Matisse. Arabesque: grande mostra a Roma

015“La preziosità o gli arabeschi non sovraccaricano mai i miei disegni, perché quei preziosismi e quegli arabeschi fanno parte della mia orchestrazione del quadro.” La révélation m’est venue d’Orient scriveva Henri Matisse nel 1947 al critico Gaston Diehl: una rivelazione che non fu uno shock improvviso ma – come testimoniano i suoi quadri e disegni – viene piuttosto da una crescente frequentazione dell’Oriente e si sviluppa nell’arco di viaggi, incontri e visite a mostre ed esposizioni.

Proposta dalle Scuderie del Quirinale, la mostra Matisse. Arabesque è pronta ad aprire i battenti domani, 5 marzo 2015, e resterà aperta al pubblico fino al 5 giugno. In esposizione oltre cento opere di Matisse con alcuni capolavori assoluti – per la prima volta in Italia – dai maggiori musei del mondo: Tate, MET, MoMa, Puškin, Ermitage, Pompidou, Orangerie, Philadelphia, Washington solo per citarne alcuni.

006Matisse. Arabesque, vuole restituire un’idea delle suggestioni che l’Oriente ebbe nella pittura di Matisse: un Oriente che, con i suoi artifici, i suoi arabeschi, i suoi colori, suggerisce uno spazio più vasto, un vero spazio plastico e offre un nuovo respiro alle sue composizioni, liberandolo dalle costrizioni formali, dalla necessità della prospettiva e della “somiglianza” per aprire a uno spazio fatto di colori vibranti, a una nuova idea di arte decorativa fondata sull’idea di superficie pura.

Henri Matisse non era destinato alla pittura. Sarà la sua salute a cambiare il corso della storia. Lavorava come assistente in uno studio legale di Saint-Quentin, quando nel 1890 una grave appendicite lo costringe a letto per quasi un anno. Comincia a dedicarsi alla pittura e dal 1893 frequenta l’atelier del pittore simbolista Gustave Moreau insieme con l’amico Albert Marquet. Si iscrive ufficialmente all’École des Beaux Arts nel 1895, dove insegnano molti Orientalisti.

012In quegli anni vedrà molto Oriente: visita la vasta collezione islamica del Louvre in esposizione permanente e le diverse mostre che, nel 1893-1894 e soprattutto nel 1903, vennero dedicate all’arte islamica al Musée des Arts Decoratifs di Parigi. E poi, all’Esposizione mondiale del 1900, scopre i paesi musulmani nei padiglioni dedicati a Turchia, Persia, Marocco, Tunisia, Algeria ed Egitto. Matisse frequenta anche le gallerie dell’avanguardia, come quella di Ambroise Vollard, dal quale acquista nel 1899 un disegno di Van Gogh, un busto in gesso di Rodin, un quadro di Gauguin e uno di Cézanne, che influenzerà moltissimo l’opera di Matisse.

Viaggia in Algeria (1906), ne riporta ceramiche e tappeti da preghiera che nel disegno e nei colori riempiranno le sue tele da li in poi, in Italia (1907) visita Firenze, Arezzo, Siena e Padova “quando vedo gli affreschi di Giotto non mi preoccupo di sapere quale scena di Cristo ho sotto gli occhi ma percepisco il sentimento contenuto nelle linee, nella composizione, nei colori”. La visita alla grande “Esposizione di arte maomettana” a Monaco di Baviera nel 1910 – la prima mostra di arte mussulmana che influenzerà una generazione di artisti, da Kandinsky a Le Corbusier – sarà il vero spunto per un tipo di decorazione di impianto compositivo assai lontano dalle sue tradizioni occidentali.

009E’ a Mosca nell’autunno 1911 per curare l’installazione in casa Schukin di La danza e La musica. Nel 1912 torna in Africa, stavolta la meta è il Marocco, Tangeri la bianca. Ecco che il tailleur de lumiere, come lo battezza non a caso il genero Georges Duthuit, è sorpreso da una luce dolce e da una natura lussureggiante che andranno ad accentuare la sua cadenza armonica, musicale: “un tono non è che un colore, due toni sono un accordo”. Matisse si lascia alle spalle le destrutturazioni e le deformazioni proprie dell’avanguardia, più interessato ad associazioni con modelli di arte barbarica. Il motivo della decorazione diventa per l’artista la ragione prima di una radicale indagine sulla pittura. E’ dai motivi intrecciati delle civiltà antiche che Matisse coglie i principi di rappresentazione di uno spazio diverso che gli consente di “uscire dalla pittura intimistica” di tradizione ottocentesca.

