Cos’è l’amore?

Un giorno chiesi a un saggio: «Cos’è l’amore?».
Non mi parlò di sentimenti né di cuori che battono all’impazzata né di corpi che si uniscono nell’urgenza del desiderio. Niente di tutto questo.
«L’amore – mi disse – è essere responsabile dell’altro. E’ avere cura dell’altro e continuare a stargli accanto anche quando diventerà antipatico e insopportabile, anche quando la penserà diversamente da te, non ti comprenderà, non ti desidererà e non riuscirà più a rintracciare nel suo cuore il sentimento che vi ha unito. Amare è accogliere l’altro così com’è, giorno dopo giorno, con i suoi limiti e le sue debolezze. Amare è perdonare anche quando fa troppo male, anche quando vieni tradito. In amore non esiste l’espressione “ho perso la fiducia in te”. Gesù non ha perso la fiducia nei suoi discepoli. Erano stati tre anni con lui e non avevano capito niente, nel momento della prova lo avevano abbandonato e rinnegato ma lui ha spalancato le sue braccia sulla croce e li ha raccolti in un immenso abbraccio. Non li ha cacciati via, ha continuato a credere in loro e ad amarli. Sei vuoi amare veramente, devi fare come Gesù: accogliere, perdonare, dare la vita».
«E’ un discorso duro, chi potrà comprenderlo?», domandai perplessa.
«Ricorda, la vita regala momenti di grande gioia ma solo nella misura in cui sei disposta a  sacrificarti. I sentimenti degli uomini sono inaffidabili, cambiano spesso, e anche il desiderio svanisce. L’unico modo per rendere l’amore eterno è lottare per esso ogni giorno senza arrendersi mai, neppure quando tutto sembra perduto».
Ringraziai il saggio e andai via. Alla prossima domanda solo io avrei potuto trovare la risposta: sono capace di amare così?

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Pentecoste: La missione dello Spirito Santo nella Chiesa

Dio Padre affidò al suo Figlio una missione da compiere sulla terra (cfr. Gv 17, 4). Quando fu espletata, venne il momento della Pentecoste. Allora fu inviato lo Spirito Santo per operare senza posa la santificazione della Chiesa, e i credenti avessero così per Cristo accesso al Padre in un solo Spirito (cfr. Ef 2, 18). Questi è lo Spirito che dà la vita, è la sorgente di acqua zampillante per la vita eterna (cfr. Gv 4, 14; 7, 38-39); per lui il Padre ridà la vita agli uomini, morti per il peccato, e un giorno risusciterà in Cristo i loro corpi mortali (cfr. Rm 8, 10-11). Lo Spirito dimora nella Chiesa e nei cuori dei fedeli come in un tempio (cfr. 1 Cor 3, 16; 6, 19) e in essi prega e rende testimonianza della adozione filiale (cfr. Gal 4, 6; Rm 8, 15-16 e 26). Egli guida la Chiesa verso tutta intera la verità (cfr. Gv 16, 13), la unifica nella comunione e nel servizio, la provvede di diversi doni gerarchici e carismatici, coi quali la dirige e la abbellisce dei suoi frutti (cfr. Ef 4, 11-12; 1 Cor 12, 4; Gal 5, 22). Con la forza del Vangelo la fa ringiovanire, la rinnova continuamente e la conduce alla perfetta unione col suo Sposo. Infatti lo Spirito e la Sposa dicono al Signore Gesù: Vieni! (cfr. Ap 22, 17).
La Chiesa universale si presenta come «un popolo adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».
La comunità cattolica dei fedeli, consacrati dall’unzione dello Spirito Santo (cfr. 1 Gv 2, 20. 27), non può sbagliare nel credere. Il popolo di Dio gode di questa infallibilità quando nel suo insieme, comprendente gerarchia e laici, esprime il suo consenso universale in materia dottrinale e morale.
Per la coscienza della fede, formata con l’assistenza e il sostegno dello Spirito di verità, il popolo di Dio, sotto la guida del sacro magistero, al quale fedelmente si conforma, accoglie non la parola degli uomini ma, qual è in realtà, la parola di Dio (cfr. 1 Ts 2, 13), aderisce indefettibilmente «alla fede una volta per tutte trasmessa ai santi» (Gd 3), con retto giudizio penetra in essa più a fondo e più pienamente l’applica nella vita.
Lo Spirito Santo, per mezzo dei sacramenti e dei ministeri, santifica il popolo di Dio, lo guida e lo adorna di virtù. Inoltre, «distribuendo a ciascuno i propri doni come piace a lui» (1 Cor 12, 11), dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali, con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi varie incombenze e missioni utili al rinnovamento della Chiesa e al suo sviluppo. È ciò che dice la Scrittura: «A ciascuno … la manifestazione dello Spirito è data perché torni a comune vantaggio» (1 Cor 12, 7). Questi carismi, straordinari o anche più semplici e più largamente diffusi, sono appropriati alle necessità della Chiesa e perciò si devono accogliere con gratitudine e gioia.

