Ogni mattina a Jenin

ABULHAWA-S_ogni1«Questa è la storia di una famiglia araba lungo i sessant’anni del conflitto israelo-palestinese. Anche se racconta di tragici lutti e indicibili dolori, questa è una storia d’amore – l’amore tra un contadino e la sua terra; tra una madre e i suoi figli; tra un uomo e una donna; tra amici. Ho messo il mio cuore in ogni pagina di questo romanzo: spero che Ogni mattina a Jenin tocchi i vostri cuori e le vostre menti, che vi ricordi la nostra comune umanità». Susan Abulhawa racconta con sensibilità e pacatezza la storia di quattro generazioni di palestinesi costretti a lasciare la propria terra dopo la nascita dello stato di Israele e a vivere la triste condizione di profughi.
Palestina 1941. Nel piccolo villaggio di ‘Ain Hod un padre conduce in processione la sua famiglia e i braccianti nel campo di olive. Al loro passaggio, i frutti verdi cadono copiosi dagli alberi e ricoprendo l’intero frutteto; l’antico ciclo delle stagioni regala un altro raccolto abbondante.
Palestina 1948. La famiglia Abulheja viene cacciata dalla sua casa ad ‘Ain Hod e spedita a vivere nel campo profughi di Jenin. Attraverso Amal, la brillante nipotina del patriarca della famiglia Abulheja, siamo testimoni di vicende drammatiche e intrise di realismo, e assistiamo alla lotta tra i suoi di fratelli, uniti dal sangue ma nemici sul campo di battaglia: uno che viene strappato dalle braccia della madre e trasformato in un soldato israeliano, l’altro che sacrifica tutto per la causa palestinese.La stessa storia di Amal ha come sfondo sei decadi di conflitto tra Israele e Palestina. Il campo profughi, la perdita della famiglia, l’esilio in Pennsylvania, America, il desiderio di ritrovare le proprie radici e la proprio patria. Quella di Amal è una storia di amore e perdita: l’infanzia, gli amori, i lutti, il matrimonio, la maternità e, infine, il suo bisogno di condividere questa storia con la figlia, per preservare il suo più grande amore.
Storicamente dettagliato e ricco di umanità, Ogni mattina a Jenin ci obbliga a guardare senza pregiudizi ad uno dei conflitti più lunghi e sanguinosi del presente. La storia della Palestina, intrecciata alle vicende di una famiglia che diventa simbolo delle famiglie palestinesi, si snoda nell’arco di quasi sessant’anni, attraverso gli episodi che hanno segnato la nascita di uno stato e la fine di un altro.
In primo piano c’è la tragedia dell’esilio, la guerra, la perdita della terra e degli affetti, la vita nei campi profughi, come rifugiati, condannati a sopravvivere in attesa di una svolta. L’autrice non cerca i colpevoli tra gli israeliani, che anzi descrive con pietà, rispetto e consapevolezza, racconta invece la storia di tante vittime capaci di andare avanti solo grazie all’amore.

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Giuditta

La storia di Giuditta è ambientata cronologicamente durante il regno di Nabucodonosor. Conclusa vittoriosamente la prima campagna di guerra, il “Grande re” affidò al suo generale Oloferne la campagna d’occidente, durante la quale questi incontrò il popolo di Israele. Un capo cananeo lo avvertì che quello era un popolo invincibile, se non peccava contro il suo Dio. Assediati, ridotti allo stremo per fame e sete, dopo 34 giorni gli israeliti avrebbero voluto arrendersi, e il loro capo, Ozia, a fatica riuscì a convincerli ad aspettare ancora cinque giorni.
Sorge a questo punto la luminosa stella di Giuditta, giovane vedova di un proprietario terriero morto improvvisamente di insolazione, donna esemplare che unisce ricchezza materiale, sensuale ed incrollabile fede nel Dio dei suoi padri. Costei rivela subito una tempra virile, convocando a casa sua i capi della comunità e spronandoli alla resistenza. La donna li accusa di aver voluto “tentare il Signore” con la promessa di resistere ancora solo per cinque giorni, cercando di forzargli la mano per accelerare il Suo intervento nella storia. Invece Giuditta propone di mettersi in azione per capovolgere le sorti dell’assedio.
Prima di accingersi all’impresa invoca su di sé la protezione dell’Altissimo, affinché le doni una vittoria che copra di gloria il Suo Santo nome. Poi passa all’azione: smette le vesti vedovili, si lava, si copre di unguenti, si trucca, veste gli abiti più belli che ha, e quindi esce dalla città con la sua ancella e si presenta all’accampamento assiro, chiedendo di essere ammessa alla presenza di Oloferne. Le sentinelle restano conquistate dal fascino della donna e cedono alla sua richiesta. Così, la donna viene ricevuta dal terribile Oloferne: il discorso che gli rivolge è un capolavoro di diplomazia, perché apparentemente la giudea sembra esaltare Nabucodonosor, ma in realtà ella pensa al vero Signore della storia; e l’impresa grandiosa che Dio l’ha inviata a compiere non è certo quella che Oloferne immagina. Il vanitoso Oloferne resta soggiogato dalle parole di quella che sembra solo una piccola donna indifesa, e imbandisce per lei un grandioso banchetto. Si illude in tal modo di poter godere delle grazie della splendida ebrea, e si ritira nella sua tenda offuscato dal gran vino bevuto. Ma Giuditta improvvisamente afferra la scimitarra che Oloferne tiene a capo del letto, mormora una preghiera e con un solo fendente gli spicca il capo dal busto.
A questo punto non le resta che nascondere la testa del superbo generale nella bisaccia dei viveri della sua ancella, lasciare l’accampamento assiro con la scusa della preghiera di rito, e rientrare a Betulia. Tutto il popolo è stupito dall’incredibile impresa compiuta, e si prostra a terra per ringraziare Dio e per coprire l’eroina di benedizioni. Giuditta viene portata in trionfo ed eleva un cantico di vittoria al cielo.
La storia di Giuditta, storicamente inconsistente, è invece densa di significati teologici e spirituali. Innanzitutto, evidenza la potenza di Dio che per consentire al suo popolo eletto di sconfiggere il potente esercito assiro si serve di una donna, socialmente fragile ma dotata di grande coraggio e spirito di sacrificio. La prepotenza, simboleggiata dal re Nabucodonosor e dal capo del suo esercito Oloferne, viene abbattuta dall’umiltà, che è qui rappresentata da Giuditta. Infine, mostra la limitatezza dell’uomo che non è in grado di comprendere i disegni divini.

GIUDITTA E MARIA
Esistono alcune differenze che, a prima vista, fanno apparire singolare l’accostamento tra le due figure di donna, Giuditta e Maria. Tuttavia i trattati di mariologia dedicano in genere un certo spazio alla figura di Giuditta, considerata come “tipo” di Maria. Giuditta è descritta ripetutamente come una donna bella e sapiente, che conosce e soprattutto sa interpretare la storia del suo popolo individuando il significato che essa assumeva nel suo presente. Giuditta è soprattutto una donna che confida nel Signore, un’attitudine interiore che si esprime esteriormente mediante l’osservanza della legge e la preghiera. Analogo discorso vale anche per Maria che osserva la legge del Signore, la medita nel suo cuore e si dichiara “serva del Signore”.
Giuditta e Maria esprimono in maniera esemplare ciò che ogni credente è chiamato a vivere in modo tale che chiunque si possa riconoscere in loro. È significativo anche il fatto che siano figure deboli, capaci dunque di attestare la potenza di Dio che è in grado di trasformare le sorti. La fede delle due donne si esprime come denuncia del male, come compromissione personale, cioè, da una parte, come consapevole adesione alla strategia che Dio utilizza per denunciare e vincere il male (Giuditta) e, dall’altra, come riconoscimento del Suo agire anche oggi nella storia (Magnificat).