Il Marocco, l’Oriente, l’Africa e la Russia, nella loro essenza più spirituale e più lontana dalla dimensione semplicemente decorativa, indicheranno a Matisse nuovi schemi compositivi. Arabeschi, disegni geometrici e orditi, presenti nel mondo Ottomano, nell’arte bizantina, nel mondo ortodosso e nei Primitivi studiati al Louvre; tutti elementi interpretati da Matisse con straordinaria modernità in un linguaggio che, incurante dell’esattezza delle forme naturali, sfiora il sublime.

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Cat Art Show, a Los Angeles la mostra dedicata ai gatti

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I gatti spopolano sul web. A loro sono dedicate centinaia di pagine Facebook, i loro video sono sempre i più visti e condivisi. Una vera felino-mania che impazza anche tra gli artisti di tutto il mondo. Ai mici Los Angeles dedica un’intera mostra, la CAT ART SHOW, che celebra i gatti sia nel loro ruolo di animali domestici che in quello di muse ispiratrici.

Scostanti in un momento e adorabili quello successivo, con il loro comportamento sono stati una fonte d’ispirazione costante per il lavoro di molti artisti che hanno ritratto la loro agilità fisica, la loro indolenza e la loro innata sensibilità di predatori.

I gatti sono parte della nostra vita da migliaia di anni. Gli egiziani li consideravano dei, come Bastet la dea della guerra. Secoli più tardi, artisti come Pierre-Auguste Renoir, Utagawa Kuniyoshi e Pablo Picasso hanno reso i gatti protagonisti dei loro capolavori, a volte mostrandoli come compagni, altre volte adoperandoli come simboli di realtà più profonde.

La mostra di Los Angeles, che sarà inaugurata il 25 febbraio, esporrà i lavori degli artisti Alan Aldridge, Anita Kunz, Antony Micallef, Bovey Lee, Brandon Boyd, Britt Ehringer, Buff Monster, Christian Guémy (C215), Charlotte Dumas, Christian Furr, Clayton Brothers, Dana Veraldi, Daniel Maidman, Dean Russo, Diane Hoeptner, FAILE, Fedele Spadafora, Frank Stefanko, Gary Baseman, Guy Denning, Heather Mattoon, Ingrid Allen, Jamie Fales, Jason Shawn Alexander, Jay Batlle, Jenny Parks, Jill Greenberg, Joann Biondi, Jonathan Gent, Jonathan Yeo, Joshua Petker, JOW, Justin Bower, Katherine Streeter, Kathleen Melian, Ken Solomon, Kevin Earl Taylor, Kimberly Brooks, Langley Fox, Larissa Bates, Lisa Borgnes Giramonti, Liz Markus, Luke Chueh, Ly Quan, Marc Dennis, Marion Peck, Martin Eder, Mattia Biagi, Melinda Lerner, Mercedes Helnwein, Michael Wolf, Misako Inaoka, Natalia Fabia, Nicholas Bowers, Nicholas Chistiakov, Noel Fielding, Rachel Schlueter, Ramsey Dau, Ray Caesar, Rebecca Urias, Rob Reger, Robert Standish, Ryan Metke, Sage Vaughn, Scott Stulen, Shepard Fairey, Steve Schapiro, Tim Biskup, Tracey Emin, Vera Iliatova.

Molti di questi artisti, come Mercedes Helnwein, Jonathan Gent e FAILE, non hanno mai sviluppato il tema del gatto nella loro carriera. Altri addirittura hanno ammesso di preferire i cani pur ammirando la forma e la sinuosità dei gatti, che meritano di diventare soggetti artistici. La Cat Art Show di Los Angeles rappresenta una lettura moderna dell’importanza dei gatti nella nostra vita.

Verso Monet: in mostra i paesaggi più belli della storia dell’arte

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Paesaggi mozzafiato che incantano, fanno sognare e diventano protagonisti di opere d’arte memorabili. Alla storia del paesaggio in pittura è dedicata la mostra “Verso Monet. Storia del paesaggio dal Seicento al Novecento”, visitabile fino al 9 febbraio 2014 (con replica a Vicenza, in Basilica Palladiana, dal 22 febbraio al 4 maggio 2014), alla Gran Guardia di Verona.