Dalla Costituzione dogmatica «Lumen gentium» del Concilio ecumenico Vaticano II sulla Chiesa

La preghiera e il silenzio di Dio

Il Papa ha ripreso oggi le udienze generali in Piazza San Pietro e ha concluso le sue catechesi sulla preghiera di Gesù soffermandosi sul tema del silenzio di Gesù, “così importante nel rapporto con Dio”. Il papa ha spiegato che “la dinamica di parola e silenzio, che segna la preghiera di Gesù in tutta la sua esistenza terrena, soprattutto sulla croce, tocca anche la nostra vita di preghiera in due direzioni. La prima è quella che riguarda l’accoglienza della Parola di Dio. E’ necessario il silenzio interiore ed esteriore perché tale parola possa essere udita. Questo principio che senza silenzio non si sente, non si ascolta, non si riceve una parola, questo principio vale per la preghiera personale soprattutto, ma anche per le nostre liturgie: per facilitare un ascolto autentico, esse devono essere anche ricche di momenti di silenzio e di accoglienza non verbale”.
“C’è però – ha proseguito – anche una seconda importante relazione del silenzio con la preghiera. Non c’è, infatti, solo il nostro silenzio per disporci all’ascolto della Parola di Dio; spesso, nella nostra preghiera, ci troviamo di fronte al silenzio di Dio, proviamo quasi un senso di abbandono, ci sembra che Dio non ascolti e non risponda. Ma questo silenzio di Dio, come è avvenuto per Gesù, non segna la sua assenza. Il cristiano sa bene che il Signore è presente e ascolta, anche nel buio del dolore, del rifiuto e della solitudine. Gesù rassicura i discepoli e ciascuno di noi che Dio conosce bene le nostre necessità in qualunque momento della nostra vita. Un cuore attento, silenzioso, aperto, è più importante di tante parole. Dio ci conosce nell’intimo, più di noi stessi, e ci ama: saper questo deve essere sufficiente. Nella Bibbia l’esperienza di Giobbe è particolarmente significativa al riguardo. Quest’uomo in poco tempo perde tutto: familiari, beni, amici, salute; sembra proprio che l’atteggiamento di Dio verso di lui sia quello dell’abbandono, del silenzio totale. Eppure Giobbe, nel suo rapporto con Dio, parla con Dio, grida a Dio nella sua preghiera, nonostante tutto, conserva intatta la sua fede e alla fine scopre il valore della sua esperienza e del silenzio di Dio. E così alla fine, rivolgendosi al Creatore, può concludere: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (Gb 42,5). Questa estrema fiducia che si apre all’incontro profondo con Dio è maturata nel silenzio. San Francesco Saverio pregava dicendo al Signore: io ti amo non perché puoi darmi il paradiso o condannarmi all’inferno, ma perché sei il mio Dio. Ti amo perché Tu sei Tu”.
“E come – si chiede il Papa – Gesù ci insegna a pregare? Nel Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica troviamo una chiara risposta: «Gesù ci insegna a pregare, non solo con la preghiera del Padre nostro, certamente l’atto centrale dell’insegnamento su come pregare, ma anche quando egli stesso prega. In questo modo, oltre al contenuto, ci mostra le disposizioni richieste per una vera preghiera: la purezza del cuore, che cerca il Regno di Dio e perdona i nemici; la fiducia audace e filiale, che va al di là di ciò che sentiamo e comprendiamo; la vigilanza, che protegge il discepolo dalla tentazione» (n. 544)”.
“Percorrendo i Vangeli – ha sottolineato il papa – abbiamo visto come il Signore sia, per la nostra preghiera, interlocutore, amico, testimone e maestro. In Gesù si rivela la novità del nostro dialogo con Dio: la preghiera filiale, che il Padre aspetta dai suoi figli. E da Gesù impariamo come la preghiera costante ci aiuti ad interpretare la nostra vita, ad operare le nostre scelte, a riconoscere e ad accogliere la nostra vocazione, a scoprire i talenti che Dio ci ha dato, a compiere quotidianamente la sua volontà, unica via per realizzare la nostra esistenza”.
“Il punto più alto di profondità nella preghiera al Padre, Gesù lo raggiunge al momento della Passione e della Morte, in cui pronuncia l’estremo «sì» al progetto di Dio e mostra come la volontà umana trova il suo compimento proprio nell’adesione piena alla volontà divina e non nella contrapposizione. Nella preghiera di Gesù, nel suo grido al Padre sulla croce, confluiscono «tutte le angosce dell’umanità di ogni tempo, schiava del peccato e della morte, tutte le implorazioni e le intercessioni della storia della salvezza. Ed ecco che il Padre le accoglie e, al di là di ogni speranza, le esaudisce risuscitando il Figlio suo. Così si compie e si consuma l’evento della preghiera nell’Economia della creazione e della salvezza» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2598)”.
Il Papa ha quindi concluso : “Cari fratelli e sorelle, chiediamo con fiducia al Signore di vivere il cammino della nostra preghiera filiale, imparando quotidianamente dal Figlio Unigenito fattosi uomo per noi come deve essere il nostro modo di rivolgerci a Dio. Le parole di san Paolo sulla vita cristiana in generale, valgono anche per la nostra preghiera: «Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,38-39)”.

