Ama, viaggia, vivi

Che strana cosa la morte. Fa parte della vita, ineluttabile per tutti noi, eppure quando arriva ti coglie sempre di sorpresa. A volte giunge improvvisa, sconvolgendo chi resta, altre dopo una lunga malattia ma, non importa quanto tu ti sia pronto, non c’è nulla che ti prepari al senso di vuoto che ti lascia la morte di una persona cara.

Anche la pagina bianca appare come un nemico, la parole faticano a sgorgare anche se nel tuo cuore hai la certezza che la vita è più forte: più forte del dolore, più forte del senso di impotenza, più forte del silenzio che ti urla nelle orecchie.

Stasera più che mai penso che la vita non vada sprecata, che ogni emozione vada vissuta fino in fondo, che non bisogna mai lasciarsi qualcosa indietro per paura. Se puoi amare qualcuno, amalo con tutto te stesso, senza perdere tempo in stupide congetture sul futuro. Ama, perché non sai quanto tempo ancora quella persona rimarrà con te e domani potrebbe essere troppo tardi. Se hai l’opportunità di fare un viaggio, fallo senza pensare che il mese prossimo non potrai comprare le scarpe nuove. Forse è così, ma avrai nuovi occhi per guardare il mondo. Se ti propongono una serata fuori o una nuova avventura, non tirarti indietro.

A un certo punto ci guarderemo indietro e scopriremo che la vera ricchezza è l’essersi lasciati andare, l’aver assaporato ogni istante della vita, l’aver fatto tesoro di ogni persona e ogni cosa che ci è stata donata. Che sono queste le cose che ci hanno fatto crescere e battere il cuore. Mentre tutto ciò a cui abbiamo rinunciato rimarrà come un’enorme macchia nera sulla meravigliosa tela della nostra esistenza.

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Gli animali ci insegnano a lottare per la vita e per l’amore. Anche quando si perde

Qualcuno dice che “sono solo gatti” o “sono solo cani”. Ma non sono mai “solo animali”. C’è nei nostri amici a quattro zampe – non soltanto quelli domestici – una forza dirompente e straordinaria, una tenerezza innata, un istinto di sopravvivenza e una dolcezza che ci conquistano e ci lasciano senza fiato.

Basta veramente poco per lasciarsi intenerire da due occhioni che ti guardano adoranti, dalle fusa di un gatto che si struscia tra le tue gambe dicendoti silenziosamente “ti ho scelto”; per affezionarsi a chi ti dona un sorriso anche nei momenti peggiori, per voler proteggere e salvare un pelosetto quando soffre.

Purtroppo non sempre ci si riesce e questo fa male al cuore. Nel bene e nel male, la natura vince sempre e oggi ho dovuto arrendermi al dolore di vedere un gattino morire tra le mie braccia. L’ho incontrato quasi per caso, era debole e soffriva. Il mio naturale istinto di protezione mi ha detto che dovevo prendermi cura di lui, che dovevo fare il possibile per salvarlo. Ho tentato e ho fallito. Il suo corpicino, già provato dalla malattia, ha ceduto lasciandomi soltanto un enorme senso di impotenza.

La sorellina, quella con me nella foto, sta ancora combattendo la sua battaglia. Per un attimo ho temuto il peggio anche per lei ma è una vera guerriera. Si è aggrappata alla vita con tutta la forza che ha. Nel breve tempo trascorso insieme – visto che ora è qualcun altro a prendersene cura – le ho dato e ho ricevuto amore, tenerezza, coccole. Neppure un minuto passato con loro è stato sprecato. E sono certa che la mia piccola roccia ce la farà. È forte e vuole vivere.

Sono solo animali? A me oggi questi due gattini hanno insegnato tanto. Che la vita è forte, anche se non sempre trionfa, che bisogna lottare e combattere anche se fa male, anche se si sta soffrendo. Che non siamo mai soli, che quando meno ce lo aspettiamo arriva qualcuno a tenderci una mano, a salvarci. Che il bisogno di amore e tenerezza è insito in ognuno di noi ma, a differenza degli umani che sono calcolatori e il più delle volte agiscono solo per interesse, calpestando gli altri, gli animali sono puro istinto e sanno dare amore senza secondi fini. Che a volte basta una creatura fragile, indifesa, per tirare fuori il meglio di noi e farci scoprire teneri, amorevoli, capaci di grandi cose.

