Papa Francesco è l’uomo dell’anno di Time

papaPapa Francesco è la “persona dell’anno” secondo Time. La rivista americana lo definisce «il Papa della gente», sottolineando che «il leader della chiesa cattolica è diventato una nuova voce della coscienza».

«Ha preso il nome di un umile santo, poi ha lanciato un appello per una chiesa di riconciliazione», scrive il settimanale statunistense spiegando la scelta del «primo Papa non europeo da 1.200 anni che si avvia a trasformare il Vaticano, un luogo che misura il cambiamento in secoli». Secondo il direttore di Time Nancy Gibbs, «in meno di un anno Papa Bergoglio ha fatto una cosa notevole: non ha cambiato solo le parole, ha cambiato la musica».

Già due volte il settimanale americano aveva scelto il capo della chiesa cattolica per la propria copertina: Giovanni XXIII nel 1962 e Giovanni Paolo II nel 1994. Papa Francesco, invece, era stato eletto uomo dell’anno dalla rivista Vanity Fair già a luglio.

SEGNO POSITIVO PER L’EVANGELIZZAZIONE – L’elezione del Pontefice a persona dell’anno «non stupisce» il Vaticano, «data la risonanza e l’attenzione vastissima dell’elezione del Papa Francesco e dell’inizio del nuovo pontificato». Secondo il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, «è un segno positivo che uno dei riconoscimenti più prestigiosi nell’ambito della stampa internazionale sia attribuito a chi annuncia nel mondo valori spirituali, religiosi e morali e parla efficacemente in favore della pace e di una maggiore giustizia. Quanto al Papa, per parte sua, non cerca fama e successo, perché fa il suo servizio per l’annuncio del Vangelo dell’amore di Dio per tutti. Se questo attrae donne e uomini e dà loro speranza, il Papa è contento. Se questa scelta “dell’uomo dell’anno” significa che molti hanno capito – almeno implicitamente – questo messaggio, egli certamente se ne rallegra».

GLI SFIDANTI – Altri quattro nomi hanno conteso il titolo a Bergoglio. La cinquina dei finalisti, infatti, includeva il presidente siriano Bashar al Assad, la talpa dell’Nsa Edward Snowden, il senatore repubblicano Ted Cruz ed Edith Windsor, la vedova lesbica protagonista della battaglia alla Corte Suprema sulle nozze gay. Alla fine l’ha spuntata il Papa argentino.

VINCITORI IN NEGATIVO – Il personaggio dell’anno identifica ogni dicembre la persona o l’ente che ha maggiormente influenzato, nel bene o nel male, le pagine dei giornali nei dodici mesi precedenti. La lunga tradizione è iniziata nel 1927. Nell’elenco dei “premiati” ci sono anche personaggi negativi: Adolf Hitler (nel 1937) e per ben due volte, nel 1939 e nel 1942, Joseph Stalin. L’ayatollah Khomeini guadagnò la prima pagina nel 1979. Numerosi i capi di Stato prescelti, tra questi ben undici presidenti americani, alcuni più di una volta. Per ovvie ragioni (politiche ma non solo) la scelta di Time non sempre viene apprezzata (o compresa) dai lettori. La scelta sicuramente più strana fu quella del 2006, quando a guadagnarsi la copertina fu You (Tu), con riferimento ai contributori dei siti internet il cui contenuto viene generato dagli utenti.

Annunci

Fede e laicità: papa Francesco scrive a Rapubblica

papa francescoQual è rapporto tra fede e laicità? E come si pone la Chiesa verso i non credenti? Sono questi gli interrogativi a cui papa Francesco dà risposta attraverso le pagine di Repubblica. Il Pontefice risponde alle domande che gli aveva rivolto Eugenio Scalfari in un suo articolo dello scorso 7 agosto (Le domande di un non credente al papa gesuita chiamato Francesco), e in un precedente articolo del 7 luglio (Le risposte che i due Papi non danno).

«Pregiatissimo Dottor Scalfari, è con viva cordialità che, sia pure solo a grandi linee, vorrei cercare con questa mia di rispondere alla lettera che, dalle pagine de La Repubblica, mi ha voluto indirizzare». Inizia così la lettera che papa Bergoglio ha indirizzato al giornale e che il quotidiano pubblica nella sua edizione oggi in edicola.

