Fede e laicità: papa Francesco scrive a Rapubblica

papa francescoQual è rapporto tra fede e laicità? E come si pone la Chiesa verso i non credenti? Sono questi gli interrogativi a cui papa Francesco dà risposta attraverso le pagine di Repubblica. Il Pontefice risponde alle domande che gli aveva rivolto Eugenio Scalfari in un suo articolo dello scorso 7 agosto (Le domande di un non credente al papa gesuita chiamato Francesco), e in un precedente articolo del 7 luglio (Le risposte che i due Papi non danno).

«Pregiatissimo Dottor Scalfari, è con viva cordialità che, sia pure solo a grandi linee, vorrei cercare con questa mia di rispondere alla lettera che, dalle pagine de La Repubblica, mi ha voluto indirizzare». Inizia così la lettera che papa Bergoglio ha indirizzato al giornale e che il quotidiano pubblica nella sua edizione oggi in edicola.

«Mi pare dunque sia senz’altro positivo    prosegue papa Francesco – non solo per noi singolarmente ma anche per la società in cui viviamo, soffermarci a dialogare su di una realtà così importante come la fede, che si richiama alla predicazione e alla figura di Gesù». Un «dovere» al dialogo che Bergoglio fa nascere da quello che definisce «un paradosso», che «la fede cristiana, simbolo della luce, lungo i secoli della modernità sia stata spesso bollata come il buio della superstizione che si oppone alla luce della ragione. Così tra la Chiesa e la cultura d’ispirazione cristiana, da una parte, e la cultura moderna d’impronta illuminista, dall’altra, si è giunti all’incomunicabilità. È venuto ormai il tempo, e il Vaticano II ne ha inaugurato appunto la stagione, di un dialogo aperto e senza preconcetti che riapra le porte per un serio e fecondo incontro».

E per chi cerca «di seguire Gesù nella luce della fede»    spiega    «questo dialogo è una espressione intima e indispensabile del credente. La fede, per me, è nata dall’incontro con Gesù. Ma    aggiunge – senza la Chiesa  non avrei potuto incontrare Gesù, pur nella consapevolezza che quell’immenso dono che è la fede è custodito nei fragili vasi d’argilla della nostra umanità».

Quindi papa Bergoglio risponde a due dei temi chiave che il laico Scalfari aveva posto: «Mi pare che ciò che Le sta a cuore è capire l’atteggiamento della Chiesa verso chi non condivide la fede in Gesù. Innanzi tutto, mi chiede se il Dio dei cristiani perdona chi non crede e non cerca la fede. Premesso che    ed è la cosa fondamentale    la misericordia di Dio non ha limiti… La questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza».

«Nell’ultima domanda mi chiede se, con la scomparsa dell’uomo sulla terra, scomparirà anche il pensiero capace di pensare Dio. Dio    risponde Bergoglio – non è un’idea, sia pure altissima, frutto del pensiero dell’uomo… non dipende, dunque, dal nostro pensiero. Del resto, anche quando venisse a finire la vita dell’uomo sulla terra, l’uomo non terminerà di esistere e, in un modo che non sappiamo, anche l’universo creato con lui».

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Lumen fidei: l’enciclica dei due Papi. «La luce della fede illumina la vita»

Lumen fidei, La luce della fede: si intitola così la prima Enciclica di Papa Francesco, presentata stamattina in Vaticano dai cardinali Mark Ouellet e Gerhard Muller, prefetti della Congregazioni dei vescovi e della dottrina della fede, e dall’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione. Quattro capitoli più un’introduzione e una conclusione. E una traccia chiara: anche se si è pensato che «non servisse per i nuovi tempi, per l’uomo diventato adulto, fiero della sua ragione, desideroso di esplorare in modo nuovo il futuro», la «luce della fede» è «capace di illuminare tutta l’esistenza» perché è «in grado di valorizzare la ricchezza delle relazioni umane, la loro capacità di mantenersi, di essere affidabili, di arricchire la vita comune».

