Campione che cerchi, mamma che trovi

La mamma è sempre la mamma, recita un adagio vecchio quanto la storia dello sport. E proprio nel mondo dello sport, poco importa la disciplina, le mamme giocano un ruolo fondamentale nella vita e nella carriera dei figli atleti.
A svelare il rapporto quasi simbiotico che lega calciatori, nuotatori, ginnasti e schermidori con la figura materna è un interessante articolo apparso sul Venerdì di Repubblica a firma di Manuela Audisio, che rivela quanta importanza riveste la mamma per gli atleti: loro ci mettono classe e qualità, lei la forza e la determinazione per andare avanti anche dopo un insuccesso.
Valentina Vezzali, tre ori olimpici consecutivi nel fioretto, racconta che deve tutto «a mia madre Enrica, che aveva 48 anni quando è morto papà, aveva già perso la mamma a sei e a undici era andata a lavorare. Sola e forte ha cresciuto me e le mie sorelle e anche oggi mi aiuta con mio figlio Pietro. È lei che mi sorregge, da lei ho imparato a non mollare mai».
Anche Elisa Di Francisca, nuova star della scherma mondiale, è stata spinta a continuare a gareggiare dalla madre dopo una brutta esperienza sentimentale. «A 18 anni ho mollato lo sport per via di un fidanzato possessivo, geloso, ossessivo – riporta Il Venerdì – Poi ho lasciato lui, ma ero a pezzi, dimagrita 15 chili, persa. Mi ha salvato mia madre Ombretta, che mi ha sempre spronato all’indipendenza, a crearmi delle cose mie. È lei che si è preoccupata di trovarmi una sistemazione a Frascati dove ho ripreso ad allenarmi e a vincere».
Michael Phelps, re indiscusso del nuoto americano, vincitore di otto medaglie d’oro in una stessa olimpiade (Pechino 2008), sempre a caccia di nuovi record, appena esce dall’acqua dopo un nuovo successo chiede una sola cosa «Dov’è mia madre Debbie? Voglio piangere tra le sue braccia». Il rapporto conflittuale con il padre, che andò  via di casa nel ’93 abbandonando moglie e figli, ha favorito l’attaccamento alla madre e ha spinto Phelps a diventare un mostro in piscina, dove ha scaricato la sua rabbia dopo la partenza del padre. Le vittorie del nuotatore sono una vendetta nel nome della madre, che lo coccola e lo vizia con pranzetti deliziosi.
Un altro asso delle piscine, il brasiliano Cesar Cielo Filho, il più veloce del mondo nei 50 e 100 stile libero, primo sudamericano oro olimpico nel nuoto (2008), è diventato competitivo in acqua seguendo l’esempio della madre, forte e determinata in tutto ciò che fa. Flavia Cielo, 45 anni, origini veneziane, diplomata in educazione fisica con master, gestisce la carriera di César in ogni aspetto. «È stata mia madre a portarmi in piscina – racconta Cielo nell’articolo – io avevo provato con judo e volley, ma lei pensava fosse lo sport giusto per rendermi più estroverso. Quando nel 2005 mi sono trasferito ad Auburn, in Alabama, è con lei che di sera stavo al telefono, sentendomi solo e disperato. Sempre con lei abbiamo deciso il ritorno a San Paolo, finalmente a casa».
Therese Alshammar, nuotatrice svedese, ha seguito le orme della madre, Britt-Marie Smedh, che prima di diventare agente segreto e andare sotto copertura, partecipò ai Giochi di Monaco ’72. «Se ancora sono competitiva è grazie a lei. Mi disse: non farti mai convincere dagli altri a smettere perché sei vecchia. È quello che è capitato a lei, costretta a lasciare il nuoto a 18 anni. Ma con me non ci riescono».
Federica Pellegrini ha un legame molto stretto con mamma Cinzia, dalla quale non si separa mai. Amica e confidente, la mamma consiglia Federica nelle piccole e grandi scelte della vita e la aiuta nella gestione pratica dei suoi affari, come il ristorante Tacco 11. Tania Cagnotto, regina azzurra dei tuffi, inizialmente è stata spinta dalla madre Carmen Casteiner ad intraprendere la carriera sportiva ma in un secondo momento si è affidata al padre Giorgio, che oggi è suo allenatore. Ma è sempre la madre, ex tuffatrice, a dirimere i conflitti tra i due. Noemi Batki, nata a Budapest, in Ungheria, e arrivata a tre anni in Italia è diventata una campionessa dei tuffi grazie alla madre Ibolya Nagy, ex campionessa e sua allenatrice. Anche i fratelli Marconi – Nicola, Tommaso e Maria – sono stati indirizzati ai tuffi dalla mamma Barbara.
«Antonio Cassano, calciatore – svela l’articolo – non un campione a scuola (bocciato sei volte), ragazzo difficile nel quartiere Bari vecchia, è stato cresciuto dalla sola mamma, donna affidata ai servizi sociali, ma che ha comunque tenuto duro perché il figlio inseguisse in campo la sua pazzia e non per le strade. Ma il rapporto più freudiano che esista è quello tra il lunghista Andrew Howe e la madre Renée Felton, ex ostacolista, nati in America, trapiantati a Rieti. Mamma e figlio vivono in simbiosi totale: impossibile raccontare lui senza includere lei». Hanno provato a separarli ma nessuno ci è riuscito, neppure i frequenti litigi che terminano sempre con la pace in cucina. Come dice Andrew: «Io la fame l’ho fatta per davvero, so cosa si prova. Me la ricordo ancora mia madre che la sera metteva duemila lire nella Bibbia, era tutto quello che aveva». La durezza della vita li ha resi combattivi, energici, pronti a ricominciare, anche ora che lui si deve riprendere da un intervento chirurgico.
Vanessa Ferrari, ginnasta, 22 anni, oro mondiale nella ginnastica artistica, deve tutto alla ferrea disciplina impostale dalla mamma Galia, che rivela: «Io sono bulgara, da ragazzina ho praticato un po’ di ginnastica, sono cresciuta in un sistema dove lo sport si faceva seriamente e ho cercato per lei un posto che seguisse quelle regole rigorose». Stessa storia per Julieta Cantaluppi, 27 anni, individualista azzurra della ginnastica ritmica, sei volte campionessa italiana, che segue le orme di sua madre Kristina Ghiurova, bulgara, sua allenatrice. Julieta andrà a Londra, dove spera di chiudere la carriera con successo olimpico, proprio come la madre.
«Andy Murray, tennista inglese – conclude l’articolo – numero quattro del mondo, è seguito da mamma Judy, anche allenatrice, che lo ha spinto in campo e poi così tanto nel mondo, che Boris Becker sostiene sia un danno. E così ora Judy allena la squadra inglese di Federation Cup e Andy ha un nuovo coach, Ivan Lendl. Perché la madri contano, anche quando ti slegano».