Il significato della Quaresima nelle parole di Benedetto XVI

Il Papa all’udienza generale nel Mercoledì delle Ceneri ha svolto la sua catechesi sul tempo di Quaresima che inizia oggi. “Si tratta – ha detto – di un itinerario di quaranta giorni che ci condurrà al Triduo pasquale, memoria della passione, morte e risurrezione del Signore, cuore del mistero della nostra salvezza. Nei primi secoli di vita della Chiesa questo era il tempo in cui coloro che avevano udito e accolto l’annuncio di Cristo iniziavano, passo dopo passo, il loro cammino di fede e di conversione per giungere a ricevere il sacramento del Battesimo”. Benedetto XVI ha sottolineato che “successivamente, anche i penitenti e poi tutti i fedeli furono invitati a vivere questo itinerario di rinnovamento spirituale, per conformare sempre più la propria esistenza a quella di Cristo. La partecipazione dell’intera comunità ai diversi passaggi del percorso quaresimale sottolinea una dimensione importante della spiritualità cristiana: è la redenzione non di alcuni, ma di tutti, ad essere disponibile grazie alla morte e risurrezione di Cristo… Il tempo che precede la Pasqua è un tempo di metanoia, cioè del cambiamento interiore, del pentimento; il tempo che identifica la nostra vita umana e tutta la nostra storia come un processo di conversione che si mette in movimento ora per incontrare il Signore alla fine dei tempi”. Nella Liturgia si parla di Quadragesima, cioè tempo di quaranta giorni che ci introduce in un preciso contesto spirituale. “Quaranta è infatti il numero simbolico con cui l’Antico e il Nuovo testamento rappresentano i momenti salienti dell’esperienza della fede del Popolo di Dio. E’ una cifra che esprime il tempo dell’attesa, della purificazione, del ritorno al Signore, della consapevolezza che Dio è fedele alle sue promesse”. Il Papa sottolinea l’importanza del numero 40 nella storia di Israele e nella vita di Gesù che “prima di iniziare la vita pubblica, si ritira nel deserto per quaranta giorni, senza mangiare né bere: si nutre della Parola di Dio, che usa come arma per vincere il diavolo. Le tentazioni di Gesù richiamano quelle che il popolo ebraico affrontò nel deserto, ma che non seppe vincere. Quaranta sono i giorni durante i quali Gesù risorto istruisce i suoi, prima di ascendere al Cielo e inviare lo Spirito Santo”. Il Pontefice ha poi affermato che “l liturgia cristiana della Quaresima ha lo scopo di favorire un cammino di rinnovamento spirituale, alla luce di questa lunga esperienza biblica e soprattutto per imparare ad imitare Gesù, che nei quaranta giorni trascorsi nel deserto insegnò a vincere la tentazione con la Parola di Dio. I quarant’anni della peregrinazione di Israele nel deserto presentano atteggiamenti e situazioni ambivalenti. Da una parte essi sono la stagione del primo amore con Dio e tra Dio e il suo popolo, quando Egli parlava al suo cuore, indicandogli continuamente la strada da percorrere. D’altro canto, la Bibbia mostra anche un’altra immagine della peregrinazione di Israele nel deserto: è anche il tempo delle tentazioni e dei pericoli più grandi, quando Israele mormora contro il suo Dio e vorrebbe tornare al paganesimo e si costruisce i propri idoli, poiché avverte l’esigenza di venerare un Dio più vicino e tangibile. Questa ambivalenza – ha aggiunto – la ritroviamo in modo sorprendente nel cammino terreno di Gesù, naturalmente senza alcun compromesso col peccato. Dopo il battesimo di penitenza al Giordano, nel quale assume su di sé il destino del Servo di Dio che rinuncia a se stesso e vive per gli altri e si pone tra i peccatori per prendere su di sé il peccato del mondo, Gesù si reca nel deserto per stare 40 giorni in profonda unione con il Padre. Ma in questo tempo di “deserto” e di incontro speciale col Padre, Gesù si trova esposto al pericolo ed è assalito dalla tentazione e dalla seduzione del maligno, il quale gli propone una via messianica lontana dal progetto di Dio, perché passa attraverso il potere, il successo, il dominio e non attraverso il dono totale sulla Croce. Questa è l’alternativa al messianismo di potere, di successo: un messianismo di amore, di dono di sé”. Benedetto XVI sottolinea che “questa situazione di ambivalenza descrive anche la condizione della Chiesa in cammino nel “deserto” del mondo e della storia. In questo “deserto” noi credenti abbiamo certamente l’opportunità di fare una profonda esperienza di Dio che rende forte lo spirito, conferma la fede, nutre la speranza, anima la carità; un’esperienza che ci fa partecipi della vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte mediante il Sacrificio d’amore sulla Croce. Ma il “deserto” è anche l’aspetto negativo della realtà che ci circonda: l’aridità, la povertà di parole di vita e di valori, il secolarismo e la cultura materialista, che rinchiudono la persona nell’orizzonte mondano dell’esistere sottraendolo ad ogni riferimento alla trascendenza. E’ questo anche l’ambiente in cui il cielo sopra di noi è oscuro, perché coperto dalle nubi dell’egoismo, dell’incomprensione e dell’inganno. Nonostante questo, anche per la Chiesa di oggi il tempo del deserto può trasformarsi in tempo di grazia, poiché abbiamo la certezza che anche dalla roccia più dura Dio può far scaturire l’acqua viva che disseta e ristora”. Il Papa ha infine concluso: “Cari fratelli e sorelle, in questi quaranta giorni che ci condurranno alla Pasqua di Risurrezione possiamo ritrovare nuovo coraggio per accettare con pazienza e con fede ogni situazione di difficoltà, di afflizione e di prova, nella consapevolezza che dalle tenebre il Signore farà sorgere il giorno nuovo. E se saremo stati fedeli a Gesù seguendolo sulla via della Croce, il chiaro mondo di Dio, il mondo della luce, della verità e della gioia ci sarà come ridonato: sarà l’alba nuova creata da Dio stesso. Buon cammino di Quaresima a voi tutti!”.

