Non lasciamoci spaventare dalle novità

gioiaLe novità spesso spaventano, atterriscono, ci lasciano bloccati là, incapaci di reagire e di cogliere le opportunità di cambiamento che la vita ci offre. Siamo esseri abitudinari, legati alle nostre sicurezze e alle nostre infelicità. Preferiamo continuare a essere insoddisfatti e a commiserarci piuttosto che avere il coraggio di prendere in mano la nostra vita e farne un capolavoro.
Le abitudini, per quando frustranti, sono meglio dell’ignoto. Guardiamo con dubbio alle novità che accadono nel succedersi quotidiano dei fatti e «la novità spesso ci fa paura, anche la novità che Dio ci porta, la novità che Dio ci chiede». Queste le parole che Papa Francesco ha rivolto ai fedeli nell’omelia della veglia di Pasqua. Parole dure ma estremamente vere in cui ognuno, credente o meno, può a ritrovare se stesso e le proprie paure.
«Siamo come gli Apostoli del Vangelo: spesso preferiamo tenere le nostre sicurezze, fermarci ad una tomba, al pensiero verso un defunto, che alla fine vive solo nel ricordo della storia come i grandi personaggi del passato. Abbiamo paura delle sorprese di Dio; abbiamo paura delle sorprese di Dio! Egli ci sorprende sempre!».
Il Papa ci chiede quindi di «non chiuderci alla novità che Dio vuole portare nella nostra vita!»:
«Siamo spesso stanchi, delusi, tristi, sentiamo il peso dei nostri peccati, pensiamo di non farcela? Non chiudiamoci in noi stessi, non perdiamo la fiducia, non rassegniamoci mai: non ci sono situazioni che Dio non possa cambiare, non c’è peccato che non possa perdonare se ci apriamo a Lui».

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Il Papa: mi chiamo Francesco perché vorrei una Chiesa povera

papaOltre seimila giornalisti, molti dei quali accompagnati dai propri familiari, hanno gremito questa mattina l’Aula Paolo VI per partecipare all’udienza con Papa Francesco. Il Pontefice si è detto lieto, all’inizio del suo ministero petrino, di incontrare gli operatori dei media: «avete lavorato qui a Roma in questo periodo così intenso, iniziato con il sorprendente annuncio del mio venerato Predecessore Benedetto XVI, l’11 febbraio scorso».
Il Papa ha rivolto un ringraziamento «a quanti hanno saputo osservare e presentare questi eventi della storia della Chiesa tenendo conto della prospettiva più giusta in cui devono essere letti, quella della fede. Gli avvenimenti della storia chiedono quasi sempre una lettura complessa, che a volte può anche comprendere la dimensione della fede. Gli eventi ecclesiali non sono certamente più complicati di quelli politici o economici! Essi però hanno una caratteristica di fondo particolare: rispondono a una logica che non è principalmente quella delle categorie, per così dire, mondane, e proprio per questo non è facile interpretarli e comunicarli ad un pubblico vasto e variegato. La Chiesa, infatti, pur essendo certamente anche un’istituzione umana, storica, con tutto quello che comporta, non ha una natura politica, ma essenzialmente spirituale: è il Popolo di Dio, il Santo Popolo di Dio, che cammina verso l’incontro con Gesù Cristo. Soltanto ponendosi in questa prospettiva si può rendere pienamente ragione di quanto la Chiesa Cattolica opera».
Ha poi ribadito che «Cristo è il Pastore della Chiesa, ma la sua presenza nella storia passa attraverso la libertà degli uomini: tra di essi uno viene scelto per servire come suo Vicario, Successore dell’Apostolo Pietro, ma Cristo è il centro, non il Successore di Pietro: Cristo. Cristo è il centro. Cristo è il riferimento fondamentale, il cuore della Chiesa. Senza di Lui, Pietro e la Chiesa non esisterebbero né avrebbero ragion d’essere. Come ha ripetuto più volte Benedetto XVI, Cristo è presente e guida la sua Chiesa. In tutto quanto è accaduto il protagonista è, in ultima analisi, lo Spirito Santo. Egli ha ispirato la decisione di Benedetto XVI per il bene della Chiesa; Egli ha indirizzato nella preghiera e nell’elezione i Cardinali».
Il Pontefice ha rivolto ai giornalisti «un invito a cercare di conoscere sempre di più la vera natura della Chiesa e anche il suo cammino nel mondo, con le sue virtù e con i suoi peccati, e conoscere le motivazioni spirituali che la guidano e che sono le più autentiche per comprenderla».