Enciclica a quattro mani – L’Enciclica – spiega Papa Francesco – era già stata «quasi completata» da Benedetto XVI, e si aggiunge a quelle sulla speranza e la carità . Alla prima «prima stesura» firmata dal Papa emerito, l’attuale Pontefice ha aggiunto «ulteriori contributi». Obiettivo del documento è recuperare il carattere di luce proprio della fede, capace di illuminare tutta l’esistenza umana.

Cristo testimone della fede – La Lumen fidei ci richiama a una fede che non separa l’uomo dalla realtà, ma lo aiuta a coglierne il significato più profondo. In un’epoca come quella moderna – scrive il Papa nel primo capitolo dell’Enciclica- in cui il credere si oppone al cercare e la fede è vista come un’illusione, un salto nel vuoto che impedisce la libertà dell’uomo, è importante fidarsi ed affidarsi, umilmente e con coraggio, all’amore misericordioso di Dio che raddrizza le storture della nostra storia. Testimone affidabile della fede è Gesù, attraverso il quale Dio opera veramente nella storia. Chi crede in Gesù non solo guarda a Lui, ma anche dal Suo punto di vista.

Fede e verità – La fede non è un fatto privato – sottolinea il Pontefice nel secondo capitolo – perché si confessa all’interno della Chiesa, come comunione concreta dei credenti. E in questo modo, l’esistenza credente diventa esistenza ecclesiale. Quindi, il Papa dimostra lo stretto legame tra fede, verità e amore, quelle affidabili di Dio. La fede senza verità non salva – dice il Pontefice – Resta solo una bella fiaba, soprattutto oggi in cui si vive una crisi di verità a causa di una cultura che crede solo alla tecnologia o alle verità del singolo, a vantaggio dell’individuo e non del bene comune. Il grande oblio del mondo contemporaneo – evidenzia il Papa – è il rifiuto della verità grande, è il dimenticare la domanda su Dio, perché si teme il fanatismo e si preferisce il relativismo. Al contrario, la fede non è intransigente, il credente non è arrogante perché la verità che deriva dall’amore di Dio non si impone con la violenza e non schiaccia il singolo. Per questo è possibile il dialogo tra fede e ragione: innanzitutto, perché la fede risveglia il senso critico ed allarga gli orizzonti della ragione; in secondo luogo, perché Dio è luminoso e può essere trovato anche dai non credenti che lo cercano con cuore sincero. Chi si mette in cammino per praticare il bene – sottolinea il Papa – si avvicina già a Dio.

Evangelizzazione – Altro punto essenziale della Lumen fidei è l’evangelizzazione: chi si è aperto all’amore di Dio – dice il Pontefice – non può tenere questo dono solo per sé. Come una fiamma si accende dall’altra, così la luce di Gesù brilla sul volto dei cristiani e si trasmette di generazione in generazione, attraverso i testimoni della fede. C’è, però, un mezzo speciale con cui la fede può trasmettersi: sono i Sacramenti. Innanzitutto, il Battesimo, che ci ricorda che la fede deve essere ricevuta, in comunione ecclesiale, perché nessuno battezza se stesso, e che mette in risalto la sinergia tra la Chiesa e la famiglia, nella trasmissione della fede. Poi, l’Eucaristia, nutrimento prezioso della fede che ci insegna a vedere la profondità del reale. E ancora, la confessione di fede del Credo e la preghiera del Padre Nostro, che coinvolgono il credente nelle verità che confessa e lo fanno vedere con gli occhi di Cristo.