La Sindone a Montevergine per sfuggire ai nazisti

La Sacra Sindone è stata custodita nel santuario di Montevergine per tutta la durata della Seconda Guerra Mondiale. La rivelazione è già di qualche anno fa, ma lo scorso dicembre l’Osservatore Romano – quotidiano del Vaticano – ha dedicato un ampio articolo alla vicenda, illustrando le motivazioni che spinsero i Savoia a nascondere il lenzuolo tanto caro ai cristiani alle falde del Monte Partenio. Montevergine, scrive Giovanni Preziosi, non fu scelta soltanto «per i requisiti di sicurezza che garantiva la zona, ma soprattutto per i legami con i monaci benedettini che affondavano le radici fin dal lontano 1433, allorché Margherita, figlia del celebre duca Amedeo VIII di Savoia — che tra il 1439 e il 1449 divenne antipapa con il nome di Felice V — in segno di devozione e riconoscenza verso la Madonna di Montevergine per essere scampata a un naufragio donò alla comunità monastica uno splendido affresco». L’Osservatore Romano ricostruisce la storia della Sindone che da Torni fu dapprima trasferita a Roma e successivamente, nel settembre del 1939, portata a Montevergine. Ciò lascia intuire che già allora i Savoia erano consapevoli dell’imminente entrata in guerra dell’Italia al fianco della Germania nazista. «Proprio per questo motivo – prosegue l’articolo – i Savoia avevano ritenuto opportuno trasferire n gran fretta la Sindone dalla cappella di Palazzo reale a Torino, dove era custodita, presso il palazzo del Quirinale». Roma, tuttavia, non rappresentava una località sicura e anche la proposta di spostare la reliquia all’interno delle mura vaticane fu bocciata. Il sostituto della Segreteria di Stato di Sua Santità per gli Affari ordinari, monsignor Giovanni Battista Montini, convocò immediatamente l’abate di Montevergine, monsignor Ramiro Marcone per organizzare la traslazione della Sindone. «L’abate non solo non espresse alcuna obiezione al riguardo – scrive l’Osservatore Romano – ma rimase lusingato che proprio il santuario fosse stato scelto per custodire, seppur temporaneamente, questa preziosa reliquia». La Sindone arrivò a Montevergine il 25 settembre 1939, verso le 15 e venne collocata sotto l’altare del Coretto di notte, al riparo da occhi indiscreti. Soltanto poche persone erano al corrente della presenza della reliquia. «Recentemente è stata avanzata una suggestiva ipotesi – spiega Preziosi – secondo la quale il trasferimento della sacra reliquia a Montevergine fu disposto, in realtà, per impedire che finisse nelle mani del Führer che, fin dalla sua visita in Italia del 1938, aveva sguinzagliato i suoi uomini per scovare la preziosa reliquia e trafugarla allo scopo di assecondare le manie esoteriche che condivideva con Himmler e molti altri gerarchi nazisti […]  Era noto, infatti, che reliquie tradizionalmente connesse con la Passione di Cristo facevano gola a Hitler al punto che, in seguito, riuscì a impossessarsi della Lancia di Longino custodita nel Tesoro imperiale di Vienna, incaricando il colonnello delle SS Otto Rahn di cercare persino il Santo Graal». Durante il periodo di permanenza della Sindone, ci furono diverse incursioni naziste al monastero. Esse, tuttavia, vanno interpretate come normali perquisizioni. «Se infatti i nazisti fossero stati davvero convinti di aver fiutato la pista giusta per ritrovare la Sindone di certo non avrebbero esitato a mettere a soqquadro l’intero complesso monastico per trafugarla». Il segreto non trapelò mai e neppure i numerosi pellegrini che si recavano a Montevergine ebbero mai il sospetto che il quel luogo fosse custodito il lenzuolo. «Alla fine della guerra – conclude l’Osservatore Romano – dopo il referendum istituzionale e la proclamazione della Repubblica, il 28 ottobre 1946, come disposto dalla Real casa, la Sindone fu riconsegnata al cardinale Fossati che, accompagnato da monsignor Brusa, giunse a Montevergine «per riportarla, sempre in forma riservatissima, nella sua cappella in Torino».