Napoli, il Cimitero delle Fontanelle

DSCN0083Il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti è spesso sottile e labile. Ciò è ancora più vero a Napoli, dove al culto dei defunti è da sempre stato riservato un posto speciale. Basta percorrere i corridoi del Cimitero delle Fontanelle, ubicato nel Rione Sanità, per accorgersi dello stretto legame che ancora oggi esiste tra i vivi e i morti, a cui si chiedono grazie di ogni genere, da una vincita al lotto alla guarigione dalla malattia, alla soluzione dei problemi di cuore.

DSCN0085Cumoli di teschi, croci di ossa, tombe scoperte con scheletri scomposti sono le prime cose che i visitatori notano entrando nel cimitero, dove sono conservati i resti mortali di circa 40 mila persone, vittime dell’epidemia genocida della peste nel 1656 e del colera del 1836, o semplicemente di povera gente che non poteva permettersi una sepoltura più degna. Ancora oggi i corpi rimangono senza un’identità, a eccezione di due scheletri: quello di Filippo Carafa, Conte di Cerreto dei Duchi di Maddaloni, morto il 17 luglio 1797, e di Donna Margherita Petrucci, nata Azzoni, morta il 5 ottobre 1795; entrambi riposano in bare protetti da vetri.

DSCN0089Il culto delle anime pezzentelle – Il Cimitero delle Fontanelle, fin dalla bonifica del 1872, è stato teatro di quello che viene definito il culto delle anime pezzentelle. I devoti adottavano una capuzzella e se ne prendevano cura con fiori e preghiere chiedendo in cambio qualche piccolo miracolo. Se la grazia non arrivava, il teschio tornava assieme a tutti gli altri e veniva sostituito con un altro, con il quale si iniziava la stessa trafila. Questa pratica venne interrotta nel 1969 quando l’allora Cardinale di Napoli, Corrado Ursi, decretò la chiusura del cimitero per l’eccessiva paganità del culto. La cura dei teschi, infatti, si va a collocare in quella strana miscela di sacro e profano che pervade tutta la tradizione napoletana. Il Cimitero delle Fontanelle è stato riaperto nel 2010 e presenta ancora una valida testimonianza dell’antico culto. Molte, infatti, sono le capuzzelle racchiuse in teche, adornate di fiori, rosari e immaginette sacre, con sopra le scritte “per grazia da ricevere” o “per grazia ricevuta”.

DSCN0094Il teschio del Capitano – Il teschio più famoso è quello del Capitano, intorno al quale sono sorte numerose leggende. Della sua storia esistono diverse versioni, ma la più sentita è quella che riguarda i “due sposi”. Si narra che una giovane donna avesse un’autentica venerazione per il teschio del Capitano, devozione non condivisa dal suo promesso che, un giorno, infilò un bastone nella cavità dell’occhio del teschio e con fare scherzoso, invitò il Capitano al suo matrimonio. Il giorno delle nozze, tra gli invitati festanti, apparve un uomo con la divisa dei carabinieri. Quando lo sposo chiese al carabiniere di qualificarsi, questo ripose che era stato proprio lui ad invitarlo, e che si era anche divertito ad accecargli un occhio in quell’occasione. Dopo la presentazione il Capitano aprì la sua divisa, e invece di un corpo d’uomo, apparvero solo le ossa dello scheletro. Alla vista di quella scena, lo sposo morì sul colpo mentre la sposa impazzì.

DSCN0097Il Cimitero nei romanzi di Pino Imperatore – Al Cimitero delle Fontanelle e al teschio del Capitano è dedicato ampio spazio nei romanzi di Pino Imperatore, Benvenuti in casa Esposito e Bentornati in casa Esposito. In entrambi i libri, il luogo riveste un’importanza di primo piano. Il Capitano, in particolare, è amico e confidente del protagonista. Accanto al teschio è possibile leggere un’iscrizione posta dallo stesso autore, che ha dedicato il primo romanzo proprio alle anime pezzentelle. Tra le migliaia di capuzzelle c’è anche quella di donna Concetta, detta anche “il teschio che trasuda” per l’evidente umidità che ricopre le ossa. Anche questo teschio ha un ruolo decisivo nelle vicende degli Esposito.