PERCHÉ FRANCESCO? – Il Papa ha spiegato le motivazioni che lo hanno spinto a scegliere il nome Francesco: «Alcuni non sapevano perché il Vescovo di Roma ha voluto chiamarsi Francesco – ha detto – Alcuni pensavano a Francesco Saverio, a Francesco di Sales, anche a Francesco d’Assisi. Io vi racconterò la storia. Nell’elezione, io avevo accanto a me l’arcivescovo emerito di San Paolo e anche prefetto emerito della Congregazione per il Clero, il cardinale Claudio Hummes: un grande amico, un grande amico! Quando la cosa diveniva un po’ pericolosa, lui mi confortava. E quando i voti sono saliti a due terzi, viene l’applauso consueto, perché è stato eletto il Papa. E lui mi abbracciò, mi baciò e mi disse: “Non dimenticarti dei poveri!”. E quella parola è entrata qui: i poveri, i poveri. Poi, subito, in relazione ai poveri ho pensato a Francesco d’Assisi. Poi, ho pensato alle guerre, mentre lo scrutinio proseguiva, fino a tutti i voti. E Francesco è l’uomo della pace. E così, è venuto il nome, nel mio cuore: Francesco d’Assisi. È per me l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e custodisce il creato; in questo momento anche noi abbiamo con il creato una relazione non tanto buona, no? È l’uomo che ci dà questo spirito di pace, l’uomo povero … Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!».
Alcuni porporati hanno fatto diverse battute: «Ma, tu dovresti chiamarti Adriano, perché Adriano VI è stato il riformatore, bisogna riformare …”. E un altro mi ha detto: “No, no: il tuo nome dovrebbe essere Clemente”. “Ma perché?”. “Clemente XV: così ti vendichi di Clemente XIV che ha soppresso la Compagnia di Gesù!”».

BENEDIZIONE – Quindi, proseguendo ancora a braccio, Papa Francesco, ha detto: «Vi voglio tanto bene, vi ringrazio per tutto quello che avete fatto. E penso al vostro lavoro: vi auguro di lavorare con serenità e con frutti, e di conoscere sempre meglio il Vangelo di Gesù Cristo e la realtà della Chiesa. Vi affido all’intercessione della Beata Vergine Maria, Stella dell’evangelizzazione. E auguro il meglio a voi e alle vostre famiglie, a ciascuno delle vostre famiglie. E imparto di cuore a tutti voi la benedizione».
Dopo aver salutato personalmente alcuni dei giornalisti presenti, Papa Francesco, in spagnolo, ha concluso: «Vi avevo detto che vi avrei dato di cuore la mia benedizione. Molti di voi non appartengono alla Chiesa cattolica, altri non sono credenti. Di cuore imparto questa benedizione, nel silenzio, a ciascuno di voi, rispettando la coscienza di ciascuno, ma sapendo che ciascuno di voi è figlio di Dio. Che Dio vi benedica».

Conclave: il prossimo dovrà essere il Papa della gioia

gioiaIeri vi ho parlato di una delle caratteristiche che il futuro Papa dovrebbe avere, ovvero la capacità di dialogare con la modernità, oggi voglio elencarvene un’altra: la gioia. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, diversissimi per carattere e approccio ai fedeli, hanno avuto la capacità di attrarre le folle, soprattutto in occasione delle Giornate Mondiali della Gioventù, ma ciò di cui la Chiesa – e per Chiesa intendo il popolo dei battezzati – necessita oggi non sono i grandi eventi. La gente comune, alle prese con i problemi concreti, ha innanzitutto bisogno di riscoprire la gioia dell’incontro con Cristo nella quotidianità, di avvertire la sua presenza nelle faccende piccole della vita, dove ha più bisogno di fiducia e amore.
Le messe domenicali sono sempre meno frequentate, le persone sono stanche di predicozzi sterili e di minacce d’inferno. La liturgia, con tutte quelle formule, risulta lunga e noiosa perché non la si conosce e non la si comprende. L’Eucarestia allora si riduce a un mero dovere, spesso adempiuto controvoglia e perciò inutile.
Il nuovo Papa dovrà portare una ventata di novità e di freschezza, dovrà avere un carattere allegro e comunicativo in grado di trasmettere la gioia dell’incontro con Cristo, dell’ascolto della Parola e della preghiera. L’Eucarestia, allora, tornerà alla sua vera essenza, un banchetto nuziale, una grande festa a cui tutti sono invitati, un incontro d’amore tra un Dio presente e vivo e la sua sposa, la Chiesa, che dice «Vieni Signore Gesù».