«Mi pare dunque sia senz’altro positivo    prosegue papa Francesco – non solo per noi singolarmente ma anche per la società in cui viviamo, soffermarci a dialogare su di una realtà così importante come la fede, che si richiama alla predicazione e alla figura di Gesù». Un «dovere» al dialogo che Bergoglio fa nascere da quello che definisce «un paradosso», che «la fede cristiana, simbolo della luce, lungo i secoli della modernità sia stata spesso bollata come il buio della superstizione che si oppone alla luce della ragione. Così tra la Chiesa e la cultura d’ispirazione cristiana, da una parte, e la cultura moderna d’impronta illuminista, dall’altra, si è giunti all’incomunicabilità. È venuto ormai il tempo, e il Vaticano II ne ha inaugurato appunto la stagione, di un dialogo aperto e senza preconcetti che riapra le porte per un serio e fecondo incontro».

E per chi cerca «di seguire Gesù nella luce della fede»    spiega    «questo dialogo è una espressione intima e indispensabile del credente. La fede, per me, è nata dall’incontro con Gesù. Ma    aggiunge – senza la Chiesa  non avrei potuto incontrare Gesù, pur nella consapevolezza che quell’immenso dono che è la fede è custodito nei fragili vasi d’argilla della nostra umanità».

Quindi papa Bergoglio risponde a due dei temi chiave che il laico Scalfari aveva posto: «Mi pare che ciò che Le sta a cuore è capire l’atteggiamento della Chiesa verso chi non condivide la fede in Gesù. Innanzi tutto, mi chiede se il Dio dei cristiani perdona chi non crede e non cerca la fede. Premesso che    ed è la cosa fondamentale    la misericordia di Dio non ha limiti… La questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza».

«Nell’ultima domanda mi chiede se, con la scomparsa dell’uomo sulla terra, scomparirà anche il pensiero capace di pensare Dio. Dio    risponde Bergoglio – non è un’idea, sia pure altissima, frutto del pensiero dell’uomo… non dipende, dunque, dal nostro pensiero. Del resto, anche quando venisse a finire la vita dell’uomo sulla terra, l’uomo non terminerà di esistere e, in un modo che non sappiamo, anche l’universo creato con lui».

Papa Francesco eletto uomo dell’anno da Vanity Fair

Cover-Vanity-Fair-28-2013-Papa-Francesco_470x305Vanity Fair sceglie il suo uomo dell’anno, anche se siamo ancora a luglio, e incorona Papa Francesco simbolo di un 2013 che sta portando grandi cambiamenti all’interno della chiesa e nel cuore della gente. Nei pochi mesi del suo pontificato, iniziato lo scorso 13 marzo, Bergoglio è stato capace di calarsi nella realtà concreta e di parlare lo stesso linguaggio semplice delle persone comuni, senza giri di parole e con una forza che ha colpito anche i non credenti.

E così Vanity Fair ha dedicato la copertina del numero del 10 luglio proprio a Papa Francesco. Decisivo il viaggio a Lampedusa, in cui ha dimostrato con i fatti le sue parole «Siate pastori con l’odore delle pecore». Ma anche altre frasi hanno colpito l’opinione pubblica, come il suo famoso «San Pietro non aveva un conto in banca», oltre ai gesti che si sono rivelati più pesanti di macigni. I suoi primi cento giorni lo hanno già messo in testa alla classifica dei leader mondiali che fanno la storia. Ma la rivoluzione continua.

Nel numero di Vanity Fair cinque testimonianze esclusive. Elton John dice che «Francesco è un miracolo di umiltà nell’era della vanità. Spero che sappia far arrivare il suo messaggio anche oltre, fino ai più emarginati della società, fino a quelle comunità che, in questo momento delle loro vite, hanno disperatamente bisogno del suo amore. Penso, per esempio, agli omosessuali. Questo Papa sembra voler riportare la Chiesa agli antichi valori di Cristo e, al tempo stesso, accompagnarla nel Ventunesimo secolo. Se saprà raggiungere e toccare i bambini, le donne, gli uomini che convivono con l’Hiv e con l’Aids – spesso soli, e nascosti dal silenzio –, il suo faro di speranza porterà più luce di qualsiasi progresso della scienza, perché nessun farmaco ha il potere dell’amore».