Fede e bene comune Appaiono tredici volte le espressioni “vita comune” e “bene comune” nel testo dell’enciclica. Nel suo ultimo capitolo, la Lumen fidei spiega il legame tra il credere e il costruire il bene comune: la fede, che nasce dall’amore di Dio, rende saldi i vincoli tra gli uomini e si pone al servizio della giustizia, del diritto, della pace. Essa non allontana dal mondo, scrive il Papa, anzi: se la togliamo dalle nostre città, perdiamo la fiducia tra noi e restiamo uniti solo per paura o per interesse. Sono tanti, invece, gli ambiti illuminati dalla fede: la famiglia fondata sul matrimonio, inteso come unione stabile tra uomo e donna; il mondo dei giovani che desiderano «una vita grande» e ai quali «l’incontro con Cristo dona una speranza solida che non delude». La fede illumina anche la natura, ci aiuta a rispettarla, a «trovare modelli di sviluppo che non si basino solo sull’utilità o sul profitto, ma che considerino il creato come un dono»; ci insegna ad individuare forme giuste di governo, in cui l’autorità viene da Dio ed è a servizio del bene comune; ci offre la possibilità del perdono che porta a superare i conflitti. «Quando la fede viene meno, c’è il rischio che anche i fondamenti del vivere vengano meno», ricorda il Papa. Anche la sofferenza e la morte ricevono un senso dall’affidarsi a Dio, scrive il Pontefice: all’uomo che soffre il Signore non dona un ragionamento che spieghi tutto, ma offre la sua presenza che accompagna. In questo senso, la fede è congiunta alla speranza. E qui il Papa lancia un appello: «Non facciamoci rubare la speranza, non permettiamo che sia vanificata con soluzioni e proposte immediate che ci bloccano nel cammino».

Woityla e Roncalli santi – L’enciclica, che porta la data del 29 giugno, è stata divulgata stamattina, nel giorno in cui papa Francesco ha pure firmato i decreti per la canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II che saranno proclamati santi insieme entro la fine dell’anno. Il pontefice ha approvato il miracolo attribuito all’intercessione del suo predecessore polacco e ha sottoscritto i voti favorevoli della sessione ordinaria della Congregazione delle cause dei santi sul fascicolo del “Papa buono”. Un’espressione, quest’ultima, che conferma che la canonizzazione di Roncalli avverrà derogando dall’accertamento del miracolo con una decisione che solo il pontefice poteva prendere e che permette all’ideatore del Concilio di compiere l’ultimo passo verso la gloria degli altari proprio a cinquant’anni dalla morte. La data precisa sarà annunciata nel corso di un concistoro convocato da Bergoglio, ma è probabile che si converga sull’8 dicembre.

Non lasciamoci spaventare dalle novità

gioiaLe novità spesso spaventano, atterriscono, ci lasciano bloccati là, incapaci di reagire e di cogliere le opportunità di cambiamento che la vita ci offre. Siamo esseri abitudinari, legati alle nostre sicurezze e alle nostre infelicità. Preferiamo continuare a essere insoddisfatti e a commiserarci piuttosto che avere il coraggio di prendere in mano la nostra vita e farne un capolavoro.
Le abitudini, per quando frustranti, sono meglio dell’ignoto. Guardiamo con dubbio alle novità che accadono nel succedersi quotidiano dei fatti e «la novità spesso ci fa paura, anche la novità che Dio ci porta, la novità che Dio ci chiede». Queste le parole che Papa Francesco ha rivolto ai fedeli nell’omelia della veglia di Pasqua. Parole dure ma estremamente vere in cui ognuno, credente o meno, può a ritrovare se stesso e le proprie paure.
«Siamo come gli Apostoli del Vangelo: spesso preferiamo tenere le nostre sicurezze, fermarci ad una tomba, al pensiero verso un defunto, che alla fine vive solo nel ricordo della storia come i grandi personaggi del passato. Abbiamo paura delle sorprese di Dio; abbiamo paura delle sorprese di Dio! Egli ci sorprende sempre!».
Il Papa ci chiede quindi di «non chiuderci alla novità che Dio vuole portare nella nostra vita!»:
«Siamo spesso stanchi, delusi, tristi, sentiamo il peso dei nostri peccati, pensiamo di non farcela? Non chiudiamoci in noi stessi, non perdiamo la fiducia, non rassegniamoci mai: non ci sono situazioni che Dio non possa cambiare, non c’è peccato che non possa perdonare se ci apriamo a Lui».