La vittoria nella storia della salvezza

guido-reni_crocefisso400x500La vittoria suppone lotta e rischio di sconfitta. E di fatto su una sconfitta si apre nella Bibbia il dramma dell’umanità, vinta da Satana, dal peccato, dalla morte. Ma già in questa sconfitta si delinea la promessa di una vittoria futura sul male. La storia della salvezza è quella del cammino verso la vittoria definitiva.
Nel Vecchio Testamento il popolo di Dio fa l’esperienza della vittoria e della sconfitta. Le vittorie arrivano innanzitutto sul piano temporale, nelle guerre e nelle battaglie, ma sono sempre una grazia di Dio che, come al principio ha dominato le forze del caos, successivamente si pone alla destra di Israele come alleato invincibile che continua a trionfare sui pagani.
Il rischio per Israele è quello di insuperbirsi della propria forza. Per evitare questo errore, Dio fa sperimentare la sconfitta e il fallimento al suo popolo, che prende coscienza della propria miseria morale. Il Signore, prima alleato valoroso, non esita a combattere contro il proprio popolo quando esso lo tradisce. Tali sconfitte testimoniano, altresì, che la vittoria divina è di ordine diverso da quello temporale e non si ottiene con la forza e con le armi.
I profeti descrivono questa vittoria escatologica presentando anche colui che sarà l’artefice di questo trionfo definitivo. Ora egli assume i tratti del messia regale; ora è personificato nel Figlio dell’uomo trascendente. Più paradossale è la vittoria del servo di Jahve, che trionfa con il suo sacrificio e porta a realizzazione il disegno di Dio.
La vittoria finale può già essere acquistata dai giusti che trionfano del peccato. Questa è pure la vittoria che riporterà Cristo, e dopo di lui i Cristiani.
Con Cristo il piano delle lotte temporali è definitivamente superato. La lotta reale che egli conduce è di altro ordine. Già nella sua vita pubblica egli si dichiara Come il « più forte » che trionfa su Satana, principe di questo mondo. Alla vigilia della morte, egli ammonisce i suoi di non temere il mondo malvagio che li perseguiterà col suo odio: «Abbiate fiducia! Io ho vinto il mondo». Questa vittoria riprende i tratti paradossali di quella del servo di Jahve ma si afferma come una realtà concreta e definitiva con la risurrezione. Cristo crocifisso, apparentemente sconfitto, trionfa sul peccato e sulla morte.
In Cristo è vincitore anche il popolo dei credenti. Avendo riconosciuto il loro Padre ed essendosi nutriti della sua parola, essi hanno vinto il maligno. Nati da Dio, hanno vinto il mondo. La loro vittoria è la loro fede nel Figlio di Dio. Questa vittoria resta da consolidare mediante una lotta spirituale: invece di essere vinti dal male, essi devono vincere il male mediante il bene. Ma sanno che, con la forza dello Spirito, possono trionfare ormai di tutti gli ostacoli: nulla più li separerà dall’amore di Cristo. Condividendo la vittoria del loro capo, essi Condivideranno pure la sua gloria.
Per i vincitori si realizza così, al di là di ogni speranza, la promessa originale: l’uomo, vinto un tempo da Satana, dal peccato e dalla morte, ne ha trionfato grazie a Cristo Gesù.