DSCN0090Un luogo ricco di suggestione – Il Cimitero delle Fontanelle è un luogo di grandissima suggestione, vita e morte si mescolano dando vita a un’atmosfera surreale. Lo scenario è quello di un film horror ma è impossibile non commuoversi alla vista di migliaia di teschi e ossa ordinatamente disposti, messi lì a ricordare che la vita è preziosa ma dura un soffio e che il confine con la morte è spesso sottile e labile.

Addio a Margaret Thatcher. Ecco chi era la Lady di Ferro

thatcher«Essere potenti è come essere una donna. Se hai bisogno di dimostrarlo, vuol dire che non lo sei». È questa una delle tante frasi per cui viene ricordata Margaret Thatcher, la «Lady di ferro» morta oggi, lunedì 8 aprile 2013, all’età di 87 anni. È stata la prima e unica donna nel Regno Unito a ricoprire la carica di primo ministro, guidando i Conservatori a tre vittorie elettorali e governando dal 1979 al 1990: il più lungo periodo in carica per un primo ministro dagli inizi del 1900. La Thatcher «la vera società non esiste: ci sono uomini e donne, e le famiglie».

LA CARRIERA – Nata il 13 ottobre 1925 a Grantham, nel Lincolnshire, Margaret Hilda Benson (Thatcher dal ’51, quando prese il cognome del marito) era figlia di un droghiere di campagna. Laureata in chimica presso il Somerville College dell’università di Oxford, si interessò di politica fin dall’università. Figura controversa, amata dai seguaci e odiata dagli oppositori, Margaret Thatcher è stata primo premier donna della Gran Bretagna ed esponente di una conservatorismo liberale che negli anni ’80 arrivò a contagiare gli Stati Uniti. I suoi 11 anni a Downing Street sono stati segnati dalle privatizzazioni e dalle vittorie nel braccio di ferro con i sindacati e nella guerra delle Falkland. Dopo essere diventata, nel 1975, leader del partito Conservatore, riuscì a guidare il Regno Unito con pugno di ferro, approvando importanti riforme interne e recuperando l’orgoglio nazionale sul fronte esterno.

LA MALATTIA – «Abbiamo perso una grande leader» è stato il primo commento del premier britannico David Cameron che ha anche annunciato l’immediata interruzione del tour diplomatico in Europa iniziato proprio oggi. Margaret Thatcher è morta nella sua suite all’Hotel Ritz, nel centro di Londra, dove da tempo si era ritirata, colpita da un ictus. Aveva 87 anni ed era malata da tempo di Alzheimer. A dare l’annuncio della sua scomparsa è stato il suo portavoce Lord Bell. «È con grande tristezza che Mark e Carol Thatcher annunciano che la madre è morta stamattina in seguito ad un ictus». Una delle ultime apparizioni pubbliche della Lady di Ferro risale al 2010, quando fu invitata a Downing Street da David Cameron.

FUNERALI SOLENNI – La Thatcher avrà esequie solenni ma non un funerale di Stato e non ci sarà una camera ardente, secondo le direttive lasciate dalla stessa Lady di Ferro. Lo ha reso noto Downing Street – dove è stata issata la bandiera a mezz’asta – chiarendo che formalmente i funerali avranno la stessa rilevanza attribuita alla Regina Madre e a Lady Diana. Le esequie si svolgeranno nella cattedrale di St. Paul, la cerimonia si svolgerà con gli onori militari. I funerali saranno poi seguiti da una «cremazione privata».