Messaggio del Papa per la Quaresima: La Fede senza le opere è come un albero senza frutti

papa“Abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi”. Il titolo del Messaggio per la Quaresima esprime in sintesi la verità che Benedetto XVI ribadisce nel particolare: un cristiano non ama un suo simile perché è genericamente buono e solidale, ma perché ha sperimentato in sé l’amore di Cristo ed è questo amore che testimonia agli altri. Il Papa torna a fare chiarezza sul giusto rapporto tra fede e carità e sulla necessità che nessuna delle due prevalga sull’altra. La questione era già stata affrontata da San Paolo e Benedetto XVI la riattualizza. Fede e carità, scrive, sono virtù unite in un “indissolubile intreccio” ed “è fuorviante” vederle opposte in chiave “dialettica” come accade, nota, quando “talvolta si tende a circoscrivere il termine ‘carità’ alla solidarietà o al semplice aiuto umanitario”. Da un lato, obietta, “è limitante l’atteggiamento di chi mette in modo così forte l’accento sulla priorità e la decisività della fede da sottovalutare e quasi disprezzare le concrete opere di carità e ridurre questa a generico umanitarismo. Dall’altro, però, è altrettanto limitante sostenere un’esagerata supremazia della carità e della sua operosità, pensando che le opere sostituiscano la fede. Per una sana vita spirituale – afferma il Papa – è necessario rifuggire sia dal fideismo che dall’attivismo moralista”.

Invece, prosegue il Pontefice, il cristiano, specie se “operatore di carità”, è una “persona conquistata dall’amore di Cristo” e per questo motivo “è aperto in modo profondo e concreto all’amore per il prossimo”. Benedetto XVI usa un’immagine per spiegare la natura di questo modo d’amare. “L’esistenza cristiana – dice – consiste in un continuo salire il monte dell’incontro con Dio per poi ridiscendere, portando l’amore e la forza che ne derivano, in modo da servire i nostri fratelli e sorelle con lo stesso amore di Dio”. Su questa base si comprende meglio come per un cristiano la “massima opera di carità” sia l’evangelizzazione, cioè “il servizio della Parola”. Come pure, un cristiano che opera la carità sa che non sono tanto i suoi sforzi a portare frutto, bensì “l’iniziativa salvifica” che viene “da Dio, dalla sua Grazia”: e questo, conferma Benedetto XVI, “lungi dal limitare la nostra libertà e la nostra responsabilità, piuttosto le rende autentiche e le orienta verso le opere della carità”. In definitiva, conclude il Papa, “una fede senza opere è come un albero senza frutti”: se la prima “ci fa conoscere la verità di Cristo come Amore incarnato e crocifisso”, la seconda ci fa “entrare” in quel’amore e spinge al dono totale di sé.

Giuditta

La storia di Giuditta è ambientata cronologicamente durante il regno di Nabucodonosor. Conclusa vittoriosamente la prima campagna di guerra, il “Grande re” affidò al suo generale Oloferne la campagna d’occidente, durante la quale questi incontrò il popolo di Israele. Un capo cananeo lo avvertì che quello era un popolo invincibile, se non peccava contro il suo Dio. Assediati, ridotti allo stremo per fame e sete, dopo 34 giorni gli israeliti avrebbero voluto arrendersi, e il loro capo, Ozia, a fatica riuscì a convincerli ad aspettare ancora cinque giorni.
Sorge a questo punto la luminosa stella di Giuditta, giovane vedova di un proprietario terriero morto improvvisamente di insolazione, donna esemplare che unisce ricchezza materiale, sensuale ed incrollabile fede nel Dio dei suoi padri. Costei rivela subito una tempra virile, convocando a casa sua i capi della comunità e spronandoli alla resistenza. La donna li accusa di aver voluto “tentare il Signore” con la promessa di resistere ancora solo per cinque giorni, cercando di forzargli la mano per accelerare il Suo intervento nella storia. Invece Giuditta propone di mettersi in azione per capovolgere le sorti dell’assedio.
Prima di accingersi all’impresa invoca su di sé la protezione dell’Altissimo, affinché le doni una vittoria che copra di gloria il Suo Santo nome. Poi passa all’azione: smette le vesti vedovili, si lava, si copre di unguenti, si trucca, veste gli abiti più belli che ha, e quindi esce dalla città con la sua ancella e si presenta all’accampamento assiro, chiedendo di essere ammessa alla presenza di Oloferne. Le sentinelle restano conquistate dal fascino della donna e cedono alla sua richiesta. Così, la donna viene ricevuta dal terribile Oloferne: il discorso che gli rivolge è un capolavoro di diplomazia, perché apparentemente la giudea sembra esaltare Nabucodonosor, ma in realtà ella pensa al vero Signore della storia; e l’impresa grandiosa che Dio l’ha inviata a compiere non è certo quella che Oloferne immagina. Il vanitoso Oloferne resta soggiogato dalle parole di quella che sembra solo una piccola donna indifesa, e imbandisce per lei un grandioso banchetto. Si illude in tal modo di poter godere delle grazie della splendida ebrea, e si ritira nella sua tenda offuscato dal gran vino bevuto. Ma Giuditta improvvisamente afferra la scimitarra che Oloferne tiene a capo del letto, mormora una preghiera e con un solo fendente gli spicca il capo dal busto.
A questo punto non le resta che nascondere la testa del superbo generale nella bisaccia dei viveri della sua ancella, lasciare l’accampamento assiro con la scusa della preghiera di rito, e rientrare a Betulia. Tutto il popolo è stupito dall’incredibile impresa compiuta, e si prostra a terra per ringraziare Dio e per coprire l’eroina di benedizioni. Giuditta viene portata in trionfo ed eleva un cantico di vittoria al cielo.
La storia di Giuditta, storicamente inconsistente, è invece densa di significati teologici e spirituali. Innanzitutto, evidenza la potenza di Dio che per consentire al suo popolo eletto di sconfiggere il potente esercito assiro si serve di una donna, socialmente fragile ma dotata di grande coraggio e spirito di sacrificio. La prepotenza, simboleggiata dal re Nabucodonosor e dal capo del suo esercito Oloferne, viene abbattuta dall’umiltà, che è qui rappresentata da Giuditta. Infine, mostra la limitatezza dell’uomo che non è in grado di comprendere i disegni divini.