Il significato della Quaresima nelle parole di Benedetto XVI

Il Papa all’udienza generale nel Mercoledì delle Ceneri ha svolto la sua catechesi sul tempo di Quaresima che inizia oggi. “Si tratta – ha detto – di un itinerario di quaranta giorni che ci condurrà al Triduo pasquale, memoria della passione, morte e risurrezione del Signore, cuore del mistero della nostra salvezza. Nei primi secoli di vita della Chiesa questo era il tempo in cui coloro che avevano udito e accolto l’annuncio di Cristo iniziavano, passo dopo passo, il loro cammino di fede e di conversione per giungere a ricevere il sacramento del Battesimo”. Benedetto XVI ha sottolineato che “successivamente, anche i penitenti e poi tutti i fedeli furono invitati a vivere questo itinerario di rinnovamento spirituale, per conformare sempre più la propria esistenza a quella di Cristo. La partecipazione dell’intera comunità ai diversi passaggi del percorso quaresimale sottolinea una dimensione importante della spiritualità cristiana: è la redenzione non di alcuni, ma di tutti, ad essere disponibile grazie alla morte e risurrezione di Cristo… Il tempo che precede la Pasqua è un tempo di metanoia, cioè del cambiamento interiore, del pentimento; il tempo che identifica la nostra vita umana e tutta la nostra storia come un processo di conversione che si mette in movimento ora per incontrare il Signore alla fine dei tempi”. Nella Liturgia si parla di Quadragesima, cioè tempo di quaranta giorni che ci introduce in un preciso contesto spirituale. “Quaranta è infatti il numero simbolico con cui l’Antico e il Nuovo testamento rappresentano i momenti salienti dell’esperienza della fede del Popolo di Dio. E’ una cifra che esprime il tempo dell’attesa, della purificazione, del ritorno al Signore, della consapevolezza che Dio è fedele alle sue promesse”. Il Papa sottolinea l’importanza del numero 40 nella storia di Israele e nella vita di Gesù che “prima di iniziare la vita pubblica, si ritira nel deserto per quaranta giorni, senza mangiare né bere: si nutre della Parola di Dio, che usa come arma per vincere il diavolo. Le tentazioni di Gesù richiamano quelle che il popolo ebraico affrontò nel deserto, ma che non seppe vincere. Quaranta sono i giorni durante i quali Gesù risorto istruisce i suoi, prima di ascendere al Cielo e inviare lo Spirito Santo”. Il Pontefice ha poi affermato che “l liturgia cristiana della Quaresima ha lo scopo di favorire un cammino di rinnovamento spirituale, alla luce di questa lunga esperienza biblica e soprattutto per imparare ad imitare Gesù, che nei quaranta giorni trascorsi nel deserto insegnò a vincere la tentazione con la Parola di Dio. I quarant’anni della peregrinazione di Israele nel deserto presentano atteggiamenti e situazioni ambivalenti. Da una parte essi sono la stagione del primo amore con Dio e tra Dio e il suo popolo, quando Egli parlava al suo cuore, indicandogli continuamente la strada da