Sansone

Sansone è un eroe dalla forza prodigiosa, concessa direttamente da Dio. Le sue imprese sono straordinarie, ma sono solo una tappa verso la liberazione dai Filistei. Sansone, forte come un leone, si dimostra debole con le donne, che lo tradiscono e ingannano.
A causa dei loro peccati, gli Israeliti restano in balia dei Filistei per quarant’anni. Durante questo periodo, un angelo appare alla moglie di Manoach e le annuncia la nascita di un figlio, Sansone, a cui non dovranno essere tagliati i capelli, perché egli sarà un nazireo – consacrato a Dio fin dal concepimento – e libererà Israele dai Filistei. Sansone cresce e il Signore lo benedice.
Una volta adulto, a Timna, vede una filistea e se ne innamora. Tornato a casa, la chiede in sposa ai genitori che, davanti alla risolutezza del figlio, accettano di imparentarsi con una straniera. Sansone si mette in viaggio con loro per andare a chiedere la mano della sposa. Giunti presso le vigne di Timna, un leone attacca Sansone. Investito dallo spirito del Signore, Sansone squarcia a mani nude il leone. Quando tutti raggiungono la casa della donna, Sansone offre un banchetto ai trenta invitati della sposa e propone loro un indovinello. Se riusciranno a risolverlo entro i sette giorni del banchetto, avranno trenta tuniche e trenta vesti; ma se nessuno indovinerà la soluzione, allora saranno i Filistei a donare altrettanto a Sansone. Dopo tre giorni di tentativi, gli invitati minacciano la sposa, che per i sette giorni del banchetto tormenta il marito per avere la spiegazione. Il settimo giorno Sansone cede e le spiega la soluzione. Lei quindi la riferisce ai Filistei.
Sansone capisce di essere stato raggirato e si reca ad Ascalon, dove uccide trenta uomini e prende le loro vesti per darle agli invitati della sposa. Poi se ne va infuriato a casa di suo padre e lascia la sposa al compagno che aveva fatto da amico di nozze.
Tornato dalla moglie, Sansone scopre che il padre l’ha maritata al compagno di nozze. Allora decide di vendicarsi: cattura trecento volpi, lega le code a due a due e mette tra le code legate una fiaccola accesa. Poi libera le volpi per i campi dei Filistei e tutto il raccolto viene bruciato. Quando i Filistei vengono a sapere che la causa del disastro è il matrimonio tradito, bruciano la donna e suo padre. Persa la moglie, Sansone giura di vendicarsi e compie una strage nel villaggio filisteo. Successivamente, dopo essere stato catturato dai Filistei e liberato dall’intervento di Dio, uccide mille uomini con una mascella d’asino. Dopo il massacro, Sansone prova una grande sete e invoca il soccorso del Signore. Allora Dio spacca la roccia e ne fa scaturire acqua fresca. A questo punto, Sansone diventa giudice di Israele per venti anni.
In seguito Sansone si innamora di Dalila, una donna della valle di Sorek. I capi dei Filistei le offrono mille e cento sicli d’argento ciascuno per sedurlo e farsi rivelare il segreto della sua forza in modo da poterlo legare. A ogni incontro Dalila interroga Sansone su come può essere legato. Inizialmente lui la inganna ma alla fine le rivela il suo segreto: se il suo capo fosse rasato, perderebbe tutta la forza. Dalila chiama i capi dei Filistei, che riescono a catturare facilmente Sansone dopo avergli tagliato le sette trecce. Gli cavano gli occhi, lo portano a Gaza, lo legano con catene di rame e lo mettono a girare la macina della prigione.
Mentre i capelli cominciano a ricrescergli, i Filistei celebrano un grande sacrificio in onore del loro dio Dagon e chiamano Sansone, che li intrattiene con dei giochi. Allora Sansone invoca il Signore per vendicarsi dei suoi occhi, si mette tra le due colonne portanti e fa crollare la casa in cui si stava svolgendo la festa. Sansone muore e con lui muoiono più persone di quante ne abbia uccise in tutta la sua vita.
La figura di Sansone è stata spesso accostata a quella di Cristo, non soltanto per il sacrificio che entrambi hanno offerto, donando la propria vita. Tra i due c’è un’altra analogia, ovvero il loro nazireato, il loro essere separati dal resto del popole e consacrati al Signore. Cristo fu interamente estraneo a tutto quello che influenza l’uomo. Meditando sulla vita di Gesù, si vede dovunque questo spirito di rinnegamento di sé, questa totale rinuncia della propria volontà, questa ubbidienza e dipendenza perfetta dal Padre Suo. Ma Cristo diventa vero Nazireo nel cielo, dopo l’Ascensione e la Pentecoste quando, avendo ricevuto dal Padre la promessa dello Spirito Santo, l’ha mandato sopra i Suoi discepoli, affinché per la Sua potenza essi potessero sperimentare la comunione con Lui e con il Padre Suo.