Novanta dipinti, 10 disegni per raccontare la raffigurazione del paesaggio attraverso cinque secoli di storia dell’arte ed esperienze geograficamente lontane ma vicine per lingua e sentimento”.

La mostra prende avvio da un’opera di Annibale Carracci e una di Domenichino per sottolineare come in pittura, tra fine Cinquecento e inizio Seicento, la natura cominci ad assumere un ruolo autonomo, non più limitata a puro fondale scenografico.

Poi la prima sezione, quella sul Seicento, divisa, riflettendo sul concetto di falso e vero della natura, tra Poussin, Lorrain e Salvator Rosa da un lato (appunto nella direzione del nuovo paesaggio di Carracci e Domenichino) e i grandi olandesi dall’altro (soprattutto ovviamente Jacob van Ruisdael e il suo studio dal vero). Con una integrazione importante riservata al disegno, per esempio di Rembrandt, per sottolineare questo ambito fondamentale nella nuova definizione del paesaggio, legato appunto alla verità del racconto.

CANALETTO_001mLa seconda sezione, quella sul Settecento, propone numerose e bellissime vedute dei veneziani, da Canaletto a Bellotto a Guardi, ancora sul rapporto, come in Olanda nel secolo precedente, tra arte, scienza ed empirismo. Venezia giganteggia qui in tutto il suo splendore.

Quindi l’affascinate sequenza di sale sull’Ottocento, il cosiddetto secolo della natura: dapprima l’ambito romantico con i sublimi Friedrich e Turner e poi la mediazione con il realismo attraverso Constable. E nella grande parte sul realismo, le combinazioni, con date identiche, per esempio tra i pittori americani e quelli scandinavi, e poi ovviamente Corot, Courbet e Millet in Francia, i loro rapporti con i pittori dell’est Europa, a segnare le molte strade della descrizione della realtà a metà secolo.

VAN_GOGH_1864mInfine, la epocale novità impressionista, dapprima con i quadri degli anni sessanta e inizio settanta (Pissarro, Sisley, Caillebotte, Manet), poi gli anni ottanta. “Su questo decennio insisto molto nel percorso espositivo – spiega Marco Goldin, curatore della mostra – illustrandolo con quadri molto belli e famosi di Cézanne, Renoir, Van Gogh, Gauguin, Degas. Per indicare la caduta del dogma del plein-air e l’entrare nella modernità, quando il paesaggio diventa anche una proiezione della mente”.

L’esposizione si chiude con le 25 opere di Monet, vera e propria mostra nella mostra, per dire che dalla tradizione legata alla realtà (l’Olanda seicentesca, la foresta di Fontainebleau) in lui si passa alla dissoluzione della materia attraverso l’abbandono del plein-air totale. Monet, che aveva teorizzato negli anni sessanta e settanta del XIX secolo la necessità assoluta di stare davanti, e in mezzo, alla natura per dipingerla, alla fine della sua vita, prima con le Cattedrali e poi con le Ninfee (tutte presenti in mostra), ritorna a una contaminazione tra vero della natura e artificio. A chi gli chiedeva se dipingesse ancora dal vero, rispondeva che questo non era interessante, perché “il risultato è tutto”.

A Londra i mosaici di luce di Stefano Curto

foto carpet bassa risoluzioneHouse of the Nobleman di Londra presenta Renewal of the Sacred, un appuntamento espositivo che propone le opere due artisti di fama internazionale: Stefano Curto e Oksana Mas. Una mostra che, inserita nel contesto di una delle più significative fiere dedicate all’arte contemporanea a livello mondiale quale Frieze Art Fair, ben rappresenta il XXI secolo volgendo lo sguardo al tema della spiritualità e al più tradizionale pensiero rinascimentale.

L’esposizione, in programma dal 18 ottobre al 18 novembre 2013 presso il leggendario art-restaurant The Collection di Londra,  permette ai visitatori di ammirare per la prima volta a un’accurata selezione di 14 opere di Stefano Curto in cui spiccano la forza e la suggestione di Sindone Nera. Si tratta di un capolavoro realizzato con innumerevoli cristalli neri, e prossimo a divenire parte della collezione del Vaticano, che offre un’interpretazione contemporanea del volto di Cristo impresso sulla Sindone. A dialogare idealmente con le opere di Curto, è presente un gruppo di lavori realizzati da Oksana Mas, artista ucraina nota per la sua colossale installazione di 93 metri, in continua espansione, su Altar of Nations, realizzata interamente con uova dipinte e modellate da Jan Van Eyck’s Ghent Altarpiece.