La vittoria nella storia della salvezza

guido-reni_crocefisso400x500La vittoria suppone lotta e rischio di sconfitta. E di fatto su una sconfitta si apre nella Bibbia il dramma dell’umanità, vinta da Satana, dal peccato, dalla morte. Ma già in questa sconfitta si delinea la promessa di una vittoria futura sul male. La storia della salvezza è quella del cammino verso la vittoria definitiva.
Nel Vecchio Testamento il popolo di Dio fa l’esperienza della vittoria e della sconfitta. Le vittorie arrivano innanzitutto sul piano temporale, nelle guerre e nelle battaglie, ma sono sempre una grazia di Dio che, come al principio ha dominato le forze del caos, successivamente si pone alla destra di Israele come alleato invincibile che continua a trionfare sui pagani.
Il rischio per Israele è quello di insuperbirsi della propria forza. Per evitare questo errore, Dio fa sperimentare la sconfitta e il fallimento al suo popolo, che prende coscienza della propria miseria morale. Il Signore, prima alleato valoroso, non esita a combattere contro il proprio popolo quando esso lo tradisce. Tali sconfitte testimoniano, altresì, che la vittoria divina è di ordine diverso da quello temporale e non si ottiene con la forza e con le armi.
I profeti descrivono questa vittoria escatologica presentando anche colui che sarà l’artefice di questo trionfo definitivo. Ora egli assume i tratti del messia regale; ora è personificato nel Figlio dell’uomo trascendente. Più paradossale è la vittoria del servo di Jahve, che trionfa con il suo sacrificio e porta a realizzazione il disegno di Dio.
La vittoria finale può già essere acquistata dai giusti che trionfano del peccato. Questa è pure la vittoria che riporterà Cristo, e dopo di lui i Cristiani.
Con Cristo il piano delle lotte temporali è definitivamente superato. La lotta reale che egli conduce è di altro ordine. Già nella sua vita pubblica egli si dichiara Come il « più forte » che trionfa su Satana, principe di questo mondo. Alla vigilia della morte, egli ammonisce i suoi di non temere il mondo malvagio che li perseguiterà col suo odio: «Abbiate fiducia! Io ho vinto il mondo». Questa vittoria riprende i tratti paradossali di quella del servo di Jahve ma si afferma come una realtà concreta e definitiva con la risurrezione. Cristo crocifisso, apparentemente sconfitto, trionfa sul peccato e sulla morte.
In Cristo è vincitore anche il popolo dei credenti. Avendo riconosciuto il loro Padre ed essendosi nutriti della sua parola, essi hanno vinto il maligno. Nati da Dio, hanno vinto il mondo. La loro vittoria è la loro fede nel Figlio di Dio. Questa vittoria resta da consolidare mediante una lotta spirituale: invece di essere vinti dal male, essi devono vincere il male mediante il bene. Ma sanno che, con la forza dello Spirito, possono trionfare ormai di tutti gli ostacoli: nulla più li separerà dall’amore di Cristo. Condividendo la vittoria del loro capo, essi Condivideranno pure la sua gloria.
Per i vincitori si realizza così, al di là di ogni speranza, la promessa originale: l’uomo, vinto un tempo da Satana, dal peccato e dalla morte, ne ha trionfato grazie a Cristo Gesù.

Benedetto XVI: “La speranza dell’eternità dà senso alla vita terrena”

