Tennis, Sony lancia la racchetta intelligente

sony-smart-tennis-sensorSi chiama Smart Tennis Sensor ed è la nuova racchetta tecnologica inventata dalla Sony e presentata in anteprima mondiale al recente Ces di Las Vegas. In un’epoca in cui tutto diventa “smart”, anche gli accessori sportivi si adattano e si trasformano per fornire a chi li adotta fornire tutte le indicazioni su come migliorare le prestazioni e lo stile di gioco.

È questo il caso della racchetta intelligente della Sony che, grazie a un apposito sensore  posizionato sul fondo del manico, è in grado di stabilire velocità e potenza del colpo. La Smart Tennis Sensor traccia le coordinate spaziali, l’accelerazione, la forza e la posizione dell’impatto con la pallina e una serie di altri parametri; via Bluetooth interagisce quindi con un’app mobile (per smartphone e tablet Android e iPhone e iPad) capace di rielaborare ogni dato e di visualizzarla sullo schermo del dispositivo dove è installata. Il sensore pesa 8 grammi e ha un diametro di 31,3 mm, dimensioni compatibili con la maggior parte delle racchette in commercio.

La Sony ha confermato ufficiosamente il lancio del prodotto sul mercato giapponese già per maggio, con un prezzo inferiore ai 18mila yen, pari a circa 130 euro, ma non si sa quanto dovranno aspettare gli appassionati di tutto il mondo per impossessarsi della nuovissima smartracchetta che, se dovesse avere successo, potrebbe rivoluzionare il modo di giocare a tennis.

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Bambini e sport: quale scegliere?

sportA settembre ricominciano le scuole e torna il pericolo sedentarietà per bambini e ragazzi. Per ovviare a questo problema, che può condizionare il benessere e l’equilibrio psicofisico, è importante invogliare i più piccoli a svolgere attività fisica che, come sottolinea l’Organizzazione Mondiale della Sanità, contribuisce allo sviluppo di tessuti muscoloscheletrici (ossa, muscoli, legamenti), del sistema cardiovascolare (cuore, polmoni) ed endocrino-metabolico. Inoltre, favorisce la coordinazione e la capacità di controllo dei movimenti e facilita il mantenimento del peso ideale.

Tantissimi i benefici dello sport durante l’infanzia e la pubertà: i bambini che svolgono una regolare attività fisica, infatti, dimostrano una maggior fiducia nelle proprie possibilità, sono portati a una maggior autostima, alla facilità nei rapporti sociali, a una maggior sopportazione dello stress, e sono in un certo senso più al riparo dall’eventuale propensione a disturbi come ansia e depressione. Inoltre, l’esercizio fisico comporta migliore mobilità articolare, tonicità muscolare e corretta postura.

Per molti genitori la domanda più frequente è quale sia l’attività più indicata per i propri figli. I pediatri consigliano di far imparare a nuotare ai bambini già nella primissima infanzia (in età prescolare), essendo il nuoto uno sport completo e che si presta a essere praticato fin da piccoli poiché l’acqua è per il bambino il mezzo più naturale e congeniale. Rimane comunque difficile stilare una classifica degli sport più o meno indicati per i bambini.

I genitori che desiderano per il proprio bambino una determinata attività sportiva possono proporgliela ma l’ideale, secondo gli esperti dell’età evolutiva, sarebbe che i genitori facessero sperimentare al figlio che frequenta il primo triennio della scuola elementare diverse discipline così da far scegliere lo stesso interessato sulla base delle proprie preferenze, abilità e caratteristiche cliniche e morfo-funzionali.

In generale, fino ai 7-8 anni sarebbe opportuno che il bambino praticasse attività quali atletica leggera (marcia, corse, salti, lanci), nuoto, ginnastica. Attività, cioè, complete e che coinvolgono in maniera bilanciata i diversi apparati. Oppure, nel caso di sport “asimmetrici” come la scherma, il tennis, il tiro con l’arco o di attività che sollecitano in modo particolare la schiena (ad esempio la danza e la ginnastica artistica), sarebbe indicata l’associazione con una pratica in grado di “compensare” e ridistribuire l’impegno. Teniamo presente che, comunque, è sempre il medico pediatra il migliore alleato nel momento della scelta di un’attività fisica adatta al nostro bambino.

Gli sport che si possono consigliare per prevenire o correggere atteggiamenti viziati o anomali della postura in età evolutiva sono: nuoto, pallacanestro, pallavolo, ginnastica. Le discipline sportive collettive sono in genere apprezzate dai bambini dai 7-8 anni in poi (calcio, pallavolo, pallacanestro, pallanuoto e i meno comuni, per i giovanissimi, rugby, pallamano, hockey) in quanto riescono a coniugare con l’impegno atletico l’aspetto ludico e lo spirito di squadra, cioè la collaborazione al fine di conseguire un risultato. Gli sport individuali (ginnastica, sci, nuoto, ciclismo, canottaggio, scherma, arti marziali eccetera) richiedono la capacità di resistere alla fatica, la capacità di concentrazione, il senso di responsabilità.

Sportività all’inglese

milanEra il 17 agosto 2003 quando mi trovato a Londra a casa di alcuni parenti a guardate in tv un Liverpool-Chelsea terminato con la sconfitta dei Reds per 2-1. Invaghita di Michael Owen ero, insieme a un bel bambino biondo, l’unica tifosa del Liverpool  fra tanti supporters dei Blues. Al fischio finale, un cugino di secondo grado mi ha allungato la mano. Era un gesto di sportività ma io, cresciuta nella ristretta mentalità italiana, come prima cosa ho pensato: «Questo mi vuole sfottere».
Sono rimasta per qualche secondo a fissare quella mano tesa, indecisa se stringerla o meno. Alla fine l’ho stretta e in quel preciso momento è davvero terminata la partita. Non come sarebbe accaduto in Italia, dove gli amici tifosi della squadra avversaria mi avrebbero preso in giro tutta la sera, sottolineando quanto fosse forte la loro squadra e scarsa la mia, ma come accade in Inghilterra dove la coscienza sportiva è maggiormente sviluppata e il rispetto per l’avversario sconfitto è sacro.
Quando ripenso a questo episodio sorrido, ma anche un po’ mi indigno, verso ciò che accade nel nostro paese dove qualche settimana fa i tifosi juventini esultavano per l’uscita del Milan dalla Champions e oggi i tifosi milanisti si vendicano esultando per la sconfitta dei bianconeri. Parliamo di globalizzazione, di Europa unita, ma siamo campanilisti e ancora eccessivamente legati a degli ideali (in questo caso una squadra di calcio) che sentiamo nostri ma che non ci apportano alcun beneficio.
Un tifoso vero dovrebbe guardare al calcio con occhi più obiettivi, gioire e piangere per le vittorie e le sconfitte della propria squadra, ma mostrare rispetto per l’avversario e riconoscerne i punti di forza, avendo anche il coraggio di ammettere i difetti della propria squadra.
Guardando a ciò che accade in Italia e, purtroppo, ancora in molte parti del mondo, sembra che avesse ragione Guttman nel sostenere che «caratteristica dello sport è quella di risvegliare nell’uomo istinti ancestrali, come la lotta per la sopravvivenza e la natura predatoria, che vengono però circoscritti entro ambiti che ne attenuano il carattere aggressivo mediante l’introduzione di una serie di regole atte a punire i gesti violenti. La violenza non scompare, dunque, viene soltanto mediata, sottoposta alle leggi degli eventi mimetici che lo sport mette in scena».
Troppo spesso questa violenza, che in campo è attenuata, si risveglia sugli spalti o fuori dagli stadi, e quanto avvenuto lunedì in occasione del derby tra Roma e Lazio ne è un triste esempio. Se è vero che scegliere la squadra del cuore significa diventare attori e affermare un’appartenenza simbolica, è altrettanto vero che questa appartenenza debba esprimersi sempre, come detto in precedenza, attraverso il rispetto delle regole civili e dell’avversario, che è il nemico da battere soltanto in campo e non fuori.