Sia Curto che Mas hanno ricevuto diversi consensi a livello internazionale per il loro lavoro innovativo, che coinvolge la relazione tra oggetti dissociativi e la metafisica; due artisti che ricorrono a tecniche esecutive molto diverse fra loro, ma entrambi accomunati dalla necessità di un approccio tattile con la materia per esprimere il loro mondo spirituale. Attraverso percorsi ed esperienze diversi, Curto e Mas cercano di stemperare i confini tra la creazione e l’interpretazione mentale, plasmando le proprie filosofie nella vita e nell’arte. Con l’ausilio di una narrativa che deriva dall’osservazione, Mas riesce a rievocare il ricordo degli aspetti immutabili della realtà che già esistono in ciascuno di noi. Al contrario, il percorso artistico di Curto porta il lavoro a una dimensione drammatica, che mette in evidenza le qualità effimere dell’umanità.  

Stefano Curto, bagliori di luce e di infinito – Stefano Curto, classe 1966, è nato a Treviso dove ha iniziato a sviluppare il suo percorso multiforme di artista, musicista e viaggiatore. La sua passione per le gemme è iniziata in giovane età dopo aver aperto con successo un atelier dove ha lavorato come “stilista del cristallo”, realizzando importanti progetti per i più noti marchi di alta moda. Oggi Curto è noto per la sua complessità concettuale e per la precisione della sua tecnica esecutiva che lo conducono a realizzare capolavori di livello internazionale, eseguiti interamente con cristalli colorati incastonati su plexiglas. L’esplosione creativa dell’artista consiste nella perfetta combinazione di elementi materiali – i cristalli – con un’incessante ricerca interiore vissuta secondo modalità complesse, a volte oscure e nascoste. I suoi numerosi viaggi, in particolare in Asia e la comprensione delle filosofie orientali, amplificano questo approccio avvicinandolo a una fusione perfetta tra lo spirito, la mente e il divino. L’arte di Curto mette in discussione le idee di resurrezione, di vita dopo la morte e la perpetuità dello spirito. Nel suo lavoro assume grande importanza anche la musica nel tentativo di trovare una connessione con l’axis mundi, il punto di collegamento fra cielo e terra.

image001Renewal of the Sacred evidenzia l’instancabile lavoro di Curto per realizzare le sue creazioni. In particolare The Marvellous Flight of Coexistence, un’opera esposta alla Biennale di Venezia del 2011, raffigura un tappeto indiano di preghiera e realizzato con 120.000 cristalli e pietre iridescenti incastonati a mano in un pannello di plexiglas. Molti dei suoi mosaici di luce traggono vita da ispirazioni mistiche, percepite nel corso dei suoi numerosi viaggi. Tra questi si annovera Il Distruttore del Falso, rappresentazione di un’antica e feroce divinità mongola costituita da 118.000 piccole pietre. Nell’esposizione si può ammirare anche Amniotic Stardust, pezzo di grande bellezza basato sull’idea che la tranquillità non è una questione di intensità, ma soprattutto di equilibrio, di verità legata al ritmo e all’armonia. Vertice della mostra è sicuramente Sindone Nera, forse l’opera più importante della produzione artistica di Curto raffigurante il volto di Cristo. I bagliori di 18.000 cristalli neri dalle innumerevoli forme e dimensioni evocano un senso di mistero, richiamano la luce e le stelle; tutti temi che costituiscono forze potenti nei lavori dell’artista. «Nella rappresentazione delle forme frattali del cosmo che si prestano perfettamente alla mia tavolozza – afferma Stefano Curto – io cerco l’armonia e il senso di questo frammento di vita. Provo a farlo pensando all’iconografia di tutte le religioni che nel corso dei millenni hanno cercato di darci risposte e che hanno generato miti o grande distruzione. Queste sono forme che rappresentano la metamorfosi di un corpo che invecchia nella percezione che il presente è già passato. La nostra specie, questa polvere di intelligenza persa in un cosmo infinito e sconosciuto, a mio parere non può essere altro che un fine in sé».

