Carnevale: le origini e la storia

Il carnevale si celebra nei paesi cristiani, soprattutto in quelli a tradizione cattolica, ma ha origini molto più antiche. La prima forma carnevalesca è stata rintracciata nell’Egitto del 2000 a.C., nei festeggiamenti in onore della dea Iside, che presidiava la fertilità dei campi e simboleggiava il perpetuo rinnovarsi della vita. Questa festa, imposta anche nel mondo Romano, comportava la presenza di elementi mascherati.

Nell’Antica Grecia il carnevale veniva celebrato a più riprese tra l’inverno e la primavera. Famosi i baccanali, festeggiamenti in onore di Bacco, dio del vino e della vita, e le Grandi dionisiache, che si svolgevano tra il 15 marzo e il 15 aprile e avevano un carattere prevalentemente orgiastico. L’orgia, in questo contesto, assumeva una valenza cosmologica perché al caos segue sempre una nuova creazione. Il carnevale si inquadrava, quindi, in un contesto mitico, legato alla circolazione degli spiriti, agli uomini e al loro destino. Le maschere avevano un significato apotropaico perché, fornendo un corpo provvisorio agli spiriti che le abitavano, li rendevano innocui.

Nel mondo latino, i Saturnali furono per i Romani la prima espressione del carnevale. Caratteristica preminente dei Saturnali era la sospensione delle leggi e delle norme che regolavano allora i rapporti umani e sociali. Da qui l’erompere della gioia quasi vendicativa della plebe e degli schiavi e la condiscendenza del patriziato, che si concedevano un periodo di dissolutezze dei costumi e di lascività di ogni genere. Da un punto di vista storico e religioso il carnevale rappresentò, dunque, un periodo di festa ma soprattutto di rinnovamento simbolico, durante il quale il caos sostituiva l’ordine costituito, che però una volta esaurito il periodo festivo, riemergeva nuovo o rinnovato e garantito per un ciclo valido fino all’inizio del carnevale seguente.

La personificazione del carnevale in un essere umano o in un fantoccio, risale, invece, al Medioevo. Ne furono responsabili i popoli barbari che, calando nei paesi mediterranei, determinarono una sovrapposizione, o meglio una simbiosi, di usi e di costumi, assorbiti quindi dalla tradizione locale, che ne ha tramandati alcuni fino ai giorni nostri, mentre altri si sono persi con il tempo. Le prime testimonianze dell’uso del vocabolo carnevale (detto anche carnevalo) vengono dai testi del giullare Matazone da Calignano alla fine del XIII secolo e del novelliere Giovanni Sercambi verso il 1400.

L’etimologia del termine carnevale risale, con ogni probabilità, al latino carnem levare (eliminare la carne), espressione con cui nel Medioevo si indicava la prescrizione ecclesiastica di astenersi dal mangiare carne a partire dal primo giorno di Quaresima, vale a dire dal giorno successivo alla fine del carnevale, sino al giovedì santo prima della Pasqua. Il carnevale infatti, nel calendario liturgico cattolico-romano si colloca necessariamente tra l’Epifania e la Quaresima. La chiesa cattolica, accanto alle manifestazioni carnevalesche che sono motivo di svago e di spensieratezza, inserisce un momento essenziale di riflessione e di riconciliazione con Dio, le Sante Quarantore (o carnevale sacro), che si concludono con qualche ora di anticipo la sera dell’ultima domenica di carnevale.

Annunci

Violenze negli stadi: 74 morti in Egitto

Il calcio ha scritto un’altra triste pagina della sua storia. Stavolta si tratta dell’Egitto dove una giornata di sport si è trasformata in tragedia. Dove la festa è diventata un funerale.
Il bilancio parla di 74 morti e oltre mille feriti, di cui circa 200 in condizioni gravi. A scatenare la guerriglia fuori e dentro al campo un gol segnato allo scadere, oppure la rabbia e la frustrazione represse nel corso dell’anno di cambiamenti che ha seguito la rivolta di piazza Tahrir. Fatto sta che i tifosi egiziani hanno sempre avuto la triste fama di essere dei violenti. Se a ciò si aggiunge che tra le tifoserie delle due squadre non è mai corso buon sangue, un epilogo del genere non era del tutto imprevedibile.
E il giorno dopo la tragedia c’è chi polemizza, come i Fratelli Musulmani, che controllano quasi la metà dei seggi nel nuovo Parlamento del Cairo, che non hanno perso tempo a puntare il dito contro i sostenitori di Mubarak, accusati di essere gli organizzatori degli scontri di massa di Port Said. Secondo i media egiziani, invece, gli scontri erano stati pianificati dai tifosi delle due squadre, che hanno alle spalle una lunga storia di ostilità.
Questo il nome dello stadio dove si sono verificati i fatti. In campo c’erano i padroni di casa dell’Al Masry, squadra di medio-alta classifica, e i campioni dell’Al Ahly, la squadra più forte dell’intero calcio arabo con ben trentadue titoli nazionali conquistati. La formazione del Cairo passa in vantaggio ma viene raggiunta e superata negli ultimi minuti. In pieno recupero l’Al Marsy segna l’incredibile gol del 3-1. Si scatena la follia.
Gli ultras della squadra di casa invadono il terreno di gioco, inseguono i calciatori avversari. Il campo si riempie di gente. Sono attimi drammatici. Si assiste al lancio di pietre, bottiglie, molte persone vengono accoltellate.  Gli scontri proseguono anche all’esterno dello stadio e il loro eco arriva fino al Cairo, dove nello stadio in cui si sta giocando Zamalek-Ismaili viene appiccato un incendio. L’esercito, incapace di fermare la guerriglia, manda elicotteri per portare in salvo giocatori e tifosi ospiti, ma non tutti ce la fanno ad uscire dallo stadio.
Molti tifosi, infatti, sono stati accoltellati o sono rimasti soffocati mentre tentavano la fuga per un corridoio stretto e lungo, le cui porte d’uscita erano bloccate. Da una parte porte chiuse, dall’altra i tifosi avversari armati di coltelli, mazze e pietre. Uno dei testimoni ha scritto oggi su Twitter: « Le persone erano schiacciate una sull’altra perché non c’erano altre uscite. Avevamo solo due scelte: la morte che arrivava alle nostre spalle oppure le porte chiuse». Il governo ha riferito inoltre che le persone portate in ospedale sono arrivate già morte.
Il giorno dopo la tragedia, la Lega Calcio ha sospeso il campionato mentre il Consiglio delle Forze Armate, al potere in Egitto dopo la caduta del regime di Hosni Mubarak un anno fa, ha proclamato tre giorni di lutto nazionale per le vittime delle violenze di Port Said. La giunta militare ha inoltre annunciato la creazione di una commissione d’inchiesta per identificare i responsabili. Nel frattempo sono già stati effettuati 47 arresti. Sotto accusa la Polizia, colta impreparata dallo scoppio delle ostilità.

Quando si parla di violenza negli stadi viene subito in mente la tragedia dello stadio Heysel di Bruxelles, macabro teatro della finale di Coppa dei campioni tra Juventus e Liverpool. Era il maggio del 1985. Ma c’è una lunga lista, una lunga scia di sangue, che attraversa tutti i continenti nel corso della storia.
9 MARZO 1946 – 44 morti e 500 feriti in una ressa al Burden Park di Bolton (GB), dopo una gara di Coppa tra Bolton Wanderers e Stoke City.
23 GIUGNO 1968 – 71 morti, in maggioranza soffocati, e 150 feriti a Buenos Aires, in River Plate-Boca Junior.
2 GENNAIO 1971 – 66 morti e 150 feriti nello stadio dei Glasgow Rangers in una gara con il Celtic.
11 FEBBRAIO 1974 – Nello stadio di Zamalek al Cairo 48 morti e 50 feriti per il crollo di una tribuna.
20 OTTOBRE 1982 – 340 morti E 1.000 allo stadio Lenin de Mosca durante una gara tra lo Spartak e gli olandesi dell’Haarlem.
11 MAGGIO 1985.- 53 morti e 200 feriti per un incendio in tribuna a Bradford City durante un match di terza divisione.
29 MAGGIO 1985 – Stadio Heysel di Bruxelles, 39 morti e 117 feriti prima della finale di Coppa dei campioni tra Juventus e Liverpool.
15 APRILE 1989 – 95 morti e 175 feriti durante Liverpool-Nottingham Forest allo stadio Hillsborough di Sheffield.
25 LUGLIO 2007 – 50 morti per due attentati contro tifosi a Bagdad.

I mille colori d’Egitto

Sharm el Sheikh 076

Mi affaccio alla finestra della mia stanza e, mentre un pallido sole illumina il giardino sul retro della casa, ripenso a quelle magnifiche giornate trascorse a Sharm el Sheikh. Sono tornata da circa due settimane, il tempo che occorre ai ricordi per cristallizzarsi e assumere i contorni del sogno. I panorami mozzafiato, le discese a mare sotto il sole rovente, i bagni caldi e le cene esotiche non mi appaiono più come un film, immagini in movimento, ma come singoli fotogrammi strappati all’incuria del tempo che tutto cancella. E ripercorrendo in sequenza le fotografie della memoria mi sembra di tornare in quel paradiso terrestre.
A Sharm el Sheikh piove solo un paio di volte all’anno e, strano ma vero, sono arrivata proprio in uno di quei giorni. Ma è bastato un raggio di sole a mostrarmi la bellezza di quel luogo incantevole, in cui il blu del Mar Rosso si confonde con il verde dei prati ben curati del Sea Magic, il resort a cinque stelle in cui alloggiavo.
Ricordo l’emozione della prima discesa a mare. Alle 9 di mattina il sole era già alto nel cielo e illuminava l’acqua rendendola iridescente. Milioni di stelline brillavano sul mare mentre il cielo era di un celeste tenue che diventava quasi bianco in prossimità dell’isola di Tiran, proprio di fronte alla spiaggia. Arida e secca, la mattina appariva di colore blu, anello di congiunzione tra cielo e mare, ma di pomeriggio mostrava il suo vero volto, quello di una terra arsa e sterile.

Sharm el Sheikh 300
La spiaggia dell’hotel si stendeva per mezzo chilometro, una parte a terrazzamenti con due pontili per accedere alla barriera corallina, e l’altra sabbiosa. I lettini erano abbondanti e comodi ma niente era più forte del fascino del mare. I pesciolini colorati mi nuotavano intorno, provocandomi un misto di curiosità e ribrezzo, l’acqua era calda e limpida, il sole rovente. Tutt’intorno si respirava quell’aria di libertà e relax che solo una vacanza al mare sa donare.
Due volte al giorno, per cinque giorni, sono scesa in spiaggia e poi tornata in hotel per il pranzo ma ogni volta provavo la stessa emozione alla vista di quello spettacolo. Passeggiare per i viali del Sea Magic, orlati di fiorellini colorati, avendo il conforto della brezza marina era un vero piacere anche nelle ore più calde quando il sole picchiava impietoso. Non si udivano rumori né si vedeva gente, tranne qualche altro turista che andava al mare, e tutto era così tranquillo e pieno di pace.
Benché ci fosse la possibilità di mangiare comodamente in spiaggia, per il pranzo preferivo tornare all’hotel che, con i suoi sette ristoranti, offriva sempre una grande varietà di cibo. Ricordo le colazioni abbondanti sulla terrazza che affacciava sul mare e le cene al ristorante orientale, proprio sulla spiaggia, e riassaporo il gusto del pane arabo, così morbido da sciogliersi in bocca.