GIUDITTA E MARIA
Esistono alcune differenze che, a prima vista, fanno apparire singolare l’accostamento tra le due figure di donna, Giuditta e Maria. Tuttavia i trattati di mariologia dedicano in genere un certo spazio alla figura di Giuditta, considerata come “tipo” di Maria. Giuditta è descritta ripetutamente come una donna bella e sapiente, che conosce e soprattutto sa interpretare la storia del suo popolo individuando il significato che essa assumeva nel suo presente. Giuditta è soprattutto una donna che confida nel Signore, un’attitudine interiore che si esprime esteriormente mediante l’osservanza della legge e la preghiera. Analogo discorso vale anche per Maria che osserva la legge del Signore, la medita nel suo cuore e si dichiara “serva del Signore”.
Giuditta e Maria esprimono in maniera esemplare ciò che ogni credente è chiamato a vivere in modo tale che chiunque si possa riconoscere in loro. È significativo anche il fatto che siano figure deboli, capaci dunque di attestare la potenza di Dio che è in grado di trasformare le sorti. La fede delle due donne si esprime come denuncia del male, come compromissione personale, cioè, da una parte, come consapevole adesione alla strategia che Dio utilizza per denunciare e vincere il male (Giuditta) e, dall’altra, come riconoscimento del Suo agire anche oggi nella storia (Magnificat).

