Giuditta

La storia di Giuditta è ambientata cronologicamente durante il regno di Nabucodonosor. Conclusa vittoriosamente la prima campagna di guerra, il “Grande re” affidò al suo generale Oloferne la campagna d’occidente, durante la quale questi incontrò il popolo di Israele. Un capo cananeo lo avvertì che quello era un popolo invincibile, se non peccava contro il suo Dio. Assediati, ridotti allo stremo per fame e sete, dopo 34 giorni gli israeliti avrebbero voluto arrendersi, e il loro capo, Ozia, a fatica riuscì a convincerli ad aspettare ancora cinque giorni.
Sorge a questo punto la luminosa stella di Giuditta, giovane vedova di un proprietario terriero morto improvvisamente di insolazione, donna esemplare che unisce ricchezza materiale, sensuale ed incrollabile fede nel Dio dei suoi padri. Costei rivela subito una tempra virile, convocando a casa sua i capi della comunità e spronandoli alla resistenza. La donna li accusa di aver voluto “tentare il Signore” con la promessa di resistere ancora solo per cinque giorni, cercando di forzargli la mano per accelerare il Suo intervento nella storia. Invece Giuditta propone di mettersi in azione per capovolgere le sorti dell’assedio.
Prima di accingersi all’impresa invoca su di sé la protezione dell’Altissimo, affinché le doni una vittoria che copra di gloria il Suo Santo nome. Poi passa all’azione: smette le vesti vedovili, si lava, si copre di unguenti, si trucca, veste gli abiti più belli che ha, e quindi esce dalla città con la sua ancella e si presenta all’accampamento assiro, chiedendo di essere ammessa alla presenza di Oloferne. Le sentinelle restano conquistate dal fascino della donna e cedono alla sua richiesta. Così, la donna viene ricevuta dal terribile Oloferne: il discorso che gli rivolge è un capolavoro di diplomazia, perché apparentemente la giudea sembra esaltare Nabucodonosor, ma in realtà ella pensa al vero Signore della storia; e l’impresa grandiosa che Dio l’ha inviata a compiere non è certo quella che Oloferne immagina. Il vanitoso Oloferne resta soggiogato dalle parole di quella che sembra solo una piccola donna indifesa, e imbandisce per lei un grandioso banchetto. Si illude in tal modo di poter godere delle grazie della splendida ebrea, e si ritira nella sua tenda offuscato dal gran vino bevuto. Ma Giuditta improvvisamente afferra la scimitarra che Oloferne tiene a capo del letto, mormora una preghiera e con un solo fendente gli spicca il capo dal busto.
A questo punto non le resta che nascondere la testa del superbo generale nella bisaccia dei viveri della sua ancella, lasciare l’accampamento assiro con la scusa della preghiera di rito, e rientrare a Betulia. Tutto il popolo è stupito dall’incredibile impresa compiuta, e si prostra a terra per ringraziare Dio e per coprire l’eroina di benedizioni. Giuditta viene portata in trionfo ed eleva un cantico di vittoria al cielo.
La storia di Giuditta, storicamente inconsistente, è invece densa di significati teologici e spirituali. Innanzitutto, evidenza la potenza di Dio che per consentire al suo popolo eletto di sconfiggere il potente esercito assiro si serve di una donna, socialmente fragile ma dotata di grande coraggio e spirito di sacrificio. La prepotenza, simboleggiata dal re Nabucodonosor e dal capo del suo esercito Oloferne, viene abbattuta dall’umiltà, che è qui rappresentata da Giuditta. Infine, mostra la limitatezza dell’uomo che non è in grado di comprendere i disegni divini.