Il 2 novembre non è solo il giorno in cui si commemorano i defunti, ma anche il giorno in cui viene riaffermata la fede nella resurrezione e nella vita eterna. A confermarlo è Benedetto XVI, che chiarisce come l’umanità, “in sua larga parte, mai si è rassegnata a credere” che al di là della morte “vi sia semplicemente il nulla”. Il Papa invita a riflettere su una realtà a cui spesso si preferisce non pensare: la morte, la paura che essa suscita, il senso di vuoto che scava nel cuore e la speranza che viene da Dio.
“C’è in noi un senso di rifiuto perché non possiamo accettare che tutto ciò che di bello e di grande è stato realizzato durante un’intera esistenza, venga improvvisamente cancellato, cada nell’abisso del nulla. Soprattutto noi sentiamo che l’amore richiama e chiede eternità e non è possibile accettare che esso venga distrutto dalla morte in un solo momento”.
Oggi, “almeno apparentemente” il mondo “è diventato molto più razionale”, ha osservato Benedetto XVI, per cui “si è diffusa la tendenza a pensare che ogni realtà debba essere affrontata con i criteri della scienza sperimentale, e che anche alla grande questione della morte si debba rispondere non tanto con la fede, ma partendo da conoscenze sperimentabili, empiriche. Non ci si rende sufficientemente conto, però, che proprio in questo modo si è finiti per cadere in forme di spiritismo, nel tentativo di avere un qualche contatto con il mondo al di là della morte, quasi immaginando che vi sia una realtà che, alla fine, sarebbe una copia di quella presente”.
Ma la visita a un cimitero, lo sguardo sulla foto di una persona amata e scomparsa mentre “si affollano i ricordi”, non è situazione alla quale possa rispondere alcuna scienza. Le tombe, ha suggerito Benedetto XVI, aprono uno squarcio nell’anima ben oltre il razionale. Perché?
“Perché, nonostante la morte sia spesso un tema quasi proibito nella nostra società, e vi sia il tentativo continuo di levare dalla nostra mente il solo pensiero della morte, essa riguarda ciascuno di noi (…) E davanti a questo mistero tutti, anche inconsciamente, cerchiamo qualcosa che ci inviti a sperare, un segnale che ci dia consolazione, che si apra qualche orizzonte, che offra ancora un futuro. La strada della morte, in realtà, è una via della speranza e percorrere i nostri cimiteri, come pure leggere le scritte sulle tombe è compiere un cammino segnato dalla speranza di eternità”.
Ecco dunque, ha chiarito il Papa, la verità che la Chiesa vive e testimonia celebrando i Santi e commemorando i defunti, sulla scia della risurrezione di Gesù che ha aperto all’uomo “le porte dell’eternità”.
“Solamente chi può riconoscere una grande speranza nella morte, può anche vivere una vita a partire dalla speranza. Se noi riduciamo l’uomo esclusivamente alla sua dimensione orizzontale, a ciò che si può percepire empiricamente, la stessa vita perde il suo senso profondo. L’uomo ha bisogno di eternità ed ogni altra speranza per lui è troppo breve, è troppo limitata (…) L’uomo è spiegabile, trova il suo senso più profondo, solamente se c’è Dio”.
“Nel recarci ai cimiteri a pregare con affetto e con amore per i nostri defunti, siamo invitati – conclude il Papa – a rinnovare con coraggio e con forza la nostra fede nella vita eterna, anzi a vivere con questa grande speranza e testimoniarla al mondo”.
“Dietro il presente non c’è il nulla. E proprio la fede nella vita eterna dà al cristiano il coraggio di amare ancora più intensamente questa nostra terra e di lavorare per costruirle un futuro, per darle una vera e sicura speranza”.

La discesa agli inferi del Signore

michelangeloChe cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi. Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione.
Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: «Sia con tutti il mio Signore». E Cristo rispondendo disse ad Adamo: «E con il tuo spirito». E,
presolo per mano, lo scosse, dicendo: «Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà.
Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un’unica e indivisa natura.
Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra. Per te uomo ho condiviso la debolezza umana, ma poi son diventato libero tra i morti. Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, sono stato tradito in un giardino e dato in mano ai Giudei, e in un giardino sono stato messo in croce. Guarda sulla mia faccia gli sputi che io ricevetti per te, per poterti restituire a quel primo soffio vitale. Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta.
Guarda sul mio dorso la flagellazione subita per liberare le tue spalle dal peso dei tuoi peccati. Guarda le mie mani inchiodate al legno per te, che un tempo avevi malamente allungato la tua mano all’albero. Morii sulla croce e la lancia penetrò nel mio costato, per te che ti addormentasti nel paradiso e facesti uscire Eva dal tuo fianco. Il mio costato sanò il dolore del tuo fianco. Il mio sonno ti libererà dal sonno dell’inferno. La mia lancia trattenne la lancia che si era rivolta contro di te.
Sorgi, allontaniamoci di qui. Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste. Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita, ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Ho posto dei cherubini che come servi ti custodissero. Ora faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio.
Il trono celeste è pronto, pronti e agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l’eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli».