Grande spettacolo dell’acqua: immagini ed emozioni

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Esiste un luogo magico in cui acqua e fuoco si fondono per dare visto a uno spettacolo di impareggiabile bellezza che ogni anno regala emozioni uniche a migliaia di spettatori.

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Questo luogo è il lago di San Pietro a Monteverde (Avellino), che nelle notti d’estate diventa teatro all’aperto del Grande Spettacolo dell’Acqua, dove la forza della musica e della poesia si fonde con l’armonia della danza e la vitalità dell’acqua.

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Il risultato è uno spettacolo straordinario e unico nel suo genere, che molti definiscono “impossibile da descrivere”. Ed è davvero difficile rendere con le parole la bellezza dei giochi l’acqua che accompagnano la narrazione della storia di San Gerardo a Maiella, raccontata con musica, danza, effetti speciali.

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La potenza del racconto, mista alla forza rigenerante dell’acqua, suscita nello spettatore sensazioni uniche. Fede e incredulità convergono nella bellezza dello spettacolo che regala un’ora e mezza di emozioni che toccano il cuore.

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Dal lago l’acqua si innalza quasi a voler toccare il cielo e ad abbracciare idealmente tutti gli spettatori, mentre nell’aria risuonano parole di fede e speranza. Il “Non abbiate paura” di papa Giovanni Paolo II è l’invito a non arrendersi di fronte alle difficoltà della vita.

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Lo spettacolo, che ogni anno si arricchisce di particolari inattesi, regala emozioni sempre nuove anche a chi lo ha già visto. La storia, che è una storia di fede, riesce a coinvolgere e catturare anche i più scettici, affascinati dalla bellezza dell’insieme.

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Un evento che non rimane fine a se stesso ma si apre alle realtà più difficili, soprattutto quella dell’infanzia abbandonata, attraverso la Fondazione Insieme per… che con il ricavato degli spettacoli realizza progetti di sostegno ai più deboli, in Italia e nel mondo.

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Turismo a Serino: problemi e prospettive

Vacanzieri della domenica che affollano boschi, parchi e ristoranti lasciando talvolta solo spazzatura: è davvero questo il turismo che vogliamo? La domanda è di difficile risposta perché, se da una parte si avverte l’importanza del settore turistico per lo sviluppo economico-occupazionale, dall’altra molto poco si è riuscito a fare per attrarre visitatori a Serino. La stagionalità della domanda, la frammentazione del tessuto produttivo, l’inadeguatezza dell’organizzazione formativa, l’insensibilità della politica, sono tutti fattori che hanno impedito al settore turistico di sviluppare appieno le proprie potenzialità.
Non che a Serino manchi l’offerta, anzi. Oltre al verde che ogni domenica attrae migliaia di visitatori, il nostro paese è ricco di bellezze storiche ad artistiche che, adeguatamente valorizzate, andrebbero ad accrescere la domanda del settore. Basti pensare al Convento di San Francesco e al suo bellissimo chiostro con affreschi del ‘700, che versa in uno stato di semiabbandono, alle mura della Civita, che testimoniano la storia millenaria si Serino, o al Castello di Canale visitabile poche volte all’anno. Per non parlare delle bellezze paesaggistiche e delle bontà enogastronomiche.
Il materiale, insomma, c’è. Basta saperlo sfruttare. E arriviamo al punto critico. Perché ciò che è sempre mancato, indipendentemente dalle varie amministrazioni comunali che si sono susseguite negli anni, è una politica centrata sul territorio, per svilupparne appieno risorse e potenzialità.
Il turismo riguarda e investe il territorio in tutti i suoi aspetti, in tutte le sue espressioni e attività. Un’affermazione banale, se si pensa che ogni fattore concorre a determinare il successo di un viaggio: il trasporto, i servizi, la professionalità, l’ospitalità, le risorse e le attrattive, le infrastrutture, la cultura, l’ambiente, il contesto urbano, l’offerta di attività, ecc.
Analizzando tutte queste componenti, indispensabili allo sviluppo turistico come fattore economico-produttivo, si evince l’importanza di una visione globale per la definizione delle strategie turistiche, che stenta ancora ad essere riconosciuta nella pratica. Non bisogna fermarsi a guardare soltanto a Serino, quindi, ma allargare la propria visione all’Irpinia intera, compito che spetta innanzitutto alle istituzioni.
Un primo passo, in tal senso, è stato compiuto il 16 maggio con il tavolo di lavoro convocato dall’assessore provinciale al Turismo, Sport e Spettacolo, Raffaele Lanni, in cui si è discusso di turismo con l’obiettivo di sottoscrivere un’intesa individuando i siti da valorizzare, potenziando le infrastrutture e migliorando la qualità dei servizi. Per ora sono solo chiacchiere, ma è importante che se ne parli.