GIUDITTA E MARIA
Esistono alcune differenze che, a prima vista, fanno apparire singolare l’accostamento tra le due figure di donna, Giuditta e Maria. Tuttavia i trattati di mariologia dedicano in genere un certo spazio alla figura di Giuditta, considerata come “tipo” di Maria. Giuditta è descritta ripetutamente come una donna bella e sapiente, che conosce e soprattutto sa interpretare la storia del suo popolo individuando il significato che essa assumeva nel suo presente. Giuditta è soprattutto una donna che confida nel Signore, un’attitudine interiore che si esprime esteriormente mediante l’osservanza della legge e la preghiera. Analogo discorso vale anche per Maria che osserva la legge del Signore, la medita nel suo cuore e si dichiara “serva del Signore”.
Giuditta e Maria esprimono in maniera esemplare ciò che ogni credente è chiamato a vivere in modo tale che chiunque si possa riconoscere in loro. È significativo anche il fatto che siano figure deboli, capaci dunque di attestare la potenza di Dio che è in grado di trasformare le sorti. La fede delle due donne si esprime come denuncia del male, come compromissione personale, cioè, da una parte, come consapevole adesione alla strategia che Dio utilizza per denunciare e vincere il male (Giuditta) e, dall’altra, come riconoscimento del Suo agire anche oggi nella storia (Magnificat).

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Alessandro Del Piero dice addio al suo grande amore, la Juventus: «Di più, niente»

«Sono felice che abbiate sorriso, esultato, pianto, cantato, urlato per me e con me. Per me nessun colore avrà tinte più forti del bianco e nero. Avete realizzato il mio sogno. Più di ogni altra cosa, oggi riesco soltanto a dirvi: grazie».
Poche parole, semplici e dirette com’è nelle stilo di Alex, mettono la parola fine all’era Del Piero. Resta ancora una partita da giocare, la finale di Coppa Italia con il Napoli, una vittoria da conquistare prima dell’addio definitivo. Ma il suo saluto alla Juventus e a tutti i suoi tifosi, il capitano l’ha già dato ieri. Non con il gol, di quelli se ne contano 289. La vera prodezza di Del Piero è stata fermare il tempo e lo spazio, attirare su di sé lo sguardo stupito e commosso dell’intero Juventus Stadium. Non solo delle migliaia di spettatori presenti, ma anche di dirigenti, di staff tecnico, di compagni e avversari.
Al momento del cambio, quando il tabellone con il numero 10 si illumina, il gioco si interrompe e tutti corrono ad abbracciare Pinturicchio, che lascia la squadra bianconera dopo aver lasciato un segno indelebile in bianco e nero. Partono i soliti cori, che stavolta hanno un significato molto più profondo, quello del legame che Del Piero ha saputo instaurare con il popolo juventino: «un capitano, c’è solo un capitano», cantano sugli spalti. Alex saluta, firma autografi, va a sedersi in panchina. Poi ci ripensa e inizia i due giri di campo. La standing ovation parte in automatico. C’è chi piange, un pezzo di storia se ne va.
Ma non c’è spazio per la tristezza, anche se per Del Piero trattenere le lacrime non è stato facile: «Per due volte sono rientrate all’ultimo, però di sicuro è stato commovente». S’è salvato da simulatore: «Quando mi stavano venendo le lacrime ho raccolto le sciarpe che mi tiravano, oppure ho fatto finta di allacciarmi le scarpe».
Il capitano di tante battaglie, il condottiero di una Juve instancabile, non vuole pensare alla fine della storia. «È un giorno incredibilmente bello per certi aspetti. Poi è chiaro che c’è un filo di tristezza in me e in tante persone: però ho festeggiato davanti ai miei tifosi, insieme ai miei compagni, in campo, con la cosa che mi piace fare di più, cioè vincere». Per questo fa il calciatore: «Giocare con passione e vincere».
L’emozione è tanta e nell’aria riecheggiano le parole di Boniperti. «Del Piero non è importante, è l’unica cosa che conta», hanno scritto i tifosi parafrasando una vecchia frase dell’ex dirigente bianconero. Lui non sa che dire: «Grazie a tutti, per quello che ho visto negli occhi della gente. E’ stato come vincere un altro scudetto: facciamo che sono 31».
A sugellare una storia fatta di grandi successi, vittorie e conquiste, ma anche di momenti difficili come l’anno in serie B e la lunga risalita per tornare grandi, c’è una coppa. Lo scudetto è vinto e, in un giorno come questo, poco importa che sia il numero 30 o 28, com’è scritto nelle sentenze. Del Piero, ancora e per sempre capitano, alza il trofeo al cielo e lo condivide con tutto il popolo bianconero. E’ la vittoria di tutti, come dirà al termine della premiazione.
Oggi è già tempo di pensare al futuro. Di appendere le scarpette al chiodo e mettersi a fare il dirigente, Alex non vuole proprio saperne. A 37 anni ha ancora tanto entusiasmo e voglia di rimettersi in gioco, ancora fame di gol e successi: «Dove andrò? Sono 19 anni che non mi occupo di trasferimenti, sono un po’ fuori dal giro». Il resto sono già ricordi: «Sono fiero e orgoglioso di aver salutato davanti alla mia famiglia, a mia mamma, all’altra mamma dei miei bambini, a mio fratello, a tutti quelli che con me hanno attraversato questi 37 anni».
Ma tutte queste cose, le emozioni, i gol, le vittorie, non appartengono ancora al passato o al futuro. C’è ancora una finale di Coppa Italia da giocare, c’è ancora un altro trofeo da conquistare. Per scrivere un’altra pagina di storia con la sua Juventus.
«Di più, niente».

