Global Peace Index: il valore economico della pace

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La pace ha un valore economico? E questo valore può essere quantificato? Sembrerebbe proprio di sì, almeno stando all’Institute for Economics and Peace che, ogni anno dal 2008, calcola e diffonde il Global Peace Index (indice della pace globale). Nessun pacifismo utopico, soltanto uno studio sulla distribuzione e il valore monetario della pace nel mondo, calcolati utilizzando parametri sociali, economici e scientifici.

La pace viene analizzata in termini di assenza di violenza e di politiche volte a promuoverla. I 162 paesi inseriti nella graduatoria del GPI vengono classificati in base a 22 indicatori in grado di misurare i conflitti in corso (interni ed esterni), la sicurezza sociale (numero di omicidi, tasso di carcerazione) e le spese militari. Tutti i dati sono sintetizzati in una mappa interattiva che permette di selezionare singoli paesi e visualizzarne i dati specifici, ordinarli per indicatore di interesse, confrontare cronologicamente i risultati. I dati utilizzati sono estrapolati da ricerche di istituti ritenuti affidabili e il GPI è a sua volta uno strumento prezioso per le organizzazioni internazionali che si occupano di pace e sviluppo, prima tra tutti l’Onu.

Siria e Messico tra i peggiori – Il primo dato che emerge dal GPI 2013 riguarda la violenza interna, molto più marcata rispetto ai conflitti esterni. Dal 2008 la violenza nel mondo è aumentata del 5%, nonostante la diminuzione di conflitti internazionali. Questo perché sono cresciuti gli omicidi, le morti causate da conflitti civili, le spese militari e l’instabilità politica. Il primo stato a destare attenzione è la Siria, tra gli ultimi in classifica a causa della guerra civile in corso. Preoccupa anche il Messico, dove le feroci lotte tra cartelli della droga hanno provocato lo scorso anno il doppio delle morti violente avvenute in Iraq e Afghanistan. Guardando agli indicatori del GPI, in ben 110 paesi su 162 la pace è andata sfumando negli ultimi sei anni. A determinare questa tendenza anche la primavera araba, i conflitti interni in Afghanistan e in Pakistan, le proteste anti-austerity in Europa.

La top ten della pace – Nella top ten del pacifismo globale ci sono le piccole e stabili democrazie: Islanda, Danimarca, Nuova Zelanda, Austria, Svizzera, Giappone, Finlandia, Canada, Svezia e Belgio. Partendo dal basso della lista troviamo invece paesi molto instabili, a tendenza autoritaria o in guerra: Afghanistan, Somalia, Siria, Iraq, Sudan, Pakistan, Repubblica Democratica del Congo, Russia, Corea del Nord e Repubblica Centrafricana. Tra i paesi in via di peggioramento sono la Costa d’Avorio, il Burkina Faso, il Perù e l’Ucraina. Alcune buone notizie arrivano da Libia, Sudan e Chad, che risalgono la classifica uscendo gradualmente dai conflitti.

E gli Stati Uniti? – Ritenuti tra i paesi più democratici al mondo, gli Stati Uniti si classificano in una triste 99° posizione, non solo per via dei conflitti internazionali di cui sono protagonisti, ma anche e soprattutto per l’alto tasso di carcerazione, di omicidi e di disponibilità di armi.

Cosa accade in Italia? – Il nostro paese si classifica al 34° posto, tra Bulgaria e Emirati Arabi Uniti, ed è piuttosto stabile dal 2008 a oggi. A determinare un punteggio relativamente basso è la percezione della criminalità nella società, l’accesso alle armi, il tasso di crimini violenti e l’ostilità verso lo straniero. L’Italia, insieme alla Francia che si classifica al 53° posto, è in controtendenza rispetto agli altri stati europei, tra i più pacifici al mondo. Tredici nazioni del vecchio continente, infatti, si posizionano tra le prime 20 della lista.

Quanto vale la pace? – A questa domanda si può rispondere tenendo presente che pace è anche, e soprattutto, sviluppo della società e benessere delle persone che la formano. Secondo l’Institute for Economics and Peace la violenza è costata nel 2012 circa 9.460.000.000.000 (9,46 trilioni) di dollari, l’11% del prodotto interno lordo mondiale, due volte il valore della produzione agricola globale. Se riducessimo questa spesa del 50% potremmo annullare il debito dei paesi in via di sviluppo e trovare fondi per il raggiungimento dei Millennium Development Goals.

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Violenze negli stadi: 74 morti in Egitto

Il calcio ha scritto un’altra triste pagina della sua storia. Stavolta si tratta dell’Egitto dove una giornata di sport si è trasformata in tragedia. Dove la festa è diventata un funerale.
Il bilancio parla di 74 morti e oltre mille feriti, di cui circa 200 in condizioni gravi. A scatenare la guerriglia fuori e dentro al campo un gol segnato allo scadere, oppure la rabbia e la frustrazione represse nel corso dell’anno di cambiamenti che ha seguito la rivolta di piazza Tahrir. Fatto sta che i tifosi egiziani hanno sempre avuto la triste fama di essere dei violenti. Se a ciò si aggiunge che tra le tifoserie delle due squadre non è mai corso buon sangue, un epilogo del genere non era del tutto imprevedibile.
E il giorno dopo la tragedia c’è chi polemizza, come i Fratelli Musulmani, che controllano quasi la metà dei seggi nel nuovo Parlamento del Cairo, che non hanno perso tempo a puntare il dito contro i sostenitori di Mubarak, accusati di essere gli organizzatori degli scontri di massa di Port Said. Secondo i media egiziani, invece, gli scontri erano stati pianificati dai tifosi delle due squadre, che hanno alle spalle una lunga storia di ostilità.
Questo il nome dello stadio dove si sono verificati i fatti. In campo c’erano i padroni di casa dell’Al Masry, squadra di medio-alta classifica, e i campioni dell’Al Ahly, la squadra più forte dell’intero calcio arabo con ben trentadue titoli nazionali conquistati. La formazione del Cairo passa in vantaggio ma viene raggiunta e superata negli ultimi minuti. In pieno recupero l’Al Marsy segna l’incredibile gol del 3-1. Si scatena la follia.
Gli ultras della squadra di casa invadono il terreno di gioco, inseguono i calciatori avversari. Il campo si riempie di gente. Sono attimi drammatici. Si assiste al lancio di pietre, bottiglie, molte persone vengono accoltellate.  Gli scontri proseguono anche all’esterno dello stadio e il loro eco arriva fino al Cairo, dove nello stadio in cui si sta giocando Zamalek-Ismaili viene appiccato un incendio. L’esercito, incapace di fermare la guerriglia, manda elicotteri per portare in salvo giocatori e tifosi ospiti, ma non tutti ce la fanno ad uscire dallo stadio.
Molti tifosi, infatti, sono stati accoltellati o sono rimasti soffocati mentre tentavano la fuga per un corridoio stretto e lungo, le cui porte d’uscita erano bloccate. Da una parte porte chiuse, dall’altra i tifosi avversari armati di coltelli, mazze e pietre. Uno dei testimoni ha scritto oggi su Twitter: « Le persone erano schiacciate una sull’altra perché non c’erano altre uscite. Avevamo solo due scelte: la morte che arrivava alle nostre spalle oppure le porte chiuse». Il governo ha riferito inoltre che le persone portate in ospedale sono arrivate già morte.
Il giorno dopo la tragedia, la Lega Calcio ha sospeso il campionato mentre il Consiglio delle Forze Armate, al potere in Egitto dopo la caduta del regime di Hosni Mubarak un anno fa, ha proclamato tre giorni di lutto nazionale per le vittime delle violenze di Port Said. La giunta militare ha inoltre annunciato la creazione di una commissione d’inchiesta per identificare i responsabili. Nel frattempo sono già stati effettuati 47 arresti. Sotto accusa la Polizia, colta impreparata dallo scoppio delle ostilità.