Luis Vinicio compie 80 anni

Compie oggi 80 anni Luis Vinicio, un indimenticabile della storia dell’Avellino. Nonostante la retrocessione dei biancoverdi dalla serie A alla serie B venga in buona parte addebitata a lui, Luis Vinicio resta una delle leggende del calcio biancoverde. Di lui resteranno per sempre nel cuore dei tifosi l’impresa del 1980-81 quando, con Sibilia al timone della società, centrò la salvezza nonostante il terremoto e la penalizzazione di 5 punti e l’emozionante stagione 1986-87, con Elio Graziano presidente, quando arrivò a sfiorare la qualificazione in Coppa Uefa, chiudendo il campionato all’ottavo posto in classifica, miglior piazzamento di sempre degli irpini. Luís Vinícius de Menezes festeggia oggi gli 80 anni. Nato a Belo Horizonte il 28 febbraio 1932, giunse in Italia a 23 anni dal Botafogo ed è ancora oggi uno degli attaccanti più prolifici del nostro calcio: in serie A ha segnato 155 reti e vinto anche la classifica dei cannonieri nella stagione 1965 66, quando indossava la maglia del Vicenza. E’ il miglior marcatore della storia dei biancorossi in A con all’attivo 68 gol, ma il nome di Vinicio è legato indissolubilmente al Napoli. «’O lione», come era soprannominato dai tifosi, ha giocato cinque stagioni in maglia azzurra mettendo a segno 69 reti. Poi è stato anche allenatore del Napoli dal ’73 al ’76, portando la squadra capitanata da Juliano ad uno storico secondo posto dietro la Juve nel 1975. Nel 1960, dopo 5 stagioni a Napoli e 69 reti, passò al Bologna. Dopo una buona prima stagione fra i felsinei, l’anno successivo la sua stella venne oscurata da Nielsen e Vinicio nell’estate del 1962 decise di tornarsene sconsolato in Brasile per poi rientrare in Italia rispondendo alla chiamata del Lanerossi Vicenza. Con i veneti segnò 17 gol il primo anno e 25 il secondo. Quarantadue gol che gli valsero la chiamata di Helenio Herrera alla corte della Grande Inter. La sua avventura in nerazzurro non fu però molto fortunata e si chiuse con un solo gol in otto gare. ‘O lione tornò a Vicenza dove chiuse la sua carriera agonistica, oltrepassando la ragguardevole quota di 150 reti in serie A. Una volta appese le scarpette al chiodo cominciò la sua carriera da allenatore durante la quale ottenne ottimi risultati applicando per primo in Italia il gioco all’olandese con il Napoli alla metà degli anni settanta, con cui sfiorò lo scudetto nella stagione 1974-75. Successivamente allenò la Lazio nel delicato periodo del dopo Maestrelli. Il sergente di ferro si è fatto valere anche in provincia con Pisa, Avellino e Udinese. Alla guida della Juve Stabia emise l’ultimo ruggito da allenatore. Le vespe si salvarono proprio grazie all’esperienza del brasiliano, dopo un campionato particolarmente tribolato. Con ‘O Lione i ricordi dei tifosi dell’Avellino si ricollegano a giocatori che hanno fatto la storia del calcio biancoverde durante la prima esperienza in Irpinia di Vinicio, come Tacconi, Beruatto, Giovannone, Valente, Cattaneo, Di Somma, Mario Piga, Criscimanni, Vignola, De Ponti e Juary. Auguri a Luis Vinicio, forte e determinante in campo, grintoso e grande motivatore in panchina.

A Luis Vinicio, Carmine Losco ha dedicato un video andato in onda oggi su Telenostra.