Luis Vinicio compie 80 anni

Compie oggi 80 anni Luis Vinicio, un indimenticabile della storia dell’Avellino. Nonostante la retrocessione dei biancoverdi dalla serie A alla serie B venga in buona parte addebitata a lui, Luis Vinicio resta una delle leggende del calcio biancoverde. Di lui resteranno per sempre nel cuore dei tifosi l’impresa del 1980-81 quando, con Sibilia al timone della società, centrò la salvezza nonostante il terremoto e la penalizzazione di 5 punti e l’emozionante stagione 1986-87, con Elio Graziano presidente, quando arrivò a sfiorare la qualificazione in Coppa Uefa, chiudendo il campionato all’ottavo posto in classifica, miglior piazzamento di sempre degli irpini. Luís Vinícius de Menezes festeggia oggi gli 80 anni. Nato a Belo Horizonte il 28 febbraio 1932, giunse in Italia a 23 anni dal Botafogo ed è ancora oggi uno degli attaccanti più prolifici del nostro calcio: in serie A ha segnato 155 reti e vinto anche la classifica dei cannonieri nella stagione 1965 66, quando indossava la maglia del Vicenza. E’ il miglior marcatore della storia dei biancorossi in A con all’attivo 68 gol, ma il nome di Vinicio è legato indissolubilmente al Napoli. «’O lione», come era soprannominato dai tifosi, ha giocato cinque stagioni in maglia azzurra mettendo a segno 69 reti. Poi è stato anche allenatore del Napoli dal ’73 al ’76, portando la squadra capitanata da Juliano ad uno storico secondo posto dietro la Juve nel 1975. Nel 1960, dopo 5 stagioni a Napoli e 69 reti, passò al Bologna. Dopo una buona prima stagione fra i felsinei, l’anno successivo la sua stella venne oscurata da Nielsen e Vinicio nell’estate del 1962 decise di tornarsene sconsolato in Brasile per poi rientrare in Italia rispondendo alla chiamata del Lanerossi Vicenza. Con i veneti segnò 17 gol il primo anno e 25 il secondo. Quarantadue gol che gli valsero la chiamata di Helenio Herrera alla corte della Grande Inter. La sua avventura in nerazzurro non fu però molto fortunata e si chiuse con un solo gol in otto gare. ‘O lione tornò a Vicenza dove chiuse la sua carriera agonistica, oltrepassando la ragguardevole quota di 150 reti in serie A. Una volta appese le scarpette al chiodo cominciò la sua carriera da allenatore durante la quale ottenne ottimi risultati applicando per primo in Italia il gioco all’olandese con il Napoli alla metà degli anni settanta, con cui sfiorò lo scudetto nella stagione 1974-75. Successivamente allenò la Lazio nel delicato periodo del dopo Maestrelli. Il sergente di ferro si è fatto valere anche in provincia con Pisa, Avellino e Udinese. Alla guida della Juve Stabia emise l’ultimo ruggito da allenatore. Le vespe si salvarono proprio grazie all’esperienza del brasiliano, dopo un campionato particolarmente tribolato. Con ‘O Lione i ricordi dei tifosi dell’Avellino si ricollegano a giocatori che hanno fatto la storia del calcio biancoverde durante la prima esperienza in Irpinia di Vinicio, come Tacconi, Beruatto, Giovannone, Valente, Cattaneo, Di Somma, Mario Piga, Criscimanni, Vignola, De Ponti e Juary. Auguri a Luis Vinicio, forte e determinante in campo, grintoso e grande motivatore in panchina.

A Luis Vinicio, Carmine Losco ha dedicato un video andato in onda oggi su Telenostra.

Italia del Rugby, c’è chi parla del Cammino Neocatecumenale

In occasione del secondo turno del “Sei nazioni”, l’Italrugby attende sabato 11 febbraio a Roma due ospiti “difficili”: tanta neve e diecimila supporter dell’Inghilterra. Per affrontare l’impresa della vita, battere per la prima volta nella sua storia la temibile Inghilterra, l’Italrugby lascia lo storico Stadio Flaminio, per puntare sulla capienza del primo impianto della Capitale e sul calore dei ben più numerosi tifosi che potrà contenere.
Benché i pronostici siano tutt’altro che favorevoli (17-0 a favore degli inglesi il bilancio dei precedenti incontri), il commissario tecnico della Nazionale azzurra Jaques Brunel e capitan Marco Bortolami sono ottimisti. «Se riusciremo a vincere – ha annunciato il ct Brunel – sarà una cosa incredibile. Credo che possa essere un momento chiave per il rugby in Italia. Possiamo mettere in moto dinamiche interessanti per la squadra e per l‘intero movimento». «Vogliamo rendere storico questo debutto nel tempio calcistico di Roma», suona la carica Bortolami, che per la novantesima volta indosserà la fascia di capitano.
Oltre alla tattica, tra gli Azzurri c’è chi confida in un’arma segreta. «Grazie alla mia famiglia, da qualche anno ho intrapreso insieme a mia moglie il cammino neocatecumenale», ha spiegato Giovanbattista Venditti, 21 annni, originario di Avezzano, sposato con un figlio. «Prima delle partite – prosegue Venditti, che ha esordito nell’Italrugby proprio nel Sei nazioni 2012 – mia madre prega affinché io non mi faccia male. Pregare prima di ogni match mi dà tanta forza, e alla fine ringrazio sempre. Si può dire che la preghiera è il mio doping personale».
 
fonte: http://www.romasette.it/modules/news/article.php?storyid=8062

Violenze negli stadi: 74 morti in Egitto

Il calcio ha scritto un’altra triste pagina della sua storia. Stavolta si tratta dell’Egitto dove una giornata di sport si è trasformata in tragedia. Dove la festa è diventata un funerale.
Il bilancio parla di 74 morti e oltre mille feriti, di cui circa 200 in condizioni gravi. A scatenare la guerriglia fuori e dentro al campo un gol segnato allo scadere, oppure la rabbia e la frustrazione represse nel corso dell’anno di cambiamenti che ha seguito la rivolta di piazza Tahrir. Fatto sta che i tifosi egiziani hanno sempre avuto la triste fama di essere dei violenti. Se a ciò si aggiunge che tra le tifoserie delle due squadre non è mai corso buon sangue, un epilogo del genere non era del tutto imprevedibile.
E il giorno dopo la tragedia c’è chi polemizza, come i Fratelli Musulmani, che controllano quasi la metà dei seggi nel nuovo Parlamento del Cairo, che non hanno perso tempo a puntare il dito contro i sostenitori di Mubarak, accusati di essere gli organizzatori degli scontri di massa di Port Said. Secondo i media egiziani, invece, gli scontri erano stati pianificati dai tifosi delle due squadre, che hanno alle spalle una lunga storia di ostilità.
Questo il nome dello stadio dove si sono verificati i fatti. In campo c’erano i padroni di casa dell’Al Masry, squadra di medio-alta classifica, e i campioni dell’Al Ahly, la squadra più forte dell’intero calcio arabo con ben trentadue titoli nazionali conquistati. La formazione del Cairo passa in vantaggio ma viene raggiunta e superata negli ultimi minuti. In pieno recupero l’Al Marsy segna l’incredibile gol del 3-1. Si scatena la follia.
Gli ultras della squadra di casa invadono il terreno di gioco, inseguono i calciatori avversari. Il campo si riempie di gente. Sono attimi drammatici. Si assiste al lancio di pietre, bottiglie, molte persone vengono accoltellate.  Gli scontri proseguono anche all’esterno dello stadio e il loro eco arriva fino al Cairo, dove nello stadio in cui si sta giocando Zamalek-Ismaili viene appiccato un incendio. L’esercito, incapace di fermare la guerriglia, manda elicotteri per portare in salvo giocatori e tifosi ospiti, ma non tutti ce la fanno ad uscire dallo stadio.
Molti tifosi, infatti, sono stati accoltellati o sono rimasti soffocati mentre tentavano la fuga per un corridoio stretto e lungo, le cui porte d’uscita erano bloccate. Da una parte porte chiuse, dall’altra i tifosi avversari armati di coltelli, mazze e pietre. Uno dei testimoni ha scritto oggi su Twitter: « Le persone erano schiacciate una sull’altra perché non c’erano altre uscite. Avevamo solo due scelte: la morte che arrivava alle nostre spalle oppure le porte chiuse». Il governo ha riferito inoltre che le persone portate in ospedale sono arrivate già morte.
Il giorno dopo la tragedia, la Lega Calcio ha sospeso il campionato mentre il Consiglio delle Forze Armate, al potere in Egitto dopo la caduta del regime di Hosni Mubarak un anno fa, ha proclamato tre giorni di lutto nazionale per le vittime delle violenze di Port Said. La giunta militare ha inoltre annunciato la creazione di una commissione d’inchiesta per identificare i responsabili. Nel frattempo sono già stati effettuati 47 arresti. Sotto accusa la Polizia, colta impreparata dallo scoppio delle ostilità.

Quando si parla di violenza negli stadi viene subito in mente la tragedia dello stadio Heysel di Bruxelles, macabro teatro della finale di Coppa dei campioni tra Juventus e Liverpool. Era il maggio del 1985. Ma c’è una lunga lista, una lunga scia di sangue, che attraversa tutti i continenti nel corso della storia.
9 MARZO 1946 – 44 morti e 500 feriti in una ressa al Burden Park di Bolton (GB), dopo una gara di Coppa tra Bolton Wanderers e Stoke City.
23 GIUGNO 1968 – 71 morti, in maggioranza soffocati, e 150 feriti a Buenos Aires, in River Plate-Boca Junior.
2 GENNAIO 1971 – 66 morti e 150 feriti nello stadio dei Glasgow Rangers in una gara con il Celtic.
11 FEBBRAIO 1974 – Nello stadio di Zamalek al Cairo 48 morti e 50 feriti per il crollo di una tribuna.
20 OTTOBRE 1982 – 340 morti E 1.000 allo stadio Lenin de Mosca durante una gara tra lo Spartak e gli olandesi dell’Haarlem.
11 MAGGIO 1985.- 53 morti e 200 feriti per un incendio in tribuna a Bradford City durante un match di terza divisione.
29 MAGGIO 1985 – Stadio Heysel di Bruxelles, 39 morti e 117 feriti prima della finale di Coppa dei campioni tra Juventus e Liverpool.
15 APRILE 1989 – 95 morti e 175 feriti durante Liverpool-Nottingham Forest allo stadio Hillsborough di Sheffield.
25 LUGLIO 2007 – 50 morti per due attentati contro tifosi a Bagdad.