National Geographic, la mostra dei 125 anni a Roma

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Documentare, raccontare, emozionare. Da 125 anni è questa la missione della National Geographic Society che in occasione del suo compleanno offre a tutti gli appassionati una mostra che ripercorre la lunga storia del magazine, approdato in Italia 15 anni fa. Una storia fatta di grandi spedizioni e scoperte, dell’esplorazione di luoghi esotici e remoti, di popoli e culture sconosciuti, di storia, di natura, di ecologia, di ambiente e di altri grandi temi di attualità globale, dalle carestie alla scomparsa degli habitat naturali. Ma soprattutto, una storia fatta di fotografie, che meglio di ogni altro mezzo hanno contribuito a rendere la cornice gialla di National Geographic un marchio stimato e conosciuto in tutto il mondo.

fotografia di Joanna Pinneo

fotografia di Joanna Pinneo

Visitabile dal 28 settembre al 2 marzo al Palazzo delle Esposizioni di Roma, La Grande Avventura è una mostra che offre, attraverso centoventicinque fotografie, un nuovo punto di vista sul mondo, ricco di popoli, culture, religioni, odori, storie, animali, paesaggi, montagne, abissi, deserti, città, metropoli, foreste.

La mostra – spiega il curatore Guglielmo Pepe – è diversa dalle cinque precedenti, perché non è soltanto di immagini: è più un’esposizione fotografico-storica, che farà partecipare i visitatori a un “viaggio” iniziato 125 anni fa a Washington, e continuato in tanti paesi di ogni continente. Seguendo un percorso narrativo semplice e chiaro (125 scatti, pannelli espositivi, cover della rivista, schermi televisivi, touch screen), potrete verificare perché quando parliamo di NG ci riferiamo a una “grande avventura”. Affiancata da un’avventura più breve, comunque significativa: i 15 anni dell’edizione italiana della rivista. Perciò più che un catalogo, quello che avete tra le mani somiglia a un libro di storia: con immagini e parole focalizza momenti salienti, tappe importanti, volti significativi, protagonisti umani e animali». Oltre alle foto, quindi, l’esposizione includerà copertine in grande formato e presentazioni multimediali con il meglio della produzione italiana di questi 15 anni.

fotografia di Paul Nicklen

fotografia di Paul Nicklen

La mostra, che promette di affascinare i visitatori con le immagini più belle di sempre, nasconde anche un altro messaggio. «Noi siamo gli esseri più intelligenti del Pianeta, però non i migliori – prosegue Pepe – Dobbiamo avere maggior rispetto nei confronti degli altri esseri viventi, perché il destino di Madre Terra è in primo luogo nelle nostre mani. Non ci è permesso di ignorare, o fingere di ignorare, che non siamo i padroni. Ricordiamoci che il patrimonio che abbiamo a disposizione non è inesauribile. Dunque se dopo la mostra vedrete con occhi diversi – più empatici, più comprensivi – tutte le specie viventi, sarà missione compiuta. E vorrà dire che la speranza di avere un mondo migliore è ancora viva».

Leonardo, 52 disegni in mostra a Venezia

leonardo_da_vinci_le_proporzioni_del_corpo_umano_secondo_vitruvioCon 52 fogli autografi di Leonardo da Vinci, tra cui il celeberrimo Uomo Vitruviano, prende il via il 29 agosto, alle gallerie dell’Accademia di Venezia, la grande rassegna che dopo oltre trent’anni riunisce i disegni più importanti del genio rinascimentale.

La mostra, dal titolo “Leonardo Da Vinci. L’Uomo universale”, esporrà 52 disegni di Leonardo, dieci anche recto e verso, per evidenziare il vero modo del momento creativo nel suo essere.

Il nucleo veneziano, magistrale per qualità, è formato da 25 disegni che non sono più stati esposti tutti insieme dal lontano 1980, formano un excursus delle tappe della carriera dell’artista fino all’ultimo periodo francese. Tra tutti eccelle il celeberrimo Uomo Vitruviano. Il percorso indicato dai fogli veneziani è  arricchito e completato da altri prestigiosi disegni di tematica affine e di qualità eccelsa, prestati da importanti musei italiani e stranieri, quali Biblioteca Reale di Torino e il Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi di Firenze, le collezioni Reali di Windsor Castle, il British Museum di Londra, il Musée du Louvre, l’Ashmolean Museum di Oxford. 

Con gli occhi sui disegni esposti, immaginare di osservare Leonardo alle sue spalle con carta e penna mentre schizza, cancella, scrive, passando continuamente da un’idea all’altra, fa entrare appieno nel tumulto della sua magia creativa. Come se il visitatore sfogliasse il diario personale dell’artista, che fa trapelare il pensiero recondito dell’artista nell’immediatezza del suo tramutarsi in forma percepibile, per sé, e per gli altri.  