piramidi4
Non sono mancati i momenti culturali e quelli avventurosi, con l’escursione al Cairo e il safari nel deserto. Nella capitale ho visitato il Museo delle antichità egiziane – dove sono conservati vecchi reperti, mummie e sarcofagi, i tesori dei faraoni e la preziosa maschera funeraria di Tutankamon – e ho fatto una mini crociera romantica sul Nilo, dalle cui acque è nata la civiltà egizia. A pochi chilometri dal Cairo, nella spianata di Giza, emerge dal Deserto Libico il complesso delle tre piramidi, imponenti monumenti funerari dei faraoni Cheope, Chefren e Micerino. A poca distanza, percorribile anche a piedi, si trova la Sfinge, figura mitologica dal corpo di leone, simboleggiante la forza, e dalla testa di uomo a rappresentare l’intelligenza.

Nella capitale, dove la gente comune lavora e vive la sua vita quotidiana, si respira un aria di autenticità impossibile da trovare a Sharm el Sheikh dove tutto è costruito a misura di turista. La famosa Nahama Bay, dove gli stranieri amano trascorrere le proprie serate, è la fiera della falsità. Ci sono supermercati e discoteche, locali in cui fumare il narghilè e negozietti di souvenir ma il vero Egitto non potrebbe essere più lontano.

Sharm el Sheikh 530
Un pezzo dell’Egitto autentico l’ho forse visto nel deserto del Sinai, lo stesso in cui il popolo d’Israele ha trascorso i quarant’anni precedenti alla conquista della terra promessa. Lì vivono i beduini, che conducono una vita sospesa tra la tradizione e la modernità. Sono raccolti in piccoli villaggi, alloggiano in tende e si cibano quasi esclusivamente dei prodotti offerti dalla natura incolta. Le donne, nascoste dietro il burka, si occupano di pascolare le caprette mentre gli uomini sono addetti ai cammelli. Non è raro, però, vedere beduini che parlano al cellulare o guidano macchine costose. Sono i beduini moderni, come li ha definiti la guida, gli stessi che mandano i propri figli a scuola solo per un paio di anni, il tempo di imparare a leggere e contare i cammelli. Il resto non ha importanza perché, secondo la loro filosofia, nel momento in cui i giovani acquisissero una certa cultura e scoprissero che esiste un mondo diverso dal loro, abbandonerebbero la vita nel deserto, lasciando scomparire le tribù beduine.
Gli abitanti del deserto ci hanno fatto accomodare nelle loro tende, costruite apposta per ospitare i turisti, e ci hanno offerto da bere il loro the, dalle proprietà curative oltre che dissetanti. Un buon bicchiere di the era proprio quello che mi serviva dopo le corse in jeep sui sentieri dissestati del deserto roccioso. L’autista, un pazzo sconsiderato che sa fare bene il proprio lavoro, non perdeva occasione per arrampicarsi sulle collinette più pericolose, facendoci balzare il cuore in gola. Nonostante la cintura di sicurezza, mi tenevo saldamente aggrappata al sedile con entrambe le mani, con gli occhi fissi sulla strada per vedere quale sarebbe stata la prossima montagna russa. Una grande paura ma anche tanto divertimento e risate con gli altri ragazzi nella jeep.

Sharm el Sheikh 537

La cammellata sulla spiaggia, con il sole a picco e il vento caldo che sferzava, è stata un’esperienza unica così come lo snorkeling. All’inizio ero molto restia ad indossare maschera, pinne e muta ma poi la curiosità ha prevalso sulla diffidenza e mi sono lanciata in questa nuova avventura. Nuotavo costeggiando la barriera corallina mentre alla mia sinistra c’era l’abisso, profondo e impenetrabile. La varietà di pesci era così numerosa che contarli era impossibile.
Del Cairo come di Dahab, c’è un’immagine che porterò dentro per sempre: lo sguardo dei bambini affamati, sfruttati, mandati in strada anziché a scuola. Occhi accusatori che mi mettono di fronte alla mia pochezza, al mio egoismo, alla mia incapacità di amare e donare. E mi ricordano quanto ho avuto io dalla vita, mentre loro non hanno nulla.