Quando si parla di violenza negli stadi viene subito in mente la tragedia dello stadio Heysel di Bruxelles, macabro teatro della finale di Coppa dei campioni tra Juventus e Liverpool. Era il maggio del 1985. Ma c’è una lunga lista, una lunga scia di sangue, che attraversa tutti i continenti nel corso della storia.
9 MARZO 1946 – 44 morti e 500 feriti in una ressa al Burden Park di Bolton (GB), dopo una gara di Coppa tra Bolton Wanderers e Stoke City.
23 GIUGNO 1968 – 71 morti, in maggioranza soffocati, e 150 feriti a Buenos Aires, in River Plate-Boca Junior.
2 GENNAIO 1971 – 66 morti e 150 feriti nello stadio dei Glasgow Rangers in una gara con il Celtic.
11 FEBBRAIO 1974 – Nello stadio di Zamalek al Cairo 48 morti e 50 feriti per il crollo di una tribuna.
20 OTTOBRE 1982 – 340 morti E 1.000 allo stadio Lenin de Mosca durante una gara tra lo Spartak e gli olandesi dell’Haarlem.
11 MAGGIO 1985.- 53 morti e 200 feriti per un incendio in tribuna a Bradford City durante un match di terza divisione.
29 MAGGIO 1985 – Stadio Heysel di Bruxelles, 39 morti e 117 feriti prima della finale di Coppa dei campioni tra Juventus e Liverpool.
15 APRILE 1989 – 95 morti e 175 feriti durante Liverpool-Nottingham Forest allo stadio Hillsborough di Sheffield.
25 LUGLIO 2007 – 50 morti per due attentati contro tifosi a Bagdad.

Diritti e libertà: i dieci Paesi “peggio del peggio”

