Rapina una prostituta e picchia un trans: denunciato giocatore del Lecce

drame--330x185Un calciatore che guadagna milioni di euro all’anno e una prostituta che per sopravvivere è costretta a vendere il proprio corpo sono i protagonisti di una vicenda surreale eppure ricorrente in cui i più deboli finiscono sempre per soccombere alla prepotenza dei ricchi.
L’attaccante del Lecce, Ousmane Dramé, di 21 anni, è stato denunciato dalla polizia con l’accusa di aver rapinato una prostituta alla quale aveva chiesto un rapporto sessuale in cambio del suo iPhone 5. Il calciatore, cittadino francese, non solo non ha pagato la nigeriana, ma è scappato in bicicletta con la borsa della donna. Un transessuale, amico della prostituta, ha rincorso e bloccato il calciatore, che ha reagito spingendo l’uomo a terra e provocandogli lesioni.
Immediata la reazione del club salentino che in una nota ha annunciato che sospenderà il giocatore qualora i fatti fossero confermati, «riservandosi di richiedere la risoluzione del contratto con procedura d’urgenza. L’U.S. Lecce valuterà, inoltre – si legge nel comunicato – la possibilità di intraprendere un’azione di risarcimento danni a tutela della propria immagine».

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Sportività all’inglese

milanEra il 17 agosto 2003 quando mi trovato a Londra a casa di alcuni parenti a guardate in tv un Liverpool-Chelsea terminato con la sconfitta dei Reds per 2-1. Invaghita di Michael Owen ero, insieme a un bel bambino biondo, l’unica tifosa del Liverpool  fra tanti supporters dei Blues. Al fischio finale, un cugino di secondo grado mi ha allungato la mano. Era un gesto di sportività ma io, cresciuta nella ristretta mentalità italiana, come prima cosa ho pensato: «Questo mi vuole sfottere».
Sono rimasta per qualche secondo a fissare quella mano tesa, indecisa se stringerla o meno. Alla fine l’ho stretta e in quel preciso momento è davvero terminata la partita. Non come sarebbe accaduto in Italia, dove gli amici tifosi della squadra avversaria mi avrebbero preso in giro tutta la sera, sottolineando quanto fosse forte la loro squadra e scarsa la mia, ma come accade in Inghilterra dove la coscienza sportiva è maggiormente sviluppata e il rispetto per l’avversario sconfitto è sacro.
Quando ripenso a questo episodio sorrido, ma anche un po’ mi indigno, verso ciò che accade nel nostro paese dove qualche settimana fa i tifosi juventini esultavano per l’uscita del Milan dalla Champions e oggi i tifosi milanisti si vendicano esultando per la sconfitta dei bianconeri. Parliamo di globalizzazione, di Europa unita, ma siamo campanilisti e ancora eccessivamente legati a degli ideali (in questo caso una squadra di calcio) che sentiamo nostri ma che non ci apportano alcun beneficio.
Un tifoso vero dovrebbe guardare al calcio con occhi più obiettivi, gioire e piangere per le vittorie e le sconfitte della propria squadra, ma mostrare rispetto per l’avversario e riconoscerne i punti di forza, avendo anche il coraggio di ammettere i difetti della propria squadra.
Guardando a ciò che accade in Italia e, purtroppo, ancora in molte parti del mondo, sembra che avesse ragione Guttman nel sostenere che «caratteristica dello sport è quella di risvegliare nell’uomo istinti ancestrali, come la lotta per la sopravvivenza e la natura predatoria, che vengono però circoscritti entro ambiti che ne attenuano il carattere aggressivo mediante l’introduzione di una serie di regole atte a punire i gesti violenti. La violenza non scompare, dunque, viene soltanto mediata, sottoposta alle leggi degli eventi mimetici che lo sport mette in scena».
Troppo spesso questa violenza, che in campo è attenuata, si risveglia sugli spalti o fuori dagli stadi, e quanto avvenuto lunedì in occasione del derby tra Roma e Lazio ne è un triste esempio. Se è vero che scegliere la squadra del cuore significa diventare attori e affermare un’appartenenza simbolica, è altrettanto vero che questa appartenenza debba esprimersi sempre, come detto in precedenza, attraverso il rispetto delle regole civili e dell’avversario, che è il nemico da battere soltanto in campo e non fuori.

