Gemelli: chi li ama e chi li uccide

Di gemelli ne è pieno il mondo ma non in tutto il mondo la loro nascita viene accolta nello stesso modo. A rivelarci l’atteggiamento delle diverse società e culture verso i parti multipli è un interessante articolo pubblicato sul Venerdì di Repubblica, dal titolo Gemelli. Viaggio intorno al mondo tra chi li ama e chi li uccide. L’articolo in questione, a firma di Alex Saragosa, riprende un saggio della neurologa e psichiatra Alessandra Piontelli, Gemelli nel mondo, che si muove tra medicina, psicologia e antropologia e che spiega come nel mondo occidentale le nascite gemellari abbiano subito un notevole incremento negli ultimi decenni a causa delle pratiche di fecondazione assistita.
La notizia di una gravidanza multipla è spesso accolta con gioia dalle famiglie, soprattutto quando questa è frutto di molteplici tentativi di procreare. Tuttavia, prima e dopo la nascita, i gemelli sono molto più faticosi e impegnativi rispetto alle nascite singole, sia in termini fisici che economici.
Nel corso dei suoi viaggi, la Piontelli ha avuto modo di occuparsi delle problematiche legate ai parti multipli scoprendo che non in tutto il mondo i gemelli sono accolti allo stesso modo. In alcune zone, la loro nascita si mescola a paure, difficoltà materiali, superstizioni e pressioni sociali, tanto da mettere in discussione concetti e comportamenti che credevamo acquisiti come l’istinto materno e la proibizione dell’incesto.
«Il primo contatto con tradizioni particolari legate ai gemelli – spiega la Piontelli – l’ho avuto in Benin e Togo, dove, secondo la religione vudù, sono gemelli gli stessi dei creatori, Mawu e Lissa, e le nascite multiple sono altamente considerate. Lo stesso accade nelle zone animiste del Camerun, in cui questi bambini vengono addirittura divinizzati. In queste zone i gemelli sono meglio vestiti e più curati, danno prestigio alle famiglie e sono al centro di festeggiamenti e cerimonie. Purtroppo, però, il rispetto di cui godono fa anche sì che siano loro negati normali rapporti affettivi: tutti li adorano e li temono, ma quasi nessuno li abbraccia, li bacia o gioca con loro».
In Thailandia e Filippine i gemelli, soprattutto se femmine, vengono ben accolti perché acquistano un valore maggiore quando vengono venduti ai bordelli. A Bali pensano che i gemelli facciano sesso nell’utero, in Nuova Guinea e in Africa Occidentale considerano normale l’incesto fra gemelli maschi.
Nelle aree geografiche in cui si pratica il nomadismo o le condizioni di vita sono molto dure, come nel Sud dell’Etiopia o nelle zone montuose dell’Asia, i gemelli vengono uccisi dalle loro stesse madri che con due neonati non riuscirebbero a muoversi e lavorare. Tenere in vita un solo bambino comporterebbe comunque dei rischi, visto che spesso sono prematuri e poco adatti alla durezza della vita in quelle zone. Una cosa simile avviene anche in Paraguay fra gli indios del Chaco, che ammazzano i neonati gemelli perché impossibilitati a muoversi con loro oppure perché costringono le donne a lunghi periodi si astinenza sessuale.
L’atteggiamento di queste donne, che potrebbe apparire crudele, in realtà lo è meno rispetto a quello di tante madri indiane e cinesi che eliminano, tramite aborto o infanticidio, solo le femmine privilegiando i bambini di sesso maschile.
Nel sud del Madagascar, prosegue la Piontelli «i gemelli sono visti come creature del male. Talvolta vengono uccisi entrambi affogandoli, altre volte è solo il secondo gemello a essere sospettato di essere un demone, e affidato a una sorta di giudizio di Dio: viene deposto all’uscita di un recinto, e se i bufali non lo calpestano è salvo. Spesso la natura demoniaca attribuita ai gemelli “contagia” anche le madri, spesso poco più che bambine, che non potranno più avere figli e verranno sottoposte a terribili riti di purificazione o bandite dalla comunità».
La sorte peggiore tocca ai gemelli della Guinea Bissau, ex colonia portoghese nell’Africa occidentale. Anche là vengono considerati demoni ma non vengono uccisi alla nascita ma dopo alcuni anni in quelli che sono veri e propri sacrifici umani. Ciò, conclude l’articolo, è «una consuetudine della sola etnia dominante del Paese, che vuole mostrare, in questo modo, la propria determinazione alle altre».

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