Juve nel segno di Del Piero. E i tifosi invocano il rinnovo

Si può accantonare un campione come Del Piero, che appena entra in campo ti risolve la partita con un solo colpo di genio? La risposta sembrerebbe sì, guardando il contratto in scadenza a giugno ma il campo ha sentenziato tutt’altro verdetto. Questo Del Piero, in barba ai suoi 37 anni, ha ancora tanta benzina nella gambe e tanta passione nel cuore.
Solo ieri ha messo la segno la rete decisiva contro la Lazio. Un gol che profuma di scudetto, di storia (il numero 288 nel giorno delle 700 presenze con la maglia di una vita) e di futuro. Perché nel destino di Alex potrebbe esserci ancora la sua Juve.
Il capitano sta diventando un imbarazzo per gli Agnelli, che qualche mese fa hanno annunciato la fine del matrimonio ventennale con Del Piero. Il numero 10, da grande professionista qual è, non ha replicato alle dichiarazioni del presidente e ha accettato le scelte di Conte sul campo ma, a questo punto del campionato, sono i tifosi ad invocare il rinnovo del capitano, autore quest’anno di soli quattro gol, tutti decisivi. E allora perché non puntare ancora sul “valore aggiunto” di questa Juve?
“Giocherò ancora, sicuramente”, ha ribadito lui dopo la prodezza da tre punti ieri sera.
La domanda è: dove? Gli Agnelli tentennano, il popolo bianconero spinge per il rinnovo, concetto ribadito anche oggi a Vinovo. Con uno striscione (“700 motivi per restare con noi“), con un autentico assalto quando il capitano si è fermato a firmare autografi, scandendo il suo nome all’arrivo di Agnelli, al centro sportivo per accogliere Cesare Prandelli in visita. E chiedendo a gran voce allo stesso ct azzurro di convocare Del Piero per gli Europei.
Quest’ultima richiesta è forse eccessiva, ma come dimenticare l’uomo simbolo della Juventus, colui che ha scritto la storia della squadra negli ultimi vent’anni? Colui che, a sei partite dal sogno scudetto, si sta preparando a scrivere un altro pezzo di storia e, chissà, di futuro.

Coppa d’Africa – La sconfitta del Ghana? Tutta colpa della magia nera

Calcio e superstizione. Un binomio quasi naturale se si pensa ai campi da gioco cosparsi di sale, all’acqua santa di Trapattoni e ai tanti piccoli riti scaramantici adottati da calciatori, allenatori e persino dirigenti. Ma il Ghana è un passo avanti. La superstizione, infatti, ha ceduto il passo alla più pericolosa magia nera, accusata dall’allenatore Goran Stevanovic di essere la vera causa della sconfitta della sua nazionale contro lo Zambia. Il Ghana, guidato dal tecnico serbo, era il favorito per la vittoria della Coppa d’Africa ma è stato eliminato proprio dallo Zambia. A detta dell’allenatore, a sancire la disfatta della sua squadra non sarebbe stata l’inferiorità tecnico-tattica ma i suoi stessi giocatori, che avrebbero usato la stregoneria per danneggiare i loro compagni. “Dobbiamo cambiare la mentalità di alcuni calciatori che utilizzano la magia nera per distruggersi fra di loro e assicurarci che ci sia disciplina e rispetto reciproco – le parole scritte dal tecnico serbo e pubblicate dalla BBC – Dopo la sconfitta con lo Zambia sono sorte molte accuse fra i giocatori. Ho imparato molto dal calcio africano e anche sul comportamento dei giocatori ghanesi, dentro e fuori dal campo”. A quanto pare, le dichiarazioni di Stevanovic non sono solo il delirio di un allenatore che cerca in tutti i modi di salvare la panchina, ma avrebbero un fondamento concreto. “E’ sempre accaduto, ma i giocatori in genere usano la magia nera per proteggere se stessi e per attirare la fortuna dalla loro parte – ha confermato alla BBC l’ex giocatore della nazionale ghanese Safro Gyami – Non ho mai sentito di situazioni in cui i calciatori abbiamo usato la stregoneria contro i propri colleghi. E’ davvero una brutta situazione”. La panchina di Stevanovic trema pericolosamente. Chissà se i suoi giocatori useranno la magia nera per salvarlo o per farlo cadere definitivamente.