Luis Vinicio compie 80 anni

Compie oggi 80 anni Luis Vinicio, un indimenticabile della storia dell’Avellino. Nonostante la retrocessione dei biancoverdi dalla serie A alla serie B venga in buona parte addebitata a lui, Luis Vinicio resta una delle leggende del calcio biancoverde. Di lui resteranno per sempre nel cuore dei tifosi l’impresa del 1980-81 quando, con Sibilia al timone della società, centrò la salvezza nonostante il terremoto e la penalizzazione di 5 punti e l’emozionante stagione 1986-87, con Elio Graziano presidente, quando arrivò a sfiorare la qualificazione in Coppa Uefa, chiudendo il campionato all’ottavo posto in classifica, miglior piazzamento di sempre degli irpini. Luís Vinícius de Menezes festeggia oggi gli 80 anni. Nato a Belo Horizonte il 28 febbraio 1932, giunse in Italia a 23 anni dal Botafogo ed è ancora oggi uno degli attaccanti più prolifici del nostro calcio: in serie A ha segnato 155 reti e vinto anche la classifica dei cannonieri nella stagione 1965 66, quando indossava la maglia del Vicenza. E’ il miglior marcatore della storia dei biancorossi in A con all’attivo 68 gol, ma il nome di Vinicio è legato indissolubilmente al Napoli. «’O lione», come era soprannominato dai tifosi, ha giocato cinque stagioni in maglia azzurra mettendo a segno 69 reti. Poi è stato anche allenatore del Napoli dal ’73 al ’76, portando la squadra capitanata da Juliano ad uno storico secondo posto dietro la Juve nel 1975. Nel 1960, dopo 5 stagioni a Napoli e 69 reti, passò al Bologna. Dopo una buona prima stagione fra i felsinei, l’anno successivo la sua stella venne oscurata da Nielsen e Vinicio nell’estate del 1962 decise di tornarsene sconsolato in Brasile per poi rientrare in Italia rispondendo alla chiamata del Lanerossi Vicenza. Con i veneti segnò 17 gol il primo anno e 25 il secondo. Quarantadue gol che gli valsero la chiamata di Helenio Herrera alla corte della Grande Inter. La sua avventura in nerazzurro non fu però molto fortunata e si chiuse con un solo gol in otto gare. ‘O lione tornò a Vicenza dove chiuse la sua carriera agonistica, oltrepassando la ragguardevole quota di 150 reti in serie A. Una volta appese le scarpette al chiodo cominciò la sua carriera da allenatore durante la quale ottenne ottimi risultati applicando per primo in Italia il gioco all’olandese con il Napoli alla metà degli anni settanta, con cui sfiorò lo scudetto nella stagione 1974-75. Successivamente allenò la Lazio nel delicato periodo del dopo Maestrelli. Il sergente di ferro si è fatto valere anche in provincia con Pisa, Avellino e Udinese. Alla guida della Juve Stabia emise l’ultimo ruggito da allenatore. Le vespe si salvarono proprio grazie all’esperienza del brasiliano, dopo un campionato particolarmente tribolato. Con ‘O Lione i ricordi dei tifosi dell’Avellino si ricollegano a giocatori che hanno fatto la storia del calcio biancoverde durante la prima esperienza in Irpinia di Vinicio, come Tacconi, Beruatto, Giovannone, Valente, Cattaneo, Di Somma, Mario Piga, Criscimanni, Vignola, De Ponti e Juary. Auguri a Luis Vinicio, forte e determinante in campo, grintoso e grande motivatore in panchina.

A Luis Vinicio, Carmine Losco ha dedicato un video andato in onda oggi su Telenostra.