La vittoria nella storia della salvezza

guido-reni_crocefisso400x500La vittoria suppone lotta e rischio di sconfitta. E di fatto su una sconfitta si apre nella Bibbia il dramma dell’umanità, vinta da Satana, dal peccato, dalla morte. Ma già in questa sconfitta si delinea la promessa di una vittoria futura sul male. La storia della salvezza è quella del cammino verso la vittoria definitiva.
Nel Vecchio Testamento il popolo di Dio fa l’esperienza della vittoria e della sconfitta. Le vittorie arrivano innanzitutto sul piano temporale, nelle guerre e nelle battaglie, ma sono sempre una grazia di Dio che, come al principio ha dominato le forze del caos, successivamente si pone alla destra di Israele come alleato invincibile che continua a trionfare sui pagani.
Il rischio per Israele è quello di insuperbirsi della propria forza. Per evitare questo errore, Dio fa sperimentare la sconfitta e il fallimento al suo popolo, che prende coscienza della propria miseria morale. Il Signore, prima alleato valoroso, non esita a combattere contro il proprio popolo quando esso lo tradisce. Tali sconfitte testimoniano, altresì, che la vittoria divina è di ordine diverso da quello temporale e non si ottiene con la forza e con le armi.
I profeti descrivono questa vittoria escatologica presentando anche colui che sarà l’artefice di questo trionfo definitivo. Ora egli assume i tratti del messia regale; ora è personificato nel Figlio dell’uomo trascendente. Più paradossale è la vittoria del servo di Jahve, che trionfa con il suo sacrificio e porta a realizzazione il disegno di Dio.
La vittoria finale può già essere acquistata dai giusti che trionfano del peccato. Questa è pure la vittoria che riporterà Cristo, e dopo di lui i Cristiani.
Con Cristo il piano delle lotte temporali è definitivamente superato. La lotta reale che egli conduce è di altro ordine. Già nella sua vita pubblica egli si dichiara Come il « più forte » che trionfa su Satana, principe di questo mondo. Alla vigilia della morte, egli ammonisce i suoi di non temere il mondo malvagio che li perseguiterà col suo odio: «Abbiate fiducia! Io ho vinto il mondo». Questa vittoria riprende i tratti paradossali di quella del servo di Jahve ma si afferma come una realtà concreta e definitiva con la risurrezione. Cristo crocifisso, apparentemente sconfitto, trionfa sul peccato e sulla morte.
In Cristo è vincitore anche il popolo dei credenti. Avendo riconosciuto il loro Padre ed essendosi nutriti della sua parola, essi hanno vinto il maligno. Nati da Dio, hanno vinto il mondo. La loro vittoria è la loro fede nel Figlio di Dio. Questa vittoria resta da consolidare mediante una lotta spirituale: invece di essere vinti dal male, essi devono vincere il male mediante il bene. Ma sanno che, con la forza dello Spirito, possono trionfare ormai di tutti gli ostacoli: nulla più li separerà dall’amore di Cristo. Condividendo la vittoria del loro capo, essi Condivideranno pure la sua gloria.
Per i vincitori si realizza così, al di là di ogni speranza, la promessa originale: l’uomo, vinto un tempo da Satana, dal peccato e dalla morte, ne ha trionfato grazie a Cristo Gesù.