Ania Goledzinowska: la top model lascia tutto e va a vivere a Medjugorje

Dalla villa ad Arcore di Silvio Berlusconi al monastero di Medjugorje. La modella polacca Ania Goledzinowska, fidanzata del nipote dell’ex premier, Paolo Enrico Beretta, ha lasciato l’Italia e la vita lussuosa che conduceva per ritirarsi in convento nella cittadella mariana della Bosnia-Erzegovina e per dedicare la propria vita alla preghiera. Era lei, volto della casa di moda Chanel, che, per la festa di compleanno di Berlusconi del 2008, uscì in bikini da un pacco infiocchettato per cantare «Auguri presidente».
Per Ania Goledzinowska è stata una radicale conversione («avevo una sorta di allergia per i sacerdoti e la Chiesa»), scaturita da un viaggio a Medjugorje. Al giornale inglese Catholic Herald racconta: «Mi sono resa conto di non essere mai stata veramente felice in tutta la mia vita». Poi la depressione. «Avevo una vita privilegiata che non mi piaceva più, volevo cose semplici, normali, finché una mattina chiamai un amico e gli chiesi di aiutarmi a tornare definitivamente a Medjugorje o mi sarei buttata dalla finestra: me ne sono andata dall’ Italia con due valigie senza dire niente a nessuno». Era il 25 giugno, e Ania era attesa in Sardegna da un nuovo lavoro al «Billionaire» di Briatore, proprio nel 30˚ anniversario dell’apparizione della Madonna a Medjugorje.
«Ora vivo in una comunità mariana con preti e suore, mi sveglio alle cinque, recito il rosario scalando il monte Podbrdo poi rientro per la santa messa – spiega-. Offro il mio aiuto pulendo le stanze e i bagni, stirando e cucinando. Abbiamo anche un orto e do da mangiare alle galline. Nel pomeriggio riposo e alle sei abbiamo le preghiere. Molti vecchi amici non capiscono la mia scelta, ma io non sono mai stata così felice, qui mi sento amata da Dio e soddisfatta di ciò che faccio». Nessuna nostalgia dei party esclusivi e dei vestiti eleganti: «Indosso gli “abiti della Providenza” che lasciano qui i pellegrini».
Il suo fidanzato «all’inizio è rimasto sconvolto dalla decisione, per due settimane non ha saputo dove fossi, ci siamo visti dopo un mese quando ho deciso il trasferimento definitivo a Medjugorje e ha detto di aver compreso: in tre anni è l’unico uomo che mi abbia sempre rispettata». Del «buon compleanno» cantato a Berlusconi si limita a dire che «dopo Medjugorje ci sono tante cose che non rifarei. Gesù salva i peccatori come me».

L’ex fotomodella lavora all’associazione «Cuori puri» per chi vive in castità fino al matrimonio. Il loro segno di riconoscimento: «anelli numerati». Ritiene di «aver dovuto vivere in passato cose cattive per poter dare testimonianza oggi che si può cambiare e che la vita reale è qualcosa di diverso». Si definisce la «prima delle peccatrici» e ora «non voglio perdere il dono di gioire della grazia di Dio».
Dalla mondanità più sfrenata al santuario della fede: «Non sono scappata dal mondo, qui ho imparato l’amore e il perdono. Tutti possono avere una seconda opportunità nella vita. Ora so che bisogna perdonare per poter essere perdonato. Devo farlo per me stessa, per svuotarmi del risentimento che incatena il cuore e per lasciare che Dio agisca dentro di me». A Medjugorje «non si viene per assistere ad altri miracoli», sostiene: «Il vero miracolo è il distacco, poi la Madonna si prende cura di tutto il resto». Un viaggio di sola andata. «In quello che è stato per anni il mio mondo è inconcepibile che io possa essere felice facendo quello che prima faceva la mia cameriera – evidenzia Ania-. Mi sento come quando ero bambina e vivevo con la mia povera e semplice famiglia. So che adesso le persone mi sono vicine per ciò che realmente sono e non per profitto. Ho abbandonato tutto e non mi manca niente. Di sicuro qui a Medjugorje non ho bisogno delle scarpe di Chanel. Ora faccio ciò che Dio si aspetta da me».