Coppa d’Africa – La sconfitta del Ghana? Tutta colpa della magia nera

Calcio e superstizione. Un binomio quasi naturale se si pensa ai campi da gioco cosparsi di sale, all’acqua santa di Trapattoni e ai tanti piccoli riti scaramantici adottati da calciatori, allenatori e persino dirigenti. Ma il Ghana è un passo avanti. La superstizione, infatti, ha ceduto il passo alla più pericolosa magia nera, accusata dall’allenatore Goran Stevanovic di essere la vera causa della sconfitta della sua nazionale contro lo Zambia. Il Ghana, guidato dal tecnico serbo, era il favorito per la vittoria della Coppa d’Africa ma è stato eliminato proprio dallo Zambia. A detta dell’allenatore, a sancire la disfatta della sua squadra non sarebbe stata l’inferiorità tecnico-tattica ma i suoi stessi giocatori, che avrebbero usato la stregoneria per danneggiare i loro compagni. “Dobbiamo cambiare la mentalità di alcuni calciatori che utilizzano la magia nera per distruggersi fra di loro e assicurarci che ci sia disciplina e rispetto reciproco – le parole scritte dal tecnico serbo e pubblicate dalla BBC – Dopo la sconfitta con lo Zambia sono sorte molte accuse fra i giocatori. Ho imparato molto dal calcio africano e anche sul comportamento dei giocatori ghanesi, dentro e fuori dal campo”. A quanto pare, le dichiarazioni di Stevanovic non sono solo il delirio di un allenatore che cerca in tutti i modi di salvare la panchina, ma avrebbero un fondamento concreto. “E’ sempre accaduto, ma i giocatori in genere usano la magia nera per proteggere se stessi e per attirare la fortuna dalla loro parte – ha confermato alla BBC l’ex giocatore della nazionale ghanese Safro Gyami – Non ho mai sentito di situazioni in cui i calciatori abbiamo usato la stregoneria contro i propri colleghi. E’ davvero una brutta situazione”. La panchina di Stevanovic trema pericolosamente. Chissà se i suoi giocatori useranno la magia nera per salvarlo o per farlo cadere definitivamente.