percorrere. D’altro canto, la Bibbia mostra anche un’altra immagine della peregrinazione di Israele nel deserto: è anche il tempo delle tentazioni e dei pericoli più grandi, quando Israele mormora contro il suo Dio e vorrebbe tornare al paganesimo e si costruisce i propri idoli, poiché avverte l’esigenza di venerare un Dio più vicino e tangibile. Questa ambivalenza – ha aggiunto – la ritroviamo in modo sorprendente nel cammino terreno di Gesù, naturalmente senza alcun compromesso col peccato. Dopo il battesimo di penitenza al Giordano, nel quale assume su di sé il destino del Servo di Dio che rinuncia a se stesso e vive per gli altri e si pone tra i peccatori per prendere su di sé il peccato del mondo, Gesù si reca nel deserto per stare 40 giorni in profonda unione con il Padre. Ma in questo tempo di “deserto” e di incontro speciale col Padre, Gesù si trova esposto al pericolo ed è assalito dalla tentazione e dalla seduzione del maligno, il quale gli propone una via messianica lontana dal progetto di Dio, perché passa attraverso il potere, il successo, il dominio e non attraverso il dono totale sulla Croce. Questa è l’alternativa al messianismo di potere, di successo: un messianismo di amore, di dono di sé”. Benedetto XVI sottolinea che “questa situazione di ambivalenza descrive anche la condizione della Chiesa in cammino nel “deserto” del mondo e della storia. In questo “deserto” noi credenti abbiamo certamente l’opportunità di fare una profonda esperienza di Dio che rende forte lo spirito, conferma la fede, nutre la speranza, anima la carità; un’esperienza che ci fa partecipi della vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte mediante il Sacrificio d’amore sulla Croce. Ma il “deserto” è anche l’aspetto negativo della realtà che ci circonda: l’aridità, la povertà di parole di vita e di valori, il secolarismo e la cultura materialista, che rinchiudono la persona nell’orizzonte mondano dell’esistere sottraendolo ad ogni riferimento alla trascendenza. E’ questo anche l’ambiente in cui il cielo sopra di noi è oscuro, perché coperto dalle nubi dell’egoismo, dell’incomprensione e dell’inganno. Nonostante questo, anche per la Chiesa di oggi il tempo del deserto può trasformarsi in tempo di grazia, poiché abbiamo la certezza che anche dalla roccia più dura Dio può far scaturire l’acqua viva che disseta e ristora”. Il Papa ha infine concluso: “Cari fratelli e sorelle, in questi quaranta giorni che ci condurranno alla Pasqua di Risurrezione possiamo ritrovare nuovo coraggio per accettare con pazienza e con fede ogni situazione di difficoltà, di afflizione e di prova, nella consapevolezza che dalle tenebre il Signore farà sorgere il giorno nuovo. E se saremo stati fedeli a Gesù seguendolo sulla via della Croce, il chiaro mondo di Dio, il mondo della luce, della verità e della gioia ci sarà come ridonato: sarà l’alba nuova creata da Dio stesso. Buon cammino di Quaresima a voi tutti!”.