La preghiera e il silenzio di Dio

Il Papa ha ripreso oggi le udienze generali in Piazza San Pietro e ha concluso le sue catechesi sulla preghiera di Gesù soffermandosi sul tema del silenzio di Gesù, “così importante nel rapporto con Dio”. Il papa ha spiegato che “la dinamica di parola e silenzio, che segna la preghiera di Gesù in tutta la sua esistenza terrena, soprattutto sulla croce, tocca anche la nostra vita di preghiera in due direzioni. La prima è quella che riguarda l’accoglienza della Parola di Dio. E’ necessario il silenzio interiore ed esteriore perché tale parola possa essere udita. Questo principio che senza silenzio non si sente, non si ascolta, non si riceve una parola, questo principio vale per la preghiera personale soprattutto, ma anche per le nostre liturgie: per facilitare un ascolto autentico, esse devono essere anche ricche di momenti di silenzio e di accoglienza non verbale”.
“C’è però – ha proseguito – anche una seconda importante relazione del silenzio con la preghiera. Non c’è, infatti, solo il nostro silenzio per disporci all’ascolto della Parola di Dio; spesso, nella nostra preghiera, ci troviamo di fronte al silenzio di Dio, proviamo quasi un senso di abbandono, ci sembra che Dio non ascolti e non risponda. Ma questo silenzio di Dio, come è avvenuto per Gesù, non segna la sua assenza. Il cristiano sa bene che il Signore è presente e ascolta, anche nel buio del dolore, del rifiuto e della solitudine. Gesù rassicura i discepoli e ciascuno di noi che Dio conosce bene le nostre necessità in qualunque momento della nostra vita. Un cuore attento, silenzioso, aperto, è più importante di tante parole. Dio ci conosce nell’intimo, più di noi stessi, e ci ama: saper questo deve essere sufficiente. Nella Bibbia l’esperienza di Giobbe è particolarmente significativa al riguardo. Quest’uomo in poco tempo perde tutto: familiari, beni, amici, salute; sembra proprio che l’atteggiamento di Dio verso di lui sia quello dell’abbandono, del silenzio totale. Eppure Giobbe, nel suo rapporto con Dio, parla con Dio, grida a Dio nella sua preghiera, nonostante tutto, conserva intatta la sua fede e alla fine scopre il valore della sua esperienza e del silenzio di Dio. E così alla fine, rivolgendosi al Creatore, può concludere: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (Gb 42,5). Questa estrema fiducia che si apre all’incontro profondo con Dio è maturata nel silenzio. San Francesco Saverio pregava dicendo al Signore: io ti amo non perché puoi darmi il paradiso o condannarmi all’inferno, ma perché sei il mio Dio. Ti amo perché Tu sei Tu”.
“E come – si chiede il Papa – Gesù ci insegna a pregare? Nel Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica troviamo una chiara risposta: «Gesù ci insegna a pregare, non solo con la preghiera del Padre nostro, certamente l’atto centrale dell’insegnamento su come pregare, ma anche quando egli stesso prega. In questo modo, oltre al contenuto, ci mostra le disposizioni richieste per una vera preghiera: la purezza del cuore, che cerca il Regno di Dio e perdona i nemici; la fiducia audace e filiale, che va al di là di ciò che sentiamo e comprendiamo; la vigilanza, che protegge il discepolo dalla tentazione» (n. 544)”.
“Percorrendo i Vangeli – ha sottolineato il papa – abbiamo visto come il Signore sia, per la nostra preghiera, interlocutore, amico, testimone e maestro. In Gesù si rivela la novità del nostro dialogo con Dio: la preghiera filiale, che il Padre aspetta dai suoi figli. E da Gesù impariamo come la preghiera costante ci aiuti ad interpretare la nostra vita, ad operare le nostre scelte, a riconoscere e ad accogliere la nostra vocazione, a scoprire i talenti che Dio ci ha dato, a compiere quotidianamente la sua volontà, unica via per realizzare la nostra esistenza”.
“Il punto più alto di profondità nella preghiera al Padre, Gesù lo raggiunge al momento della Passione e della Morte, in cui pronuncia l’estremo «sì» al progetto di Dio e mostra come la volontà umana trova il suo compimento proprio nell’adesione piena alla volontà divina e non nella contrapposizione. Nella preghiera di Gesù, nel suo grido al Padre sulla croce, confluiscono «tutte le angosce dell’umanità di ogni tempo, schiava del peccato e della morte, tutte le implorazioni e le intercessioni della storia della salvezza. Ed ecco che il Padre le accoglie e, al di là di ogni speranza, le esaudisce risuscitando il Figlio suo. Così si compie e si consuma l’evento della preghiera nell’Economia della creazione e della salvezza» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2598)”.
Il Papa ha quindi concluso : “Cari fratelli e sorelle, chiediamo con fiducia al Signore di vivere il cammino della nostra preghiera filiale, imparando quotidianamente dal Figlio Unigenito fattosi uomo per noi come deve essere il nostro modo di rivolgerci a Dio. Le parole di san Paolo sulla vita cristiana in generale, valgono anche per la nostra preghiera: «Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,38-39)”.