoperte, dell’esplorazione di luoghi esotici e remoti, di popoli e culture sconosciuti, di storia, di natura, di ecologia, di ambiente e di altri grandi temi di attualità globale, dalle carestie alla scomparsa degli habitat naturali. Ma soprattutto, una storia fatta di fotografie, che meglio di ogni altro mezzo hanno contribuito a rendere la cornice gialla di National Geographic un marchio stimato e conosciuto in tutto il mondo.

fotografia di Joanna Pinneo

fotografia di Joanna Pinneo

Visitabile dal 28 settembre al 2 marzo al Palazzo delle Esposizioni di Roma, La Grande Avventura è una mostra che offre, attraverso centoventicinque fotografie, un nuovo punto di vista sul mondo, ricco di popoli, culture, religioni, odori, storie, animali, paesaggi, montagne, abissi, deserti, città, metropoli, foreste.

La mostra – spiega il curatore Guglielmo Pepe – è diversa dalle cinque precedenti, perché non è soltanto di immagini: è più un’esposizione fotografico-storica, che farà partecipare i visitatori a un “viaggio” iniziato 125 anni fa a Washington, e continuato in tanti paesi di ogni continente. Seguendo un percorso narrativo semplice e chiaro (125 scatti, pannelli espositivi, cover della rivista, schermi televisivi, touch screen), potrete verificare perché quando parliamo di NG ci riferiamo a una “grande avventura”. Affiancata da un’avventura più breve, comunque significativa: i 15 anni dell’edizione italiana della rivista. Perciò più che un catalogo, quello che avete tra le mani somiglia a un libro di storia: con immagini e parole focalizza momenti salienti, tappe importanti, volti significativi, protagonisti umani e animali». Oltre alle foto, quindi, l’esposizione includerà copertine in grande formato e presentazioni multimediali con il meglio della produzione italiana di questi 15 anni.

fotografia di Paul Nicklen

fotografia di Paul Nicklen

La mostra, che promette di affascinare i visitatori con le immagini più belle di sempre, nasconde anche un altro messaggio. «Noi siamo gli esseri più intelligenti del Pianeta, però non i migliori – prosegue Pepe – Dobbiamo avere maggior rispetto nei confronti degli altri esseri viventi, perché il destino di Madre Terra è in primo luogo nelle nostre mani. Non ci è permesso di ignorare, o fingere di ignorare, che non siamo i padroni. Ricordiamoci che il patrimonio che abbiamo a disposizione non è inesauribile. Dunque se dopo la mostra vedrete con occhi diversi – più empatici, più comprensivi – tutte le specie viventi, sarà missione compiuta. E vorrà dire che la speranza di avere un mondo migliore è ancora viva».

Nelson Mandela e l’Apartheid: la mostra a Milano

ap4Ci sono parole in grado di evocare fantasmi, di richiamare alla memoria ricordi dolorosi, di far rabbrividire chi le ascolta. Apartheid è una di queste. L’Apartheid, parola olandese composta da “separato” (apart) e “quartiere” (heid), è stata la piattaforma politica del nazionalismo afrikaner prima e dopo la seconda guerra mondiale. Un sistema creato appositamente per promuovere la segregazione razziale e mantenere il potere nelle mani dei bianchi.

Proprio all’ascesa e alla caduta dell’Apartheid è dedicata un’eccezionale mostra fotografica in corso al Pac di Milano. Pietra miliare nel suo genere e frutto di oltre sei anni di ricerche, il progetto raccoglie il lavoro di quasi 70 fotografi, artisti e registi, dimostrando il potere dell’immagine – dal saggio fotografico al reportage, dall’analisi sociale al fotogiornalismo e all’arte – di registrare e analizzare l’eredità dell’apartheid e i suoi effetti sulla vita quotidiana in Sud Africa.

ap2Complessa, intensa, evocativa e drammatica, la mostra analizza oltre 60 anni di produzione illustrata e fotografica ormai parte della memoria storica e della moderna identità sudafricana. Fotografie, opere d’arte, film, video, documenti, poster e periodici: un ricco mosaico di materiali, molti dei quali raramente esposti insieme, documenta uno dei periodi storici più importanti del ventesimo secolo, le sue conseguenze tuttora durature sulla società sudafricana e l’importanza del ruolo di Nelson Mandela, simbolo di speranza e della lotta contro l’ingiustizia, eroe della resistenza contro il regime sudafricano.

Nel 1948, dopo la vittoria a sorpresa dell’Afrikaner National Party, l’apartheid è stata introdotta come politica ufficiale del Sudafrica e si è imposta attraverso un’ampia serie di programmi legislativi. Col tempo il sistema dell’apartheid è diventato sempre più spietato e violento nei confronti degli africani e delle altre comunità non bianche. Non ha solo trasformato il moderno significato politico di cittadinanza, ma ha anche inventato una società completamente nuova sia a livello pratico che a livello giuridico: una riorganizzazione delle strutture civili, economiche e politiche che ha coinvolto anche gli aspetti più mondani dell’esistenza, dalla casa al tempo libero, dai trasporti all’istruzione, dal turismo alla religione e ai commerci. L’apartheid ha trasformato le istituzioni mantenendole in vita con l’unico scopo di negare e privare dei propri diritti civili di base africani, meticci e asiatici.

ap1È in questo contesto che nasce la fotografia del Sud Africa così come la conosciamo oggi. La mostra parte dall’idea che la salita al potere del Partito Nazionale Afrikaner e la conseguente introduzione dell’apartheid come suo fondamento legale abbiano modificato la percezione del paese da una realtà puramente coloniale, basata sulla segregazione razziale, a una realtà vivacemente dibattuta, basata su ideali di uguaglianza, democrazia e diritti civili. La fotografia ha colto quasi immediatamente questo cambiamento e ha trasformato il proprio linguaggio da mezzo puramente antropologico a strumento sociale. Questa è la ragione per cui nessuno ha saputo cogliere la situazione del Sud Africa e della lotta all’apartheid meglio, in modo più critico e incisivo, con una profonda complessità illustrativa e una penetrante introspezione psicologica, di quanto abbiano fatto i fotografi sudafricani. Lo scopo della mostra è quello di far conoscere i protagonisti di questo straordinario cambiamento.

ap3L’esposizione si basa in grandissima parte sul lavoro di fotografi sudafricani offrendo una rilettura del racconto confezionato dal regime e rendendo omaggio al ruolo svolto dalla fotografia stessa nel dare vita ad un ritratto della popolazione negli anni tra il 1948 e il 1994.

“Rise and Fall of Apartheid: Photography and the Bureaucracy of everyday life”, rassegna ampia e dettagliatissima, curata nei minimi particolari, è frutto di sei anni di ricerche. Ideata dall’International Center of Photography di New York, arriva a Milano dopo il successo riscosso negli Stati Uniti.