Mezzoggiorno al pozzo

pozzoVoglio raccontarvi una storia oggi. E’ la storia di un uomo e di una donna, la storia di un incontro che avvenne nella notte dei tempi presso un pozzo deserto.
Ogni giorno, verso mezzogiorno, la donna usciva di casa attenta a non farsi vedere da nessuno. Copriva i suoi lunghi capelli corvini con uno scialle per ripararsi dal sole e per non attirare sguardi indiscreti. La sua bellezza era pari solo alla sua cattiva fama e la donna cercava di nascondere l’una e l’altra. Ma quegli occhi verdi striati d’azzurro non passavano mai inosservati e raccontavano una storia di solitudine, di una vita ferita, della disperata ricerca di qualcosa che placasse l’enorme sete d’amore della donna che li esibiva, non senza una punta di vergogna.
In paese tutti la conoscevano come quella che aveva cambiato tanti uomini, la donna che aveva avuto cinque mariti e che adesso si accontentava di essere l’amante di un ricco mercante. Lei, che era malvista da tutti, si recava al pozzo nelle ore più calde del giorno, quando era sicura di non incontrare nessuno, quando non avrebbe potuto vedere la sua vergogna riflessa negli occhi dei compaesani.
Un giorno accadde qualcosa. Vide in lontananza una figura d’uomo, che procedeva a passo sicuro verso di lei. Voleva andar via, ma non aveva ancora preso l’acqua. L’uomo la raggiunse. Era uno straniero, acerrimo nemico del suo popolo. La donna era diffidente, lo sfidò con gli occhi, ma a lui non sembrava importare né che lei fosse una donna né che fosse una nemica.
Infrangendo ogni legge, le rivolse la parola, chiedendole di porgergli un po’ d’acqua, affinché potesse placare la sete e la calura del viaggio.
L’uomo non era un uomo come tutti gli altri, era una specie di profeta. Sapeva dei suoi cinque mariti, del suo amante, del disprezzo con cui la guardavano i suoi compaesani. Sapeva che nella sua vita aveva sbagliato tanto ma che se lo aveva fatto era solo per un disperato bisogno d’amore.
Le tolse il secchio di mano, lo calò nel pozzo e lo tirò fuori colmo di acqua. Prese il recipiente dalla casacca che portava in spalla e l’offrì alla donna, che lo prese con entrambe le mai e lo portò alla bocca. Quell’uomo era così strano, conosceva tutta la sua vita eppure non la respingeva. Il suo guardo la rigenerava.
L’uomo la osservava mentre beveva. Non gliene importava niente che nel tentativo di trovare la sorgente, quella donna si fosse abbeverata alle pozzanghere, coprendosi di fango. La donna si asciugò la bocca con la manica del vestito e porse la gabella al suo interlocutore. Ancora non si fidava. Lo mise alla prova per vedere fino a che punto il suo interesse era autentico, senza secondi fini. E lui si lasciò mettere alla prova per dimostrarle la sua sincerità.
Stavano ancora chiacchierando quando la donna vide stagliarsi contro l’orizzonte altre figure. Devono essere i suoi amici, pensò. Ecco che adesso fingerà di non conoscermi, dimostrandosi uguale a tutti quanti gli altri.
E l’uomo, in effetti, smise di parlare con lei confermando i suoi sospetti. Ma lo fece solo per un istante, che alla donna sembrò eterno. Il caldo iniziava a diventare insopportabile, avrebbe voluto non essere mai uscita di casa e non aver mai incontrato quell’uomo, che l’aveva illusa con belle parole per poi gettarla di nuovo nel suo fango.
Gli amici arrivarono al pozzo e lanciarono sguardi infuocati all’uomo e alla bella donna che era con lui. Non nascosero la loro disapprovazione, ma l’uomo ormai aveva occhi solo per lei. Le si avvicinò ancora di più, le parlò con complicità, completamente dimentico dei suoi amici. Il mondo era diventato piccolo piccolo e loro due ne erano i soli abitanti.
Le prese la mano, se la porto al viso e con delicatezza la baciò. Poi la lasciò andare e riprese il cammino verso la sua meta.
La donna accarezzò con la punta delle dita l’acqua nel secchio, quell’acqua che lui aveva benedetto con il suo tocco, e baciò la mano nel punto in cui le labbra di lui l’avevano sfiorata. Non era triste perché lui era andato via, era felice per averlo avuto con sé, anche per pochi minuti.
Raccolse il secchio e si incamminò verso il paese, questa volta a testa alta. Aveva tolto il velo dalla testa, lasciando che i lunghi capelli le ricadessero sulle spalle. Adesso non doveva più nascondersi, né avrebbe avuto ancora bisogno di andare al pozzo a mezzogiorno. I suoi occhi non raccontavano più solitudine e abbandono, ma parlavano d’amore, di ferite che guariscono, di una sete finalmente placata.