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Gemelli: chi li ama e chi li uccide

Di gemelli ne è pieno il mondo ma non in tutto il mondo la loro nascita viene accolta nello stesso modo. A rivelarci l’atteggiamento delle diverse società e culture verso i parti multipli è un interessante articolo pubblicato sul Venerdì di Repubblica, dal titolo Gemelli. Viaggio intorno al mondo tra chi li ama e chi li uccide. L’articolo in questione, a firma di Alex Saragosa, riprende un saggio della neurologa e psichiatra Alessandra Piontelli, Gemelli nel mondo, che si muove tra medicina, psicologia e antropologia e che spiega come nel mondo occidentale le nascite gemellari abbiano subito un notevole incremento negli ultimi decenni a causa delle pratiche di fecondazione assistita.
La notizia di una gravidanza multipla è spesso accolta con gioia dalle famiglie, soprattutto quando questa è frutto di molteplici tentativi di procreare. Tuttavia, prima e dopo la nascita, i gemelli sono molto più faticosi e impegnativi rispetto alle nascite singole, sia in termini fisici che economici.
Nel corso dei suoi viaggi, la Piontelli ha avuto modo di occuparsi delle problematiche legate ai parti multipli scoprendo che non in tutto il mondo i gemelli sono accolti allo stesso modo. In alcune zone, la loro nascita si mescola a paure, difficoltà materiali, superstizioni e pressioni sociali, tanto da mettere in discussione concetti e comportamenti che credevamo acquisiti come l’istinto materno e la proibizione dell’incesto.
«Il primo contatto con tradizioni particolari legate ai gemelli – spiega la Piontelli – l’ho avuto in Benin e Togo, dove, secondo la religione vudù, sono gemelli gli stessi dei creatori, Mawu e Lissa, e le nascite multiple sono altamente considerate. Lo stesso accade nelle zone animiste del Camerun, in cui questi bambini vengono addirittura divinizzati. In queste zone i gemelli sono meglio vestiti e più curati, danno prestigio alle famiglie e sono al centro di festeggiamenti e cerimonie. Purtroppo, però, il rispetto di cui godono fa anche sì che siano loro negati normali rapporti affettivi: tutti li adorano e li temono, ma quasi nessuno li abbraccia, li bacia o gioca con loro».
In Thailandia e Filippine i gemelli, soprattutto se femmine, vengono ben accolti perché acquistano un valore maggiore quando vengono venduti ai bordelli. A Bali pensano che i gemelli facciano sesso nell’utero, in Nuova Guinea e in Africa Occidentale considerano normale l’incesto fra gemelli maschi.
Nelle aree geografiche in cui si pratica il nomadismo o le condizioni di vita sono molto dure, come nel Sud dell’Etiopia o nelle zone montuose dell’Asia, i gemelli vengono uccisi dalle loro stesse madri che con due neonati non riuscirebbero a muoversi e lavorare. Tenere in vita un solo bambino comporterebbe comunque dei rischi, visto che spesso sono prematuri e poco adatti alla durezza della vita in quelle zone. Una cosa simile avviene anche in Paraguay fra gli indios del Chaco, che ammazzano i neonati gemelli perché impossibilitati a muoversi con loro oppure perché costringono le donne a lunghi periodi si astinenza sessuale.
L’atteggiamento di queste donne, che potrebbe apparire crudele, in realtà lo è meno rispetto a quello di tante madri indiane e cinesi che eliminano, tramite aborto o infanticidio, solo le femmine privilegiando i bambini di sesso maschile.
Nel sud del Madagascar, prosegue la Piontelli «i gemelli sono visti come creature del male. Talvolta vengono uccisi entrambi affogandoli, altre volte è solo il secondo gemello a essere sospettato di essere un demone, e affidato a una sorta di giudizio di Dio: viene deposto all’uscita di un recinto, e se i bufali non lo calpestano è salvo. Spesso la natura demoniaca attribuita ai gemelli “contagia” anche le madri, spesso poco più che bambine, che non potranno più avere figli e verranno sottoposte a terribili riti di purificazione o bandite dalla comunità».
La sorte peggiore tocca ai gemelli della Guinea Bissau, ex colonia portoghese nell’Africa occidentale. Anche là vengono considerati demoni ma non vengono uccisi alla nascita ma dopo alcuni anni in quelli che sono veri e propri sacrifici umani. Ciò, conclude l’articolo, è «una consuetudine della sola etnia dominante del Paese, che vuole mostrare, in questo modo, la propria determinazione alle altre».