Erri De Luca esprime parole di ammirazione: «Francesco Papa del Sud non si fa accompagnare da nessuna autorità del Nord, che non ha creduto finora suo dovere accorrere sul posto. Francesco va col suo panno bianco che svolazza al vento come un fazzoletto di saluto. Va dove le vite dei naufraghi hanno ricevuto l’accoglienza del filo spinato. Prima di Lampedusa ha cominciato a mettere mano chirurgica sui due bubboni lasciati gonfi dal predecessore, la pedofilia protetta e la finanza losca. Ha di fatto svuotato la potente segreteria di Stato, retta dal cardinale Bertone, sottoponendola a silenziatore». E ancora Andrea Bocelli: «Papa Francesco è veramente un dono di Dio alla sua Chiesa tormentata e piegata dalle forze del male, che concentrano tutti i loro sforzi proprio là dove si trova quella sorgente di vita spirituale che è fonte, per gli uomini, di luce e di speranza».

La scrittrice Dacia Maraini racconta a Vanity Fair che «anche le donne si aspettano molto da lui. E il mondo delle donne della Chiesa è vastissimo. Ma direi che anche le donne fuori della Chiesa si aspettano maggiore rispetto per i loro diritti, e comprensione per le loro richieste (…) Come ammiratrice di San Francesco, suo modello e ispiratore, vorrei ricordare al Papa che nel primo progetto del santo c’erano dentro anche le donne, che avrebbero predicato assieme agli uomini (…) Dio è anche donna, no? Chi l’ha detto, se non un altro Papa che Francesco si accinge a santificare? Non sarebbe il caso di aprire le porte alle tante intelligenze femminili che proliferano nella Chiesa? Non sarebbe il caso, come diceva San Francesco, di stabilire che il genere umano è fatto di persone che hanno pari sacralità e pari dignità? E che ogni discriminazione è stupida e indegna dei discepoli di Cristo?».

Infine Giorgio Faletti: «Jorge Mario Bergoglio mi è sembrato da subito un grande comunicatore, una persona dal viso che ispira quella bontà che il rappresentante dei Cattolici nel mondo deve ispirare, un uomo che ha le qualità per mettere riparo con la sua figura a tutti gli scandali che recentemente hanno un poco incrinato l’immagine del Vaticano e di quello che rappresenta».

Lumen fidei: l’enciclica dei due Papi. «La luce della fede illumina la vita»

Lumen fidei, La luce della fede: si intitola così la prima Enciclica di Papa Francesco, presentata stamattina in Vaticano dai cardinali Mark Ouellet e Gerhard Muller, prefetti della Congregazioni dei vescovi e della dottrina della fede, e dall’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione. Quattro capitoli più un’introduzione e una conclusione. E una traccia chiara: anche se si è pensato che «non servisse per i nuovi tempi, per l’uomo diventato adulto, fiero della sua ragione, desideroso di esplorare in modo nuovo il futuro», la «luce della fede» è «capace di illuminare tutta l’esistenza» perché è «in grado di valorizzare la ricchezza delle relazioni umane, la loro capacità di mantenersi, di essere affidabili, di arricchire la vita comune».

Enciclica a quattro mani – L’Enciclica – spiega Papa Francesco – era già stata «quasi completata» da Benedetto XVI, e si aggiunge a quelle sulla speranza e la carità . Alla prima «prima stesura» firmata dal Papa emerito, l’attuale Pontefice ha aggiunto «ulteriori contributi». Obiettivo del documento è recuperare il carattere di luce proprio della fede, capace di illuminare tutta l’esistenza umana.

Cristo testimone della fede – La Lumen fidei ci richiama a una fede che non separa l’uomo dalla realtà, ma lo aiuta a coglierne il significato più profondo. In un’epoca come quella moderna – scrive il Papa nel primo capitolo dell’Enciclica- in cui il credere si oppone al cercare e la fede è vista come un’illusione, un salto nel vuoto che impedisce la libertà dell’uomo, è importante fidarsi ed affidarsi, umilmente e con coraggio, all’amore misericordioso di Dio che raddrizza le storture della nostra storia. Testimone affidabile della fede è Gesù, attraverso il quale Dio opera veramente nella storia. Chi crede in Gesù non solo guarda a Lui, ma anche dal Suo punto di vista.