Violenze negli stadi: 74 morti in Egitto

Il calcio ha scritto un’altra triste pagina della sua storia. Stavolta si tratta dell’Egitto dove una giornata di sport si è trasformata in tragedia. Dove la festa è diventata un funerale.
Il bilancio parla di 74 morti e oltre mille feriti, di cui circa 200 in condizioni gravi. A scatenare la guerriglia fuori e dentro al campo un gol segnato allo scadere, oppure la rabbia e la frustrazione represse nel corso dell’anno di cambiamenti che ha seguito la rivolta di piazza Tahrir. Fatto sta che i tifosi egiziani hanno sempre avuto la triste fama di essere dei violenti. Se a ciò si aggiunge che tra le tifoserie delle due squadre non è mai corso buon sangue, un epilogo del genere non era del tutto imprevedibile.
E il giorno dopo la tragedia c’è chi polemizza, come i Fratelli Musulmani, che controllano quasi la metà dei seggi nel nuovo Parlamento del Cairo, che non hanno perso tempo a puntare il dito contro i sostenitori di Mubarak, accusati di essere gli organizzatori degli scontri di massa di Port Said. Secondo i media egiziani, invece, gli scontri erano stati pianificati dai tifosi delle due squadre, che hanno alle spalle una lunga storia di ostilità.
Questo il nome dello stadio dove si sono verificati i fatti. In campo c’erano i padroni di casa dell’Al Masry, squadra di medio-alta classifica, e i campioni dell’Al Ahly, la squadra più forte dell’intero calcio arabo con ben trentadue titoli nazionali conquistati. La formazione del Cairo passa in vantaggio ma viene raggiunta e superata negli ultimi minuti. In pieno recupero l’Al Marsy segna l’incredibile gol del 3-1. Si scatena la follia.
Gli ultras della squadra di casa invadono il terreno di gioco, inseguono i calciatori avversari. Il campo si riempie di gente. Sono attimi drammatici. Si assiste al lancio di pietre, bottiglie, molte persone vengono accoltellate.  Gli scontri proseguono anche all’esterno dello stadio e il loro eco arriva fino al Cairo, dove nello stadio in cui si sta giocando Zamalek-Ismaili viene appiccato un incendio. L’esercito, incapace di fermare la guerriglia, manda elicotteri per portare in salvo giocatori e tifosi ospiti, ma non tutti ce la fanno ad uscire dallo stadio.
Molti tifosi, infatti, sono stati accoltellati o sono rimasti soffocati mentre tentavano la fuga per un corridoio stretto e lungo, le cui porte d’uscita erano bloccate. Da una parte porte chiuse, dall’altra i tifosi avversari armati di coltelli, mazze e pietre. Uno dei testimoni ha scritto oggi su Twitter: « Le persone erano schiacciate una sull’altra perché non c’erano altre uscite. Avevamo solo due scelte: la morte che arrivava alle nostre spalle oppure le porte chiuse». Il governo ha riferito inoltre che le persone portate in ospedale sono arrivate già morte.
Il giorno dopo la tragedia, la Lega Calcio ha sospeso il campionato mentre il Consiglio delle Forze Armate, al potere in Egitto dopo la caduta del regime di Hosni Mubarak un anno fa, ha proclamato tre giorni di lutto nazionale per le vittime delle violenze di Port Said. La giunta militare ha inoltre annunciato la creazione di una commissione d’inchiesta per identificare i responsabili. Nel frattempo sono già stati effettuati 47 arresti. Sotto accusa la Polizia, colta impreparata dallo scoppio delle ostilità.

Quando si parla di violenza negli stadi viene subito in mente la tragedia dello stadio Heysel di Bruxelles, macabro teatro della finale di Coppa dei campioni tra Juventus e Liverpool. Era il maggio del 1985. Ma c’è una lunga lista, una lunga scia di sangue, che attraversa tutti i continenti nel corso della storia.
9 MARZO 1946 – 44 morti e 500 feriti in una ressa al Burden Park di Bolton (GB), dopo una gara di Coppa tra Bolton Wanderers e Stoke City.
23 GIUGNO 1968 – 71 morti, in maggioranza soffocati, e 150 feriti a Buenos Aires, in River Plate-Boca Junior.
2 GENNAIO 1971 – 66 morti e 150 feriti nello stadio dei Glasgow Rangers in una gara con il Celtic.
11 FEBBRAIO 1974 – Nello stadio di Zamalek al Cairo 48 morti e 50 feriti per il crollo di una tribuna.
20 OTTOBRE 1982 – 340 morti E 1.000 allo stadio Lenin de Mosca durante una gara tra lo Spartak e gli olandesi dell’Haarlem.
11 MAGGIO 1985.- 53 morti e 200 feriti per un incendio in tribuna a Bradford City durante un match di terza divisione.
29 MAGGIO 1985 – Stadio Heysel di Bruxelles, 39 morti e 117 feriti prima della finale di Coppa dei campioni tra Juventus e Liverpool.
15 APRILE 1989 – 95 morti e 175 feriti durante Liverpool-Nottingham Forest allo stadio Hillsborough di Sheffield.
25 LUGLIO 2007 – 50 morti per due attentati contro tifosi a Bagdad.