Messa per la Gmg. Il Papa: “Siate audaci testimoni dell’amore di Cristo”. Appuntamento a Rio de Janeiro nel 2013

Annunciare in tutto il mondo l’Amore di Cristo. Questo è “il compito” che Benedetto XVI lascia ai giovani al termine della XXVI Giornata mondiale della gioventù di Madrid 2011. Si stima che i partecipanti all’Eucaristia, tra i presenti a Cuatro Vientos e quelli che non hanno potuto raggiungere l’area perché già satura e sono stati dirottati in altri luoghi dotati di maxi schermi, siano stati circa due milioni. Presenti alla Messa anche i Reali di Spagna, Juan Carlos e Sofia.
“Cari giovani, ho pensato molto a voi in queste ore in cui non ci siamo visti. Spero che abbiate potuto dormire un po’ nonostante il tempo inclemente. Dio trae il bene da tutto. Con questa fiducia, sapendo che il Signore non ci abbandona, iniziamo la nostra Celebrazione eucaristica pieni di entusiasmo e saldi nella fede”.
La fede “ha origine nell’iniziativa di Dio”, ma suppone poi l’adesione di tutto l’uomo, una relazione personale con Gesù Cristo, ricorda il Papa nell’omelia, dopo il Vangelo sulla confessione di fede di Pietro. Anche ai voi, dice il Papa, Cristo oggi rivolge la domanda: chi dite che io sia?
“Rispondetegli con generosità e audacia, come corrisponde a un cuore giovane qual è il vostro. Ditegli: Gesù, io so che Tu sei il Figlio di Dio, che hai dato la tua vita per me. Tu mi conosci e mi ami. Io mi fido di te e metto la mia intera vita nelle tue mani”.
Ma per seguire Gesù bisogna camminare con Lui nella Chiesa. “Non si può, dice, seguire Gesù da soli”. Chi cede alla tentazione di vivere la fede secondo una mentalità individualista, che predomina nella società, “corre il rischio di non incontrare mai Gesù Cristo, o di finire seguendo un’immagine falsa di Lui”.
“Vi chiedo, cari amici, di amare la Chiesa, che vi ha generati alla fede. Per la crescita della vostra amicizia con Cristo è fondamentale riconoscere l’importanza del vostro gioioso inserimento nelle parrocchie, comunità e movimenti, così come la partecipazione all’Eucarestia di ogni domenica”, ma anche la confessione, la preghiera, la meditazione della Parola di Dio.
All’Angelus, il pensiero del Pontefice va anche agli amici dei giovani presenti a Madrid, che vorranno sapere “cosa è cambiato in voi” dopo essere stati alla Gmg: “ Trasmettete loro il mio affetto, in particolare ai più sfortunati, e anche alle vostre famiglie e alle comunità di vita cristiana alle quali appartenete”.
Infine l’annuncio del luogo dove si terrà la prossima Gmg: “Sono lieto di annunciare ora che la sede della prossima Giornata Mondiale della Gioventù, nel 2013, sarà Rio de Janeiro”.
Il Papa ha quindi consegnato a 5 giovani una piccola croce missionaria. Un gesto che suggella le sue parole dell’omelia e dell’Angelus: “Portate la conoscenza e l’amore di Cristo a tutto il mondo. Egli vuole che siate suoi apostoli nel ventunesimo secolo e messaggeri della sua gioia. Non deludetelo! Grazie”
Poi è stata la volta dei saluti nelle varie lingue. Il Papa ha ricordato che “Cristo vi chiede oggi di essere radicati in Lui e di edificare con Lui la vostra vita sulla roccia che è Lui stesso. Egli vi invia per essere testimoni coraggiosi e senza complessi, autentici e credibili! Non abbiate paura d’essere cattolici, di testimoniarlo sempre intorno a voi con semplicità e sincerità”.
Contro i falsi ideali di questo tempo, Benedetto XVI ha riaffermato che “la fede non è una teoria. Credere significa entrare in una relazione personale con Gesù e vivere l’amicizia con Lui in comunione con altri, nella comunità della Chiesa. Affidate a Cristo tutta la vostra vita, e aiutate i vostri amici a giungere alla fonte della vita, a Dio”. Affinché ciò sia possibile, è necessario cibarsi dell’Eucarestia, che è “Cristo risorto presente e vivo in mezzo a noi: grazie a Lui, la vostra vita è radicata e fondata in Dio, salda nella fede”.
Il Papa inviata a testimoniare con coraggio il proprio credo. “Vi sentirete controcorrente in mezzo ad una società dove domina la cultura relativista che rinuncia a cercare e a possedere la verità. E’ in questo particolare momento storico, pieno di grandi sfide e di opportunità, che il Signore vi ha inviato: perché grazie alla vostra fede continui a risuonare la Buona Novella di Cristo per tutta la terra”. Infine, l’ultima missione: “Con la vostra preghiera e con l’esempio della vita aiutate l’Europa a ritrovare le sue radici cristiane”.