Campione che cerchi, mamma che trovi

La mamma è sempre la mamma, recita un adagio vecchio quanto la storia dello sport. E proprio nel mondo dello sport, poco importa la disciplina, le mamme giocano un ruolo fondamentale nella vita e nella carriera dei figli atleti.
A svelare il rapporto quasi simbiotico che lega calciatori, nuotatori, ginnasti e schermidori con la figura materna è un interessante articolo apparso sul Venerdì di Repubblica a firma di Manuela Audisio, che rivela quanta importanza riveste la mamma per gli atleti: loro ci mettono classe e qualità, lei la forza e la determinazione per andare avanti anche dopo un insuccesso.
Valentina Vezzali, tre ori olimpici consecutivi nel fioretto, racconta che deve tutto «a mia madre Enrica, che aveva 48 anni quando è morto papà, aveva già perso la mamma a sei e a undici era andata a lavorare. Sola e forte ha cresciuto me e le mie sorelle e anche oggi mi aiuta con mio figlio Pietro. È lei che mi sorregge, da lei ho imparato a non mollare mai».
Anche Elisa Di Francisca, nuova star della scherma mondiale, è stata spinta a continuare a gareggiare dalla madre dopo una brutta esperienza sentimentale. «A 18 anni ho mollato lo sport per via di un fidanzato possessivo, geloso, ossessivo – riporta Il Venerdì – Poi ho lasciato lui, ma ero a pezzi, dimagrita 15 chili, persa. Mi ha salvato mia madre Ombretta, che mi ha sempre spronato all’indipendenza, a crearmi delle cose mie. È lei che si è preoccupata di trovarmi una sistemazione a Frascati dove ho ripreso ad allenarmi e a vincere».
Michael Phelps, re indiscusso del nuoto americano, vincitore di otto medaglie d’oro in una stessa olimpiade (Pechino 2008), sempre a caccia di nuovi record, appena esce dall’acqua dopo un nuovo successo chiede una sola cosa «Dov’è mia madre Debbie? Voglio piangere tra le sue braccia». Il rapporto conflittuale con il padre, che andò  via di casa nel ’93 abbandonando moglie e figli, ha favorito l’attaccamento alla madre e ha spinto Phelps a diventare un mostro in piscina, dove ha scaricato la sua rabbia dopo la partenza del padre. Le vittorie del nuotatore sono una vendetta nel nome della madre, che lo coccola e lo vizia con pranzetti deliziosi.
Un altro asso delle piscine, il brasiliano Cesar Cielo Filho, il più veloce del mondo nei 50 e 100 stile libero, primo sudamericano oro olimpico nel nuoto (2008), è diventato competitivo in acqua seguendo l’esempio della madre, forte e determinata in tutto ciò che fa. Flavia Cielo, 45 anni, origini veneziane, diplomata in educazione fisica con master, gestisce la carriera di César in ogni aspetto. «È stata mia madre a portarmi in piscina – racconta Cielo nell’articolo – io avevo provato con judo e volley, ma lei pensava fosse lo sport giusto per rendermi più estroverso. Quando nel 2005 mi sono trasferito ad Auburn, in Alabama, è con lei che di sera stavo al telefono, sentendomi solo e disperato. Sempre con lei abbiamo deciso il ritorno a San Paolo, finalmente a casa».
Therese Alshammar, nuotatrice svedese, ha seguito le orme della madre, Britt-Marie Smedh, che prima di diventare agente segreto e andare sotto copertura, partecipò ai Giochi di Monaco ’72. «Se ancora sono competitiva è grazie a lei. Mi disse: non farti mai convincere dagli altri a smettere perché sei vecchia. È quello che è capitato a lei, costretta a lasciare il nuoto a 18 anni. Ma con me non ci riescono».
Federica Pellegrini ha un legame molto stretto con mamma Cinzia, dalla quale non si separa mai. Amica e confidente, la mamma consiglia Federica nelle piccole e grandi scelte della vita e la aiuta nella gestione pratica dei suoi affari, come il ristorante Tacco 11. Tania Cagnotto, regina azzurra dei tuffi, inizialmente è stata spinta dalla madre Carmen Casteiner ad intraprendere la carriera sportiva ma in un secondo momento si è affidata al padre Giorgio, che oggi è suo allenatore. Ma è sempre la madre, ex tuffatrice, a dirimere i conflitti tra i due. Noemi Batki, nata a Budapest, in Ungheria, e arrivata a tre anni in Italia è diventata una campionessa dei tuffi grazie alla madre Ibolya Nagy, ex campionessa e sua allenatrice. Anche i fratelli Marconi – Nicola, Tommaso e Maria – sono stati indirizzati ai tuffi dalla mamma Barbara.
«Antonio Cassano, calciatore – svela l’articolo – non un campione a scuola (bocciato sei volte), ragazzo difficile nel quartiere Bari vecchia, è stato cresciuto dalla sola mamma, donna affidata ai servizi sociali, ma che ha comunque tenuto duro perché il figlio inseguisse in campo la sua pazzia e non per le strade. Ma il rapporto più freudiano che esista è quello tra il lunghista Andrew Howe e la madre Renée Felton, ex ostacolista, nati in America, trapiantati a Rieti. Mamma e figlio vivono in simbiosi totale: impossibile raccontare lui senza includere lei». Hanno provato a separarli ma nessuno ci è riuscito, neppure i frequenti litigi che terminano sempre con la pace in cucina. Come dice Andrew: «Io la fame l’ho fatta per davvero, so cosa si prova. Me la ricordo ancora mia madre che la sera metteva duemila lire nella Bibbia, era tutto quello che aveva». La durezza della vita li ha resi combattivi, energici, pronti a ricominciare, anche ora che lui si deve riprendere da un intervento chirurgico.
Vanessa Ferrari, ginnasta, 22 anni, oro mondiale nella ginnastica artistica, deve tutto alla ferrea disciplina impostale dalla mamma Galia, che rivela: «Io sono bulgara, da ragazzina ho praticato un po’ di ginnastica, sono cresciuta in un sistema dove lo sport si faceva seriamente e ho cercato per lei un posto che seguisse quelle regole rigorose». Stessa storia per Julieta Cantaluppi, 27 anni, individualista azzurra della ginnastica ritmica, sei volte campionessa italiana, che segue le orme di sua madre Kristina Ghiurova, bulgara, sua allenatrice. Julieta andrà a Londra, dove spera di chiudere la carriera con successo olimpico, proprio come la madre.
«Andy Murray, tennista inglese – conclude l’articolo – numero quattro del mondo, è seguito da mamma Judy, anche allenatrice, che lo ha spinto in campo e poi così tanto nel mondo, che Boris Becker sostiene sia un danno. E così ora Judy allena la squadra inglese di Federation Cup e Andy ha un nuovo coach, Ivan Lendl. Perché la madri contano, anche quando ti slegano».