Una mostra imperdibile che si può ammirare una sola volta in una generazione. Per un motivo oggettivo: i disegni, prima e dopo l’esposizione pubblica devono necessariamente ritornare, per molti anni, al buio assoluto dei caveaux climatizzati nei quali sono opportunamente custoditi. È una regola imposta dalla priorità che deve essere giustamente data alla conservazione di opere fragilissime e preziosissime.

Storia dell’Italia che ce l’ha fatta: la mostra ad Asti

Fabio Mauri, cassetta objects achetès, 1959_60,CSAC, Università di Parma, sezione Arte

1945 -1970: sono gli anni in cui si afferma il Made in Italy. In origine la definizione di è soltanto un marchio sopra i prodottidi origine italiana, richiesto all’industria nell’ambito del commercio estero con nazioni europee come Germania e Inghilterra, che vogliono chiaramente indicare al loro pubblico l’origine non nazionale dei prodotti del Belpaese. Una diffidenza che, con l’aumento della qualità della produzione italiana e del generale riconoscimento internazionale, si trasforma in segno di esclusività e garanzia di qualità.

Da qui La Rinascita. Storie dell’Italia che ce l’ha fatta: vent’anni di produzione artistica e industriale che hanno consacrato l’Italia come patria del design, della moda, della creatività. Un’esposizione che si protrarrà fino al 3 novembre 2013 e coinvolge tre palazzi nel centro storico di Asti: Palazzo Mazzetti, Palazzo Alfieri, Palazzo Ottolenghi.

FIAT la nuova 500, 1957, Archivio FiatL’entusiasmo generato dal successo assolutamente imprevisto del Made in Italy, contamina anche la produzione culturale di quella generazione, scatenando una positiva evoluzione nell’ambito editoriale, del cinema, dell’arte, della fotografia, dello spettacolo in generale e infine nel costume e nella società che durerà per decenni, andando a delineare quell’Italian Lifestyle, che scalerà l’immaginario globale conquistandosi il titolo, talvolta troppo idealizzato, di migliore stile di vita possibile. Il mondo del cinema, la grande pubblicità, l’arte e la fotografia anticipano e sviluppano questo fervore nuovo, raccontando un’Italia inedita, fertile e creativa, un popolo pieno di entusiasmo e di fiducia che affronta la sfida del decollo industriale, del consumo di massa, del mutamento degli stili di vita dei giovani, con una leggerezza e una spinta propulsiva che sembra non lasciare troppo spazio alla riflessione e che non mancherà poi di creare motivi di scompensi e disordini sociali negli anni Settanta. Ma quali sono stati i processi che hanno reso possibile questo fenomeno? Quali le storie imprenditoriali? Quali le scoperte? E soprattutto, in un momento di crisi come questo è possibile che il miracolo si ripeta?

Piaggio,vespa 98 cc, prototipo pre-serie progettato da Corradino,1 d'Ascanio, 1945Questa mostra sarà il racconto di quel repentino cambiamento, di una trasformazione generale dell’immaginario collettivo che passa dalla bicicletta alla Vespa, da “Ladri di biciclette” a “La Dolce Vita”, da Carla Boni a Caterina Caselli e tutto questo con la fiducia incondizionata in una trasformazione che non avrebbe portato altro che benefici e nuove speranze. È la storia dell’affermarsi di prodotti originali italiani che diventano veri e propri status globali come il pneumatico Cinturato Pirelli, la macchina per scrivere Lettera Olivetti. Prodotti e brevetti che saranno esposti ad Asti e giungeranno da Fondazioni Aziendali e direttamente dall’Archivio di stato di Roma. Accanto a questi prodotti che racconteranno la trasformazione della quotidianità e della produttività italiana, anche le opere d’arte figurativa, del cinema, della letteratura e il diffondersi della comunicazione di massa, della televisione nelle abitazioni e della radio.

L’esposizione avrà tre linguaggi espositivi precisi, distinti e dialoganti tra loro, ciascuno utilizzato in uno dei tre edifici storici che costituiscono il percorso della mostra. Una mostra urbana che si snoda lungo Corso Alfieri, cuore storico della città, su cui affacciano Palazzo Mazzetti, Palazzo Alfieri e Palazzo Ottolenghi.