La vittoria nella storia della salvezza

guido-reni_crocefisso400x500La vittoria suppone lotta e rischio di sconfitta. E di fatto su una sconfitta si apre nella Bibbia il dramma dell’umanità, vinta da Satana, dal peccato, dalla morte. Ma già in questa sconfitta si delinea la promessa di una vittoria futura sul male. La storia della salvezza è quella del cammino verso la vittoria definitiva.
Nel Vecchio Testamento il popolo di Dio fa l’esperienza della vittoria e della sconfitta. Le vittorie arrivano innanzitutto sul piano temporale, nelle guerre e nelle battaglie, ma sono sempre una grazia di Dio che, come al principio ha dominato le forze del caos, successivamente si pone alla destra di Israele come alleato invincibile che continua a trionfare sui pagani.
Il rischio per Israele è quello di insuperbirsi della propria forza. Per evitare questo errore, Dio fa sperimentare la sconfitta e il fallimento al suo popolo, che prende coscienza della propria miseria morale. Il Signore, prima alleato valoroso, non esita a combattere contro il proprio popolo quando esso lo tradisce. Tali sconfitte testimoniano, altresì, che la vittoria divina è di ordine diverso da quello temporale e non si ottiene con la forza e con le armi.
I profeti descrivono questa vittoria escatologica presentando anche colui che sarà l’artefice di questo trionfo definitivo. Ora egli assume i tratti del messia regale; ora è personificato nel Figlio dell’uomo trascendente. Più paradossale è la vittoria del servo di Jahve, che trionfa con il suo sacrificio e porta a realizzazione il disegno di Dio.
La vittoria finale può già essere acquistata dai giusti che trionfano del peccato. Questa è pure la vittoria che riporterà Cristo, e dopo di lui i Cristiani.
Con Cristo il piano delle lotte temporali è definitivamente superato. La lotta reale che egli conduce è di altro ordine. Già nella sua vita pubblica egli si dichiara Come il « più forte » che trionfa su Satana, principe di questo mondo. Alla vigilia della morte, egli ammonisce i suoi di non temere il mondo malvagio che li perseguiterà col suo odio: «Abbiate fiducia! Io ho vinto il mondo». Questa vittoria riprende i tratti paradossali di quella del servo di Jahve ma si afferma come una realtà concreta e definitiva con la risurrezione. Cristo crocifisso, apparentemente sconfitto, trionfa sul peccato e sulla morte.
In Cristo è vincitore anche il popolo dei credenti. Avendo riconosciuto il loro Padre ed essendosi nutriti della sua parola, essi hanno vinto il maligno. Nati da Dio, hanno vinto il mondo. La loro vittoria è la loro fede nel Figlio di Dio. Questa vittoria resta da consolidare mediante una lotta spirituale: invece di essere vinti dal male, essi devono vincere il male mediante il bene. Ma sanno che, con la forza dello Spirito, possono trionfare ormai di tutti gli ostacoli: nulla più li separerà dall’amore di Cristo. Condividendo la vittoria del loro capo, essi Condivideranno pure la sua gloria.
Per i vincitori si realizza così, al di là di ogni speranza, la promessa originale: l’uomo, vinto un tempo da Satana, dal peccato e dalla morte, ne ha trionfato grazie a Cristo Gesù.