Papa Francesco eletto uomo dell’anno da Vanity Fair

Cover-Vanity-Fair-28-2013-Papa-Francesco_470x305Vanity Fair sceglie il suo uomo dell’anno, anche se siamo ancora a luglio, e incorona Papa Francesco simbolo di un 2013 che sta portando grandi cambiamenti all’interno della chiesa e nel cuore della gente. Nei pochi mesi del suo pontificato, iniziato lo scorso 13 marzo, Bergoglio è stato capace di calarsi nella realtà concreta e di parlare lo stesso linguaggio semplice delle persone comuni, senza giri di parole e con una forza che ha colpito anche i non credenti.

E così Vanity Fair ha dedicato la copertina del numero del 10 luglio proprio a Papa Francesco. Decisivo il viaggio a Lampedusa, in cui ha dimostrato con i fatti le sue parole «Siate pastori con l’odore delle pecore». Ma anche altre frasi hanno colpito l’opinione pubblica, come il suo famoso «San Pietro non aveva un conto in banca», oltre ai gesti che si sono rivelati più pesanti di macigni. I suoi primi cento giorni lo hanno già messo in testa alla classifica dei leader mondiali che fanno la storia. Ma la rivoluzione continua.

Nel numero di Vanity Fair cinque testimonianze esclusive. Elton John dice che «Francesco è un miracolo di umiltà nell’era della vanità. Spero che sappia far arrivare il suo messaggio anche oltre, fino ai più emarginati della società, fino a quelle comunità che, in questo momento delle loro vite, hanno disperatamente bisogno del suo amore. Penso, per esempio, agli omosessuali. Questo Papa sembra voler riportare la Chiesa agli antichi valori di Cristo e, al tempo stesso, accompagnarla nel Ventunesimo secolo. Se saprà raggiungere e toccare i bambini, le donne, gli uomini che convivono con l’Hiv e con l’Aids – spesso soli, e nascosti dal silenzio –, il suo faro di speranza porterà più luce di qualsiasi progresso della scienza, perché nessun farmaco ha il potere dell’amore».

Erri De Luca esprime parole di ammirazione: «Francesco Papa del Sud non si fa accompagnare da nessuna autorità del Nord, che non ha creduto finora suo dovere accorrere sul posto. Francesco va col suo panno bianco che svolazza al vento come un fazzoletto di saluto. Va dove le vite dei naufraghi hanno ricevuto l’accoglienza del filo spinato. Prima di Lampedusa ha cominciato a mettere mano chirurgica sui due bubboni lasciati gonfi dal predecessore, la pedofilia protetta e la finanza losca. Ha di fatto svuotato la potente segreteria di Stato, retta dal cardinale Bertone, sottoponendola a silenziatore». E ancora Andrea Bocelli: «Papa Francesco è veramente un dono di Dio alla sua Chiesa tormentata e piegata dalle forze del male, che concentrano tutti i loro sforzi proprio là dove si trova quella sorgente di vita spirituale che è fonte, per gli uomini, di luce e di speranza».

La scrittrice Dacia Maraini racconta a Vanity Fair che «anche le donne si aspettano molto da lui. E il mondo delle donne della Chiesa è vastissimo. Ma direi che anche le donne fuori della Chiesa si aspettano maggiore rispetto per i loro diritti, e comprensione per le loro richieste (…) Come ammiratrice di San Francesco, suo modello e ispiratore, vorrei ricordare al Papa che nel primo progetto del santo c’erano dentro anche le donne, che avrebbero predicato assieme agli uomini (…) Dio è anche donna, no? Chi l’ha detto, se non un altro Papa che Francesco si accinge a santificare? Non sarebbe il caso di aprire le porte alle tante intelligenze femminili che proliferano nella Chiesa? Non sarebbe il caso, come diceva San Francesco, di stabilire che il genere umano è fatto di persone che hanno pari sacralità e pari dignità? E che ogni discriminazione è stupida e indegna dei discepoli di Cristo?».