Il quadro mondiale, dal punto di vista dei diritti e della libertà, è parecchio desolante. A chi vive nell’occidente democratico la situazione di alcuni paesi può sembrare talmente irrealistica da apparire improbabile. Eppure, ci sono degli Stati in cui il solo navigare su internet può costare il carcere. Le limitazioni delle libertà e dei diritti fondamentali non rappresentano casi isolati ed eccezionali, ma un numero impressionante di Paesi. E’ quanto emerge dal rapporto annuale di Freedom House. Si tratta di un’associazione internazionale non governativa con sede a Washington. Fondata nel 1941, tra gli altri, da Eleanor Roosevelt, ogni anno pubblica un rapporto sulle libertà democratiche di ciascun Paese. I dati presentati quest’anno non sono per niente rassicuranti. Prendendo in considerazione una serie di fattori come i diritti politici e civili garantiti, il rispetto delle libertà fondamentali, le violazioni dei diritti umani, solo 87 nazioni sulle 194 che sono state monitorate sono state definite, complessivamente libere. 60 ricadono sotto la categoria parzialmente libere e 47 non libere. Tra queste, poi, è stata stilata la classifica del peggio del peggio: (“Worst of the Worst”), I paesi in cui nessuno vorrebbe mai passare una vacanza.
MYANMAR – E’ l’antica Birmania. Il Paese è guidato da una feroce dittatura di matrice comunista che dal 1991 ha imposto, come modalità sistematica di repressione, il carcere e la tortura per i dissidenti e l’obbligo per ciascuna famiglia di destinare almeno un membro ai lavori forzati. In Birmania governa una giunta militare, al cui vertice vi è una triade di generali, e il cui capo supremo è Thein Sein, successore designato di Than Shwe, al potere dal’ 92. Si tratta del Paese di Aung San Suu Kyi, eroina nazionale e premio Nobel per la Pace. Nel ’90 il suo Partito, la Lega Nazionale per la Democrazia stravinse le elezioni. La giunta invalidò il voto e la fece arrestare. Fino a novembre scorso ha vissuto agli arresti domiciliari.
GUINEA EQUATORIALE – Si tratta di un Paese dell’Africa centrale che ottenne l’indipendenza nel’68. Lo stesso anno fu eletto presidente Francisco Macìas Nguema, che nel 1972 si proclamò presidente a vita. Fu considerato uno dei dittatori più corrotti e feroci della storia accusato, tra le altre cose di cannibalismo. Nel ’79 lo spodestò il nipote, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo. Costui accentrò su di sé ogni potere, arrivando a controllare anche l’esercito. Considerato di poco meno crudele dello zio (che ridusse la popolazioni di un quarto con le sue persecuzioni) è anch’egli un dittatore senza scrupoli. Nel Paese non esistono giornali quotidiani, i media sono tutti nelle mani del presidente, i proventi del petrolio finiscono, per la maggior parte nelle sue tasche, e la pena di morte è usata frequentemente come metodo punitivo per crimini comuni.
ERITREA – Situata nella parte settentrionale del Corno d’Africa, è governata da Isaias Afewerki da 17 anni, a capo del Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia, unico partito considerato legale. Il partito è anche lo strumento con il quale il presidente mantiene il controllo della popolazione con arresti, torture, carceri segrete. Sovente i cittadini vengono arruolati nell’esercito in maniera coatta e utilizzati nelle dispute di confine con l’Etipia.
LIBIA – Freedom House ha inserito il Paese nella lista dei peggiori ben prima dell’intervento della Nato il 19 marzo 2011, dopo che Gheddafi ha iniziato a soffocare nel sangue le proteste incominciate a febbraio. Gheddafi ha governato ininterrottamente il Paese dal primo settembre del 1969, quando guidò un colpo di Stato che portò alla caduta di re Idris, il monarca filoccidentale. Pur non ricoprendo alcun carica ufficiale, ha accentrato nella sua mani e in quelle della sua famiglia tutto il potere, le principali strutture e il i proventi del petrolio. In Libia era possibile essere incarcerati o sottoposti a tortura per ogni violazione dei principi contenuti nel Libro verde scritto da Gheddafi.
COREA DEL NORD – Il Paese è sottoposto ad una spietata dittatura che si configura come una sorta di monarchia comunista. Kim Jong-il, chiamato “Il Leader caro” è succeduto al padre Kim Il Sung,e ha designato il figlio Kim Jong-un come successore. La popolazione vive in condizione disumane, peggiorate dall’isolamento internazionale. Si calcola che tra le 150 e le 200mila persone siano state incarcerate in dei veri e propri lager. Migliaia di cittadini sono stati sottoposti a torture, esperimenti medici, lavori forzati e aborti forzati
SOMALIA – Una guerra civile sanguinosa ha portato alla dissoluzione di ogni struttura statale. Il vuoto di potere ha permesso che prendessero il sopravvento i signori della guerra e l’estremismo islamico, che a loro volta hanno ha dato vita alla lotta per il potere. Lo Shabaab, movimento islamico fondamentalista vicino ad Al Qaeda ha preso il controllo di parti del Paese, dove ha instaurato la Sharia, la legge di derivazione islamica, contraddistinguendosi per la brutalità dei suoi metodi.
SUDAN – Dopo 24 anni, nel corso delle prime elezioni democratiche Omar al-Bashir ha vinto di nuovo, facendo comprendere alla Comunità in internazionale che si è trattato di una farsa. La Corte penale internazionale ha spiccato contro di lui un mandato di arresto per il genocidio del Darfur, dove i Janjawid(“demoni a cavallo”), estremisti di fede islamica filogovernativi hanno decimato la popolazione nomade e cristiana.
TIBET – E’ l’unico posto rientrante nella categoria “Territori” a far parte della classifica. Occupato definitivamente dalla Cina che nel ’59 ne ha dichiarato illegittimo il governo a inglobato il territorio, è il Paese del Dalai Lama, in esilio dal Paese dal ’59. Il Nel ’60 costituì ilGoverno tibetano in esilio che risiede in India e ha il compito principale di tutelare gli esuli tibetani. Dopo alcune rivolte, nel 2008, la repressione si è fatta ancora più spietata. Pechino, in questi anni, ha cercato di azzerarne completamente la cultura
TURKMENISTAN – Al potere vi è Gurbanguly Berdymukhammedov, succeduto nel 2006 a Saparmurat Niyazov, famoso per aver dato ai mesi nomi legati ai suoi parenti, e per aver creato monumenti giganteschi atti ad alimentare il culto della sua personalità. Il governo controlla i media e impedisce agli abitanti qualsiasi atteggiamento, uso, o modo di vestire che non faccia parte della tradizione del Paese.
UZBEKISTAN – Islam Karimov è il presidente assoluto dal 1990. Nelle sue mani sono concentrati il potere politico e giudiziario e, controlla i media, e ha imposto forti limitazioni religiose. Dopo la dissoluzione del regime sovietico, ha creato un sistema politico fondato sul culto della propria personalità.