Beckham: divo o calciatore?

beckhamBeckham: divo o calciatore? È la domanda che tutti i tifosi del Milan si pongono in attesa di vedere il centrocampista inglese giocare con la maglia rossonera. Intanto, in tv continuano a scorrere immagini del giocatore-fotomodello e di sua moglie, intenta a fare shopping per le strade milanesi. Il gossip, com’era inevitabile, si è già impadronito di Beckham, che sul campo dovrà dimostrare di possedere qualcosa più dell’avvenenza,

Fin dal suo esordio, Beckham ha saputo richiamare su di sé l’attenzione dei media, tanto per le sue innate doti calcistiche quanto per il suo modo di essere: bello, ricco, di successo, fidanzato con un’altra star mediatica, la cantante Victoria Adams, e così diverso dalla vecchia idea britannica di “mascolinità”, aspetto ritenuto essenziale per gli uomini di sport. Immediatamente definito dalla stampa inglese “golden boy”, Beckham vede rappresentata proprio sui giornali la sua personalissima storia di redenzione e trionfo. Come per ogni altra star dello sport, il tono iniziale della rappresentazione è celebrativo. Nel 1997, dopo due stagioni incredibili, ne vengono esaltati il talento e la naturale predisposizione a far gol. La sua immagine è costruita nei termini del “bravo ragazzo”, disciplinato in campo e amato dai tifosi del Manchester United, squadra di club per cui gioca. Dipinto come un ragazzo comune e allo stesso tempo attraente, è prontamente ritratto al fianco di modelle sulle pagine scandalistiche. Affascinante, alla moda, vincente, giocatore di una delle squadre più importanti della Premiere League, si prepara a diventare il bersaglio preferito da tifosi e stampa. Al mondiale francese del 1998, l’Inghilterra perde contro l’Argentina e la colpa della sconfitta ricade su Beckham, espulso per un fallo su Simeone. In quell’occasione è un altro giocatore ad essere celebrato come eroe: l’allora esordiente, e poi futuro Pallone d’Oro, Michael Owen. Il giudizio negativo dei tabloid contribuisce a creare intorno al centrocampista un clima ostile e ad offuscarne la precedente immagine. Egli non viene punito per essere stato espulso o aver infranto il fair play, ma per il fatto di essere ricco e famoso e di non conformarsi alla convenzione della mascolinità, cosa che la vecchia classe operaia del calcio inglese non riusciva ad accettare. Ad alimentare tale paura è la sensazione che Victoria lo domini, che scelga per lui la sua carriera come i suoi abiti, che lo effeminizzi trasformandolo in un modello, bello e incapace, e offuscando la sua luce calcistica. Così Beckham viene pubblicamente umiliato e sottoposto ad un processo mediatico al cui centro c’è il dominio privato della sua sessualità. Da qui partono una serie di skatches, in televisione e sulla stampa, che ironizzano sulla vita della coppia e sullo scarso spirito ironico del giocatore.

Il riscatto di Beckham, però, non si fa attendere e, dopo una stagione memorabile con il Manchester United, torna ad essere positivamente al centro dell’attenzione mediatica, l’idolo più amato dagli appassionati del calcio di tutto il mondo. Egli dimostra a suon di gol di essere maturato e quindi può essere perdonato e riabilitato. Tra le cause della sua maturazione viene individuato dai giornali il fatto di esser diventato un uomo di famiglia: marito e padre esemplare, è finalmente considerato un uomo capace di controllare il proprio destino. L’esibizione della ricchezza e del fascino del campione divengono un motivo di orgoglio e ricchezza per la sua squadra. Senza dubbio un calciatore iperdotato, attraente, elegante, sposato con la più bella della Spice Girls, appare come un uomo che ha tutto. L’eleganza del suo calcio maschera ogni sforzo, come se avesse ottenuto tutto senza sacrifici.

Nel 1999 Beckham appare, a volte da solo ma molto più spesso al fianco della Posh Spice, sulle copertine di tutti i rotocalchi più accreditati. L’intensità con cui i giornali cominciano ad occuparsi della coppia produce un effetto di risonanza anche sui giornali di grande formato e sui quotidiani politici, che a loro volta iniziano a prestare attenzione al nuovo fenomeno. Nel 2003, il giornalista britannico Mark Simpson pubblica un articolo dal titolo Beckham the virus in cui analizza la sua evoluzione da uomo immagine a sponsor di un’idea e non di un prodotto. Il nome di Beckham diventa un superbrand, una sorta di marchio commerciale. Egli è il primo calciatore a ricevere i diritti d’immagine per la sua figura e, più tardi, vende anche i diritti del suo matrimonio con la Spice Victoria. L’evento ha una forte eco su tutti i media. La cerimonia viene rappresentata come un matrimonio regale e paragonata a quella tra il principe Edward e Sophie Rhys-Jones. Nel caso dei Beckham, però, sono lo sfarzo, gli ospiti famosi, le forze di sicurezza impiegate e soprattutto i media a generare e legittimare la regalità.

Nonostante negli anni Beckham abbia dimostrato sul campo il suo valore professionale, i media hanno continuato a privilegiare l’aspetto personale, interessandosi più al suo status di idolo di consumo di massa che al suo ruolo di affermato calciatore. Ciò non stupisce se si considerano gli innumerevoli contratti che il giocatore ha firmato con i vari sponsor, i prodotti a cui ha prestato il volto e il nome, le pubblicità in cui è apparso, la sua professione parallela di modello e attore. È in questo senso che Beckham può essere definito un’icona commerciale dello sport. Egli rappresenta l’esteticizzazione del calcio ma, contemporaneamente, viene caricato di connotazione epiche al pari degli eroi dell’antichità fino ad incarnare il prototipo dello Uber Metrosexual (fighetto metropolitano): il risultato della fusione tra il suo modello-ruolo di eroe moderno, il suo narcisismo patetico e la sua (finta) passione per lo shopping. Come un vero metrosexual, Beckham è affetto dal costante e nevrotico desiderio di essere bello a tutti i costi, ben vestito, leader degli acquisti futili. Con il suo modo di essere e apparire, conclude Simpson, egli è diventato un’icona anche per il mondo gay. David Beckham può essere considerato una celebrità postmoderna, oggetto di un mercato in cui l’apparenza è tutto. Anche gli eventi della sua vita sono chiaramente iper-reali, costruiti e motivati soltanto dalla rappresentazione dei media.

Completamente schiavo della sua immagine e dell’immagine che di lui danno i media, egli fotografa perfettamente la situazione contemporanea in cui lo sport e la moda hanno stretto legami sempre più forti, gli uomini sono più interessati al proprio stile, i calciatori e le donne di spettacolo si danno visibilità l’un l’altro e il concetto stesso di fama è stato modificato dai mezzi di comunicazione di massa, che trasformano tutto e tutti in oggetti di mercato.

                                                                                                                                           Da “Le star del calcio” di Piera Vincenti

Io sono El Diego

Eroe dalla vita spettacolare, fuoriclasse in campo, idolo indiscusso dei tifosi di mezzo mondo, icona del prestigio nazionale argentino, Diego Armando Maradona può essere considerato la prima vera star del calcio.
Nel 2002 Maradona scrive la sua fortunatissima autobiografia, “Io sono El Diego”, in cui racconta tutta la sua vita, dai campi di gioco a Villa Fiorito, ai momenti più gloriosi della sua carriera fino alla tragedia della droga. Quello che ne emerge è un ritratto del campione completamente nuovo, visto dall’interno, vissuto da protagonista perché, scrive, «a volte penso che tutta la mia vita sia filmata, che tutta la mia vita sia nelle riviste. Ma non è così, proprio no. Ci sono cose che stanno solo qua dentro, nel mio cuore».
Nato nel 1960 a Villa Fiorito, alla periferia di Buenos Aires, si fa notare per le sue eccezionali doti calcistiche già all’età di undici anni, quando gli viene affibbiato il soprannome di “El pibe de Oro” (il ragazzo d’oro). In quegli anni, il calcio sta attraversando un periodo di rinnovamento, il sistema viene messo in discussione e il talento individuale dei giocatori lascia spazio alla tattica e alla disciplina: in questo contesto il nuovo genio di Maradona è accolto, sia a livello nazionale che internazionale, come un’apparizione inaspettata, un dono divino. La sua magia sta nell’abilità a trovare le soluzioni giuste nei momenti più drammatici del gioco, nella sua fantasia sconfinata, nella spettacolarità dei suoi tocchi, nel saper produrre illusioni ed effetti inspiegabili, paralizzando gli avversari e incantando gli spettatori.
Maradona è un vincente si dall’inizio della sua carriera quando, a soli 18 anni vince i campionati giovanili per nazioni. Da quel momento ha inizio un’escalation di successi. Ai mondiali di Spagna del 1982 diventa così popolare da eclissare la stella del calcio per eccellenza, Pelè. Segue il suo trasferimento al Barcellona ma la sua avventura spagnola non è fortunata perché in due anni riesce a giocare solo trentasei partite a causa di un brutto infortunio. Successivamente approda al Napoli, dove diventa immediatamente l’idolo dei tifosi, portando la squadra ai vertici del calcio nazionale ed europeo. La nazionale argentina ormai dipende da lui e Maradona, da grande campione qual è, la trascina alla vittoria del titolo mondiale di Messico 1986, segnando contro l’Inghilterra quello che rimarrà nella storia come il più bel gol di tutti i tempi, consentendogli di entrare a pieno titolo nella leggenda. Poi viene Italia ’90 e, quasi in contemporanea, inizia la parabola discendente dell’eroe.
La sua vita è macchiata dallo scandalo, la sua instabilità emotiva e la sua insospettabile fragilità vengono fuori mostrando il dramma di chi, prima di essere un grandioso campione, è un uomo. Il declino procede inesorabile, allo scandalo doping si aggiunge quello della “dama bianca”, la cocaina e, inoltre, emergono gravi problemi fiscali. Dopo aver scontato la squalifica, torna a calcare i campi di calcio, ma ormai nulla è più come prima. Nonostante le poco proficue esperienze con il Siviglia e con la squadra argentina del Newell’s Old Boys, gli esperti di calcio e i tifosi invocano il ritorno in nazionale del Pibe de Oro, l’unico in grado di trascinare l’Argentina ai mondiali Usa ’94. Incapace di affrontare la situazione da solo, il campione ricade nel tunnel della droga e viene nuovamente fermato per uso di efedrina. In questa situazione si svela chiaramente tutta la fragilità dell’essere umano, incapace di affrontare da solo un sistema calcistico, mediatico e politico che pretende da lui sempre il massimo, che lo vorrebbe sempre perfetto, impeccabile in ogni sua azione, semplicemente un “dio” o non un uomo. Dopo alcune disastrose esperienze da allenatore, nel 1997 Maradona annuncia il suo ritiro dal mondo del calcio.
La vita di Maradona è cominciata nella gioia e finita nel pianto. Abituato a stare sotto i riflettori, ad essere acclamato dalle folle, dopo lo scandalo si trova ad affrontare qualche problema di adattamento dell’immagine, sembra non riuscire ad accettare che la sua carriera sia finita, che i giornali non parleranno più di lui e le televisioni di tutto il mondo non avranno più gol e prodezze da mostrare. Tuttavia, egli continua a rimanere al centro dell’attenzione mediatica e nel cuore di quanti lo hanno amato.
Per tutti resterà sempre El Pibe do Oro, un giocatore esuberante, imprevedibile, capace d’improvvisazione, dotato di creatività individuale e senso artistico. E, con una determinazione e una forza d’amino indescrivibili, l’eroe immortale continua a giocare la sua partita. «Ho fatto quello che ho potuto, non credo di essere andato così male. So di non essere nessuno per cambiare il mondo, ma non voglio che nessuno entri nel mio a condizionarlo. A manovrare… la partita, che è come dire condizionare la mia vita. Nessuno riuscirà a farmi credere che i miei errori con la droga o con gli affari abbiano condizionato i miei sentimenti. Nessuno. Sono lo stesso, quello di sempre. Io sono El Diego».