Nato in Israele il rarissimo Gatto Delle Sabbie

Una nuova speranza per il gatto delle sabbie. Tre settimane fa, nel bioparco Ramat Gan Safari di Tel Aviv, in Israele, è nato questo cucciolo di Felis margarita (questo il suo nome scientifico). E’ il primo esemplare nato dopo tanto tempo e la razza alla quale appartiene è da circa un decennio inserita nel “libro nero” delle specie in via d’estinzione. Si riteneva che fosse addirittura scomparso da Israele e che ne sopravvivessero solo alcuni esemplari nel deserto arabico e nei deserti di Pakistan ed Iran.
In natura abita i deserti sabbiosi, si ciba prevalentemente di piccoli roditori, lucertole ed insetti che caccia soprattutto di notte e che riesce a localizzare con l’aiuto delle grandi orecchie; non ha praticamente bisogno di bere, dal momento che riesce a ottenere i liquidi di cui necessita per sopravvivere direttamente dalle proprie prede. Il pelo morbido, color sabbia con striature pallide, gli consente un mimetismo perfetto tra le dune. E’ grande quasi quanto un gatto domestico ma ha una testa grande con larghe orecchie, zampe corte e coda lunga, e la parte inferiore delle zampe è ricoperta da lunghi peli che isolano i polpastrelli proteggendoli dal caldo infuocato della sabbia del deserto. La parte inferiore del corpo è bianca, le zampe presentano strisce scure, mentre la punta della coda è nera.
Questo gatto è abituato a vivere in regioni aride e poco ospitali come dune e i terreni rocciosi. In generale, è lungo circa 50 cm, con una coda di circa 30 cm e un peso medio di 2,7 kg. La sua struttura fisica gli permette di sopravvivere a temperature che variano dai −5 °C ai 52 °C.
La femmina generalmente prima del parto si scava una tana dove poi partorisce. Dopo la gestazione, che dura circa 66 giorni, nascono dai due ai quattro cuccioli. L’aspettativa di vita è di circa 13 anni ma incontrare un gatto delle sabbie è un evento rarissimo. Secondo le fonti ufficiali, infatti, in tutto il mondo ne esistono non più di 150 – 200 esemplari.
La nascita, seppur in cattività, del cucciolo di Tel Aviv rappresenta un evento eccezionale e dona una speranza in più di poter operare per salvare la specie dall’estinzione, magari prevedendo futuri incroci con individui non consanguinei presenti in altri bioparchi e zoo del mondo o persino grazie all’inseminazione in vitro, come già avviene con altre specie animali a rischio estinzione.

Gedeone

Gedeone, figlio di Ioas, è il sesto giudice di Israele. Nel linguaggio dell’antico Israele, il termine giudice designa i condottieri militari che occasionalmente prendono il comando del popolo per risolvere problemi di natura politica.
La storia di Gedeone si sviluppa secondo uno schema prestabilito che tocca tre punti di fondamentale importanza teologia. Innanzitutto l’infedeltà del popolo di Israele: se esso rimane fedele al Signore, vive in pace nella terra ricevuta. Ma se, invece, cede all’idolatria, se tradisce l’alleanza, viene abbandonato dal Signore in mano agli avversari. Al tempo di Gedeone, il problema è rappresentato dai Madianiti, una tribù nomade che razzia i territori che attraversa.
Questo, dunque, il secondo punto: la sottomissione di Israele ad altri popoli. Ma quando Israele prende coscienza del proprio peccato – terzo punto – si rende conto di aver sbagliato, grida al Signore, chiede l’intervento salvifico di Dio.
Ecco, allora, che il Signore suscita come risposta un condottiero, Gedeone, che viene descritto come un personaggio carismatico su cui si è posato lo Spirito, facendolo diventare guida, colui che deve portare il popolo alla vittoria e liberarlo dai nemici. In questo contesto, Gedeone assume i contorni di una figura eroica, un ideale, un modello da seguire.
La vocazione di Gedeone ricorda molto quella di Maria. Luca, infatti, descrivendo l’annuncio dell’angelo alla Vergine prende a modello il testo della chiamata di Gedeone: un angelo del Signore viene mandato a un personaggio piccolo, semplice, a cui è affidato l’incarico di essere liberatore del popolo.
Gedeone, tuttavia, presenta un problema, quello della comprensione storica: ha sentito raccontare della liberazione dall’Egitto ma ha l’impressione che al momento attuale Dio non operi più. Dio, invece, continua ad operare e vuole farlo proprio attraverso Gedeone, coinvolgendolo nel suo piano di salvezza. A tale scopo gli dona una forza straordinaria in grado di liberare Israele.
Come molte volte nella storia della salvezza, Dio sceglie il più piccolo della famiglia più povera, uno che non avrebbe alcun ruolo nella società per mancanza di strutture di potere, a cui egli affida il compito di salvare grazie alla sua presenza.
Gedeone si sente inadeguato e chiede un segno. Prepara un sacrificio che l’angelo di Dio fa consumare interamente per mezzo di un fuoco sprigionato dalla roccia. L’episodio ricorda molto la vocazione di Mosè e il sacrificio offerto da Abramo alle querce di Mamre.
Dopo un primo momento di esitazione, Gedeone accoglie la vocazione. Riunisce un grande esercito formato dagli uomini della tribù di Manasse, della tribù di Aser, della tribù di Zabulon e della tribù di Neftali per combattere gli invasori di Madian e di Amalek. Il Signore però lo riduce a 300 uomini per dimostrare che non sono un esercito numeroso e le armi a salvare, ma l’azione di Dio. Gli uomini di Gedeone, infatti, si presentano armati solo di trombe, lanterne e anfore. Queste ultime, rompendosi, provocano un grande rumore che, associato alle 300 fiaccole e al suono delle trombe, mandano nel panico i madianiti, che si uccidono l’un l’altro.
Gedeone, quindi, non vince combattendo ma lasciando combattere il Signore e quando, alla fine, il popolo gli offre il regno, lui lo rifiuta adducendo che c’è un solo re su Israele, Dio.
La storia di Gedeone non è la riproduzione di un fatto storico ma un racconto didattico-catechistico di grande valenza teologica. Chi scrive, infatti, lo fa sperando che gli ascoltatori vogliano ripetere le gesta eroiche di Gedeone.