Infine Giorgio Faletti: «Jorge Mario Bergoglio mi è sembrato da subito un grande comunicatore, una persona dal viso che ispira quella bontà che il rappresentante dei Cattolici nel mondo deve ispirare, un uomo che ha le qualità per mettere riparo con la sua figura a tutti gli scandali che recentemente hanno un poco incrinato l’immagine del Vaticano e di quello che rappresenta».

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I cristiani nel mondo

CristianesimoI cristiani non si differenziano dal resto degli uomini né per territorio, né per lingua, né per consuetudini di vita. Infatti non abitano città particolari, né usano di un qualche strano linguaggio, né conducono uno speciale genere di vita. La loro dottrina non è stata inventata per riflessione e indagine di uomini amanti delle novità, né essi si appoggiano, come taluni, sopra un sistema filosofico umano.
Abitano in città sia greche che barbare, come capita, e pur seguendo nel vestito, nel vitto e nel resto della vita le usanze del luogo, si propongono una forma di vita meravigliosa e, per ammissione di tutti, incredibile. Abitano ciascuno la loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutte le attività di buoni cittadini e accettano tutti gli oneri come ospiti di passaggio. Ogni terra straniera è patria per loro, mentre ogni patria è per essi terra straniera. Come tutti gli altri si sposano e hanno figli, ma non espongono i loro bambini. Hanno in comune la mensa, ma non il talamo.
Vivono nella carne, ma non secondo la carne. Trascorrono la loro vita sulla terra, ma la loro cittadinanza è quella del cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, ma, con il loro modo di vivere, sono superiori alle leggi.
Amano tutti e da tutti sono perseguitati. Sono sconosciuti eppure condannati. Sono mandati a morte, ma con questo ricevono la vita. Sono poveri, ma arricchiscono molti. Mancano di ogni cosa, ma trovano tutto in sovrabbondanza. Sono disprezzati, ma nel disprezzo trovano la loro gloria. Sono colpiti nella fama e intanto si rende testimonianza alla loro giustizia.
Sono ingiuriati e benedicono, sono trattati ignominiosamente e ricambiano con l’onore. Pur facendo il bene, sono puniti come malfattori; e quando sono puniti si rallegrano, quasi si desse loro la vita. I giudei fanno loro guerra, come a gente straniera, e i pagani li perseguitano. Ma quanti li odiano non sanno dire il motivo della loro inimicizia.
In una parola i cristiani sono nel mondo quello che è l’anima nel corpo. L’anima si trova in tutte le membra del corpo e anche i cristiani sono sparsi nelle città del mondo. L’anima abita nel corpo, ma non proviene dal corpo. Anche i cristiani abitano in questo mondo, ma non sono del mondo. L’anima invisibile è racchiusa in un corpo visibile, anche i cristiani si vedono abitare nel mondo, ma il loro vero culto a Dio rimane invisibile.
La carne, pur non avendo ricevuto ingiustizia alcuna, si accanisce con odio e muove guerra all’anima, perché questa le impedisce di godere dei piaceri sensuali; così anche il mondo odia i cristiani pur non avendo ricevuto ingiuria alcuna, solo perché questi si oppongono al male.
Sebbene ne sia odiata, l’anima ama la carne e le sue membra, così anche i cristiani amano coloro che li odiano. L’anima è rinchiusa nel corpo, ma essa a sua volta sorregge il corpo. Anche i cristiani sono trattenuti nel mondo come in una prigione, ma sono essi che sorreggono il mondo. L’anima immortale abita in una tenda mortale, così anche i cristiani sono come dei pellegrini in viaggio tra cose corruttibili, ma aspettano l’incorruttibilità celeste.
L’anima, maltrattata nei cibi e nelle bevande, diventa migliore. Così anche i cristiani, esposti ai supplizi, crescono di numero ogni giorno. Dio li ha messi in un posto così nobile, che non è loro lecito abbandonare.

Lettera a Diogneto

Il Papa: mi chiamo Francesco perché vorrei una Chiesa povera

papaOltre seimila giornalisti, molti dei quali accompagnati dai propri familiari, hanno gremito questa mattina l’Aula Paolo VI per partecipare all’udienza con Papa Francesco. Il Pontefice si è detto lieto, all’inizio del suo ministero petrino, di incontrare gli operatori dei media: «avete lavorato qui a Roma in questo periodo così intenso, iniziato con il sorprendente annuncio del mio venerato Predecessore Benedetto XVI, l’11 febbraio scorso».
Il Papa ha rivolto un ringraziamento «a quanti hanno saputo osservare e presentare questi eventi della storia della Chiesa tenendo conto della prospettiva più giusta in cui devono essere letti, quella della fede. Gli avvenimenti della storia chiedono quasi sempre una lettura complessa, che a volte può anche comprendere la dimensione della fede. Gli eventi ecclesiali non sono certamente più complicati di quelli politici o economici! Essi però hanno una caratteristica di fondo particolare: rispondono a una logica che non è principalmente quella delle categorie, per così dire, mondane, e proprio per questo non è facile interpretarli e comunicarli ad un pubblico vasto e variegato. La Chiesa, infatti, pur essendo certamente anche un’istituzione umana, storica, con tutto quello che comporta, non ha una natura politica, ma essenzialmente spirituale: è il Popolo di Dio, il Santo Popolo di Dio, che cammina verso l’incontro con Gesù Cristo. Soltanto ponendosi in questa prospettiva si può rendere pienamente ragione di quanto la Chiesa Cattolica opera».
Ha poi ribadito che «Cristo è il Pastore della Chiesa, ma la sua presenza nella storia passa attraverso la libertà degli uomini: tra di essi uno viene scelto per servire come suo Vicario, Successore dell’Apostolo Pietro, ma Cristo è il centro, non il Successore di Pietro: Cristo. Cristo è il centro. Cristo è il riferimento fondamentale, il cuore della Chiesa. Senza di Lui, Pietro e la Chiesa non esisterebbero né avrebbero ragion d’essere. Come ha ripetuto più volte Benedetto XVI, Cristo è presente e guida la sua Chiesa. In tutto quanto è accaduto il protagonista è, in ultima analisi, lo Spirito Santo. Egli ha ispirato la decisione di Benedetto XVI per il bene della Chiesa; Egli ha indirizzato nella preghiera e nell’elezione i Cardinali».
Il Pontefice ha rivolto ai giornalisti «un invito a cercare di conoscere sempre di più la vera natura della Chiesa e anche il suo cammino nel mondo, con le sue virtù e con i suoi peccati, e conoscere le motivazioni spirituali che la guidano e che sono le più autentiche per comprenderla».

PERCHÉ FRANCESCO? – Il Papa ha spiegato le motivazioni che lo hanno spinto a scegliere il nome Francesco: «Alcuni non sapevano perché il Vescovo di Roma ha voluto chiamarsi Francesco – ha detto – Alcuni pensavano a Francesco Saverio, a Francesco di Sales, anche a Francesco d’Assisi. Io vi racconterò la storia. Nell’elezione, io avevo accanto a me l’arcivescovo emerito di San Paolo e anche prefetto emerito della Congregazione per il Clero, il cardinale Claudio Hummes: un grande amico, un grande amico! Quando la cosa diveniva un po’ pericolosa, lui mi confortava. E quando i voti sono saliti a due terzi, viene l’applauso consueto, perché è stato eletto il Papa. E lui mi abbracciò, mi baciò e mi disse: “Non dimenticarti dei poveri!”. E quella parola è entrata qui: i poveri, i poveri. Poi, subito, in relazione ai poveri ho pensato a Francesco d’Assisi. Poi, ho pensato alle guerre, mentre lo scrutinio proseguiva, fino a tutti i voti. E Francesco è l’uomo della pace. E così, è venuto il nome, nel mio cuore: Francesco d’Assisi. È per me l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e custodisce il creato; in questo momento anche noi abbiamo con il creato una relazione non tanto buona, no? È l’uomo che ci dà questo spirito di pace, l’uomo povero … Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!».
Alcuni porporati hanno fatto diverse battute: «Ma, tu dovresti chiamarti Adriano, perché Adriano VI è stato il riformatore, bisogna riformare …”. E un altro mi ha detto: “No, no: il tuo nome dovrebbe essere Clemente”. “Ma perché?”. “Clemente XV: così ti vendichi di Clemente XIV che ha soppresso la Compagnia di Gesù!”».

BENEDIZIONE – Quindi, proseguendo ancora a braccio, Papa Francesco, ha detto: «Vi voglio tanto bene, vi ringrazio per tutto quello che avete fatto. E penso al vostro lavoro: vi auguro di lavorare con serenità e con frutti, e di conoscere sempre meglio il Vangelo di Gesù Cristo e la realtà della Chiesa. Vi affido all’intercessione della Beata Vergine Maria, Stella dell’evangelizzazione. E auguro il meglio a voi e alle vostre famiglie, a ciascuno delle vostre famiglie. E imparto di cuore a tutti voi la benedizione».
Dopo aver salutato personalmente alcuni dei giornalisti presenti, Papa Francesco, in spagnolo, ha concluso: «Vi avevo detto che vi avrei dato di cuore la mia benedizione. Molti di voi non appartengono alla Chiesa cattolica, altri non sono credenti. Di cuore imparto questa benedizione, nel silenzio, a ciascuno di voi, rispettando la coscienza di ciascuno, ma sapendo che ciascuno di voi è figlio di Dio. Che Dio vi benedica».

Conclave: il prossimo dovrà essere il Papa della gioia

gioiaIeri vi ho parlato di una delle caratteristiche che il futuro Papa dovrebbe avere, ovvero la capacità di dialogare con la modernità, oggi voglio elencarvene un’altra: la gioia. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, diversissimi per carattere e approccio ai fedeli, hanno avuto la capacità di attrarre le folle, soprattutto in occasione delle Giornate Mondiali della Gioventù, ma ciò di cui la Chiesa – e per Chiesa intendo il popolo dei battezzati – necessita oggi non sono i grandi eventi. La gente comune, alle prese con i problemi concreti, ha innanzitutto bisogno di riscoprire la gioia dell’incontro con Cristo nella quotidianità, di avvertire la sua presenza nelle faccende piccole della vita, dove ha più bisogno di fiducia e amore.
Le messe domenicali sono sempre meno frequentate, le persone sono stanche di predicozzi sterili e di minacce d’inferno. La liturgia, con tutte quelle formule, risulta lunga e noiosa perché non la si conosce e non la si comprende. L’Eucarestia allora si riduce a un mero dovere, spesso adempiuto controvoglia e perciò inutile.
Il nuovo Papa dovrà portare una ventata di novità e di freschezza, dovrà avere un carattere allegro e comunicativo in grado di trasmettere la gioia dell’incontro con Cristo, dell’ascolto della Parola e della preghiera. L’Eucarestia, allora, tornerà alla sua vera essenza, un banchetto nuziale, una grande festa a cui tutti sono invitati, un incontro d’amore tra un Dio presente e vivo e la sua sposa, la Chiesa, che dice «Vieni Signore Gesù».

Conclave: si apre un momento decisivo per il futuro della Chiesa

vaticano_san_pietroSi apre un momento molto importante per la storia della Chiesa cattolica, chiamata in questi giorni a eleggere il nuovo Pontefice, che prenderà il posto del dimissionario Benedetto XVI. Dalla scelta dei cardinali, riuniti in Conclave, dipenderà il prossimo futuro della Chiesa e dei cattolici di tutto il mondo. la responsabilità è grande, come grande è anche la consapevolezza che la decisione non sarà frutto solo dei ragionamenti e dei calcoli degli elettori, ma sarà guidata da quello Spirito Santo inviato nel giorno della Pentecoste con la missione di illuminare le menti e i cuori degli uomini facendo conoscere loro “la verità tutta intera”.
Ancora un volta, Dio cammina e agisce in sinergia con l’uomo, non lo lascia solo, lo guida senza limitarne la libertà. Se il solo Spirito fosse stato sufficiente, i cardinali non avrebbero avuto bisogno di votare, sarebbe bastato un sorteggio ed ecco che, come per magia, da un’urna sarebbe spuntato il nome del nuovo Pontefice. Ma il Signore, nella sua infinita sapienza, ha chiesto e continua a chiedere la collaborazione dell’uomo per costruire un mondo d’amore e di pace come lui l’ha sempre sognato.
Prima di approssimarsi alle votazioni, i cardinali celebrano la messa pro eligendo e recitano una particolare e antica preghiera intitolata Ádsumus, dalla parola con cui si apre. Una preghiera solitamente poco nota e però di grande valore in cui invocano lo Spirito Santo chiedendo che li guidi nella scelta aiutandoli a superare parzialità e simpatie personali.

Siamo qui dinnanzi a te, o Spirito Santo Signore; siamo qui oppressi dall’enormità del nostro peccato ma riuniti in modo speciale nel tuo nome.
Vieni a noi e resta con noi; degnati di penetrare nei nostri cuori.
Insegnaci tu ciò che dobbiamo fare, indicaci il cammino da seguire, e mostraci come operare perché con il tuo aiuto possiamo piacerti in tutto
Sii tu solo a suggerire e a portare a compimento le nostre decisioni, perché tu solo, con Dio Padre e con il Figlio suo, hai un nome santo e glorioso.
Non permettere che sia lesa da noi la giustizia, tu che ami la perfetta equità.
Non ci faccia deviare l’ignoranza, non ci renda parziali l’umana simpatia, non c’influenzino cariche o persone; tienici invece fortemente stretti a te col dono della tua grazia, perché siamo una cosa sola in te e in nulla ci discostiamo dalla verità.
Proprio perché riuniti nel tuo nome, fa’ che sempre sappiamo praticare la giustizia temperandola con la pietà così che quaggiù il nostro giudizio non si discosti mai dal tuo, e un giorno ci sia dato, per le nostre responsabilità ben adempiute, il premio eterno. AMEN

L’augurio di ogni cristiano è che i cardinali aprano la mente e il cuore e ascoltino la voce soave dello Spirito. Tanti i nomi dei papabili. Il filippino Luis Antonio Tagle, dato per favorito fino a qualche giorno fa, è finito in ombra mentre salgono le quotazioni dell’italiano Angelo Scola e i cardinali statunitensi Donal e O’Malley. Chiunque sarà il nuovo Papa, avrà il difficile compito di far riavvicinare la Chiesa al mondo dei credenti. Benedetto XVI è stato per alcuni versi grande innovatore, per altri è rimasto legato alla tradizione mancando di compiere quei passi ormai divenuti decisivi.
La Chiesa, sempre pronta ad accogliere i suoi figli, deve ora diventare missionaria e andare incontro all’uomo, come il padre che corre verso il figliol prodigo. Deve sapersi aprire alle istanze della modernità avendo il coraggio di discutere, con mentalità aperta, di temi quali la comunione ai divorziati, il riconoscimento delle coppie di fatto, il testamento biologico. Improbabile che si arrivi a mettere in discussione, oggi, il celibato dei sacerdoti. Ma la Chiesa, per troppo tempo distante dal mondo reale in cui i suoi credenti vivono, soffrono e sperano, deve avere il coraggio di andare incontro ai cristiani e dare loro risposte adeguate ai problemi della modernità, prendendo atto dei cambiamenti in corso nella società e non fingendo semplicemente che determinati fenomeni non esistano, o che basti condannarli per farli scomparire.

Ania Goledzinowska: la top model lascia tutto e va a vivere a Medjugorje

Dalla villa ad Arcore di Silvio Berlusconi al monastero di Medjugorje. La modella polacca Ania Goledzinowska, fidanzata del nipote dell’ex premier, Paolo Enrico Beretta, ha lasciato l’Italia e la vita lussuosa che conduceva per ritirarsi in convento nella cittadella mariana della Bosnia-Erzegovina e per dedicare la propria vita alla preghiera. Era lei, volto della casa di moda Chanel, che, per la festa di compleanno di Berlusconi del 2008, uscì in bikini da un pacco infiocchettato per cantare «Auguri presidente».
Per Ania Goledzinowska è stata una radicale conversione («avevo una sorta di allergia per i sacerdoti e la Chiesa»), scaturita da un viaggio a Medjugorje. Al giornale inglese Catholic Herald racconta: «Mi sono resa conto di non essere mai stata veramente felice in tutta la mia vita». Poi la depressione. «Avevo una vita privilegiata che non mi piaceva più, volevo cose semplici, normali, finché una mattina chiamai un amico e gli chiesi di aiutarmi a tornare definitivamente a Medjugorje o mi sarei buttata dalla finestra: me ne sono andata dall’ Italia con due valigie senza dire niente a nessuno». Era il 25 giugno, e Ania era attesa in Sardegna da un nuovo lavoro al «Billionaire» di Briatore, proprio nel 30˚ anniversario dell’apparizione della Madonna a Medjugorje.
«Ora vivo in una comunità mariana con preti e suore, mi sveglio alle cinque, recito il rosario scalando il monte Podbrdo poi rientro per la santa messa – spiega-. Offro il mio aiuto pulendo le stanze e i bagni, stirando e cucinando. Abbiamo anche un orto e do da mangiare alle galline. Nel pomeriggio riposo e alle sei abbiamo le preghiere. Molti vecchi amici non capiscono la mia scelta, ma io non sono mai stata così felice, qui mi sento amata da Dio e soddisfatta di ciò che faccio». Nessuna nostalgia dei party esclusivi e dei vestiti eleganti: «Indosso gli “abiti della Providenza” che lasciano qui i pellegrini».
Il suo fidanzato «all’inizio è rimasto sconvolto dalla decisione, per due settimane non ha saputo dove fossi, ci siamo visti dopo un mese quando ho deciso il trasferimento definitivo a Medjugorje e ha detto di aver compreso: in tre anni è l’unico uomo che mi abbia sempre rispettata». Del «buon compleanno» cantato a Berlusconi si limita a dire che «dopo Medjugorje ci sono tante cose che non rifarei. Gesù salva i peccatori come me».

L’ex fotomodella lavora all’associazione «Cuori puri» per chi vive in castità fino al matrimonio. Il loro segno di riconoscimento: «anelli numerati». Ritiene di «aver dovuto vivere in passato cose cattive per poter dare testimonianza oggi che si può cambiare e che la vita reale è qualcosa di diverso». Si definisce la «prima delle peccatrici» e ora «non voglio perdere il dono di gioire della grazia di Dio».
Dalla mondanità più sfrenata al santuario della fede: «Non sono scappata dal mondo, qui ho imparato l’amore e il perdono. Tutti possono avere una seconda opportunità nella vita. Ora so che bisogna perdonare per poter essere perdonato. Devo farlo per me stessa, per svuotarmi del risentimento che incatena il cuore e per lasciare che Dio agisca dentro di me». A Medjugorje «non si viene per assistere ad altri miracoli», sostiene: «Il vero miracolo è il distacco, poi la Madonna si prende cura di tutto il resto». Un viaggio di sola andata. «In quello che è stato per anni il mio mondo è inconcepibile che io possa essere felice facendo quello che prima faceva la mia cameriera – evidenzia Ania-. Mi sento come quando ero bambina e vivevo con la mia povera e semplice famiglia. So che adesso le persone mi sono vicine per ciò che realmente sono e non per profitto. Ho abbandonato tutto e non mi manca niente. Di sicuro qui a Medjugorje non ho bisogno delle scarpe di Chanel. Ora faccio ciò che Dio si aspetta da me».

Carnevale: le origini e la storia

Il carnevale si celebra nei paesi cristiani, soprattutto in quelli a tradizione cattolica, ma ha origini molto più antiche. La prima forma carnevalesca è stata rintracciata nell’Egitto del 2000 a.C., nei festeggiamenti in onore della dea Iside, che presidiava la fertilità dei campi e simboleggiava il perpetuo rinnovarsi della vita. Questa festa, imposta anche nel mondo Romano, comportava la presenza di elementi mascherati.

Nell’Antica Grecia il carnevale veniva celebrato a più riprese tra l’inverno e la primavera. Famosi i baccanali, festeggiamenti in onore di Bacco, dio del vino e della vita, e le Grandi dionisiache, che si svolgevano tra il 15 marzo e il 15 aprile e avevano un carattere prevalentemente orgiastico. L’orgia, in questo contesto, assumeva una valenza cosmologica perché al caos segue sempre una nuova creazione. Il carnevale si inquadrava, quindi, in un contesto mitico, legato alla circolazione degli spiriti, agli uomini e al loro destino. Le maschere avevano un significato apotropaico perché, fornendo un corpo provvisorio agli spiriti che le abitavano, li rendevano innocui.

Nel mondo latino, i Saturnali furono per i Romani la prima espressione del carnevale. Caratteristica preminente dei Saturnali era la sospensione delle leggi e delle norme che regolavano allora i rapporti umani e sociali. Da qui l’erompere della gioia quasi vendicativa della plebe e degli schiavi e la condiscendenza del patriziato, che si concedevano un periodo di dissolutezze dei costumi e di lascività di ogni genere. Da un punto di vista storico e religioso il carnevale rappresentò, dunque, un periodo di festa ma soprattutto di rinnovamento simbolico, durante il quale il caos sostituiva l’ordine costituito, che però una volta esaurito il periodo festivo, riemergeva nuovo o rinnovato e garantito per un ciclo valido fino all’inizio del carnevale seguente.

La personificazione del carnevale in un essere umano o in un fantoccio, risale, invece, al Medioevo. Ne furono responsabili i popoli barbari che, calando nei paesi mediterranei, determinarono una sovrapposizione, o meglio una simbiosi, di usi e di costumi, assorbiti quindi dalla tradizione locale, che ne ha tramandati alcuni fino ai giorni nostri, mentre altri si sono persi con il tempo. Le prime testimonianze dell’uso del vocabolo carnevale (detto anche carnevalo) vengono dai testi del giullare Matazone da Calignano alla fine del XIII secolo e del novelliere Giovanni Sercambi verso il 1400.

L’etimologia del termine carnevale risale, con ogni probabilità, al latino carnem levare (eliminare la carne), espressione con cui nel Medioevo si indicava la prescrizione ecclesiastica di astenersi dal mangiare carne a partire dal primo giorno di Quaresima, vale a dire dal giorno successivo alla fine del carnevale, sino al giovedì santo prima della Pasqua. Il carnevale infatti, nel calendario liturgico cattolico-romano si colloca necessariamente tra l’Epifania e la Quaresima. La chiesa cattolica, accanto alle manifestazioni carnevalesche che sono motivo di svago e di spensieratezza, inserisce un momento essenziale di riflessione e di riconciliazione con Dio, le Sante Quarantore (o carnevale sacro), che si concludono con qualche ora di anticipo la sera dell’ultima domenica di carnevale.