La Sindone a Montevergine per sfuggire ai nazisti

La Sacra Sindone è stata custodita nel santuario di Montevergine per tutta la durata della Seconda Guerra Mondiale. La rivelazione è già di qualche anno fa, ma lo scorso dicembre l’Osservatore Romano – quotidiano del Vaticano – ha dedicato un ampio articolo alla vicenda, illustrando le motivazioni che spinsero i Savoia a nascondere il lenzuolo tanto caro ai cristiani alle falde del Monte Partenio. Montevergine, scrive Giovanni Preziosi, non fu scelta soltanto «per i requisiti di sicurezza che garantiva la zona, ma soprattutto per i legami con i monaci benedettini che affondavano le radici fin dal lontano 1433, allorché Margherita, figlia del celebre duca Amedeo VIII di Savoia — che tra il 1439 e il 1449 divenne antipapa con il nome di Felice V — in segno di devozione e riconoscenza verso la Madonna di Montevergine per essere scampata a un naufragio donò alla comunità monastica uno splendido affresco». L’Osservatore Romano ricostruisce la storia della Sindone che da Torni fu dapprima trasferita a Roma e successivamente, nel settembre del 1939, portata a Montevergine. Ciò lascia intuire che già allora i Savoia erano consapevoli dell’imminente entrata in guerra dell’Italia al fianco della Germania nazista. «Proprio per questo motivo – prosegue l’articolo – i Savoia avevano ritenuto opportuno trasferire n gran fretta la Sindone dalla cappella di Palazzo reale a Torino, dove era custodita, presso il palazzo del Quirinale». Roma, tuttavia, non rappresentava una località sicura e anche la proposta di spostare la reliquia all’interno delle mura vaticane fu bocciata. Il sostituto della Segreteria di Stato di Sua Santità per gli Affari ordinari, monsignor Giovanni Battista Montini, convocò immediatamente l’abate di Montevergine, monsignor Ramiro Marcone per organizzare la traslazione della Sindone. «L’abate non solo non espresse alcuna obiezione al riguardo – scrive l’Osservatore Romano – ma rimase lusingato che proprio il santuario fosse stato scelto per custodire, seppur temporaneamente, questa preziosa reliquia». La Sindone arrivò a Montevergine il 25 settembre 1939, verso le 15 e venne collocata sotto l’altare del Coretto di notte, al riparo da occhi indiscreti. Soltanto poche persone erano al corrente della presenza della reliquia. «Recentemente è stata avanzata una suggestiva ipotesi – spiega Preziosi – secondo la quale il trasferimento della sacra reliquia a Montevergine fu disposto, in realtà, per impedire che finisse nelle mani del Führer che, fin dalla sua visita in Italia del 1938, aveva sguinzagliato i suoi uomini per scovare la preziosa reliquia e trafugarla allo scopo di assecondare le manie esoteriche che condivideva con Himmler e molti altri gerarchi nazisti […]  Era noto, infatti, che reliquie tradizionalmente connesse con la Passione di Cristo facevano gola a Hitler al punto che, in seguito, riuscì a impossessarsi della Lancia di Longino custodita nel Tesoro imperiale di Vienna, incaricando il colonnello delle SS Otto Rahn di cercare persino il Santo Graal». Durante il periodo di permanenza della Sindone, ci furono diverse incursioni naziste al monastero. Esse, tuttavia, vanno interpretate come normali perquisizioni. «Se infatti i nazisti fossero stati davvero convinti di aver fiutato la pista giusta per ritrovare la Sindone di certo non avrebbero esitato a mettere a soqquadro l’intero complesso monastico per trafugarla». Il segreto non trapelò mai e neppure i numerosi pellegrini che si recavano a Montevergine ebbero mai il sospetto che il quel luogo fosse custodito il lenzuolo. «Alla fine della guerra – conclude l’Osservatore Romano – dopo il referendum istituzionale e la proclamazione della Repubblica, il 28 ottobre 1946, come disposto dalla Real casa, la Sindone fu riconsegnata al cardinale Fossati che, accompagnato da monsignor Brusa, giunse a Montevergine «per riportarla, sempre in forma riservatissima, nella sua cappella in Torino».