Fede e verità – La fede non è un fatto privato – sottolinea il Pontefice nel secondo capitolo – perché si confessa all’interno della Chiesa, come comunione concreta dei credenti. E in questo modo, l’esistenza credente diventa esistenza ecclesiale. Quindi, il Papa dimostra lo stretto legame tra fede, verità e amore, quelle affidabili di Dio. La fede senza verità non salva – dice il Pontefice – Resta solo una bella fiaba, soprattutto oggi in cui si vive una crisi di verità a causa di una cultura che crede solo alla tecnologia o alle verità del singolo, a vantaggio dell’individuo e non del bene comune. Il grande oblio del mondo contemporaneo – evidenzia il Papa – è il rifiuto della verità grande, è il dimenticare la domanda su Dio, perché si teme il fanatismo e si preferisce il relativismo. Al contrario, la fede non è intransigente, il credente non è arrogante perché la verità che deriva dall’amore di Dio non si impone con la violenza e non schiaccia il singolo. Per questo è possibile il dialogo tra fede e ragione: innanzitutto, perché la fede risveglia il senso critico ed allarga gli orizzonti della ragione; in secondo luogo, perché Dio è luminoso e può essere trovato anche dai non credenti che lo cercano con cuore sincero. Chi si mette in cammino per praticare il bene – sottolinea il Papa – si avvicina già a Dio.

Evangelizzazione – Altro punto essenziale della Lumen fidei è l’evangelizzazione: chi si è aperto all’amore di Dio – dice il Pontefice – non può tenere questo dono solo per sé. Come una fiamma si accende dall’altra, così la luce di Gesù brilla sul volto dei cristiani e si trasmette di generazione in generazione, attraverso i testimoni della fede. C’è, però, un mezzo speciale con cui la fede può trasmettersi: sono i Sacramenti. Innanzitutto, il Battesimo, che ci ricorda che la fede deve essere ricevuta, in comunione ecclesiale, perché nessuno battezza se stesso, e che mette in risalto la sinergia tra la Chiesa e la famiglia, nella trasmissione della fede. Poi, l’Eucaristia, nutrimento prezioso della fede che ci insegna a vedere la profondità del reale. E ancora, la confessione di fede del Credo e la preghiera del Padre Nostro, che coinvolgono il credente nelle verità che confessa e lo fanno vedere con gli occhi di Cristo.

Fede e bene comune Appaiono tredici volte le espressioni “vita comune” e “bene comune” nel testo dell’enciclica. Nel suo ultimo capitolo, la Lumen fidei spiega il legame tra il credere e il costruire il bene comune: la fede, che nasce dall’amore di Dio, rende saldi i vincoli tra gli uomini e si pone al servizio della giustizia, del diritto, della pace. Essa non allontana dal mondo, scrive il Papa, anzi: se la togliamo dalle nostre città, perdiamo la fiducia tra noi e restiamo uniti solo per paura o per interesse. Sono tanti, invece, gli ambiti illuminati dalla fede: la famiglia fondata sul matrimonio, inteso come unione stabile tra uomo e donna; il mondo dei giovani che desiderano «una vita grande» e ai quali «l’incontro con Cristo dona una speranza solida che non delude». La fede illumina anche la natura, ci aiuta a rispettarla, a «trovare modelli di sviluppo che non si basino solo sull’utilità o sul profitto, ma che considerino il creato come un dono»; ci insegna ad individuare forme giuste di governo, in cui l’autorità viene da Dio ed è a servizio del bene comune; ci offre la possibilità del perdono che porta a superare i conflitti. «Quando la fede viene meno, c’è il rischio che anche i fondamenti del vivere vengano meno», ricorda il Papa. Anche la sofferenza e la morte ricevono un senso dall’affidarsi a Dio, scrive il Pontefice: all’uomo che soffre il Signore non dona un ragionamento che spieghi tutto, ma offre la sua presenza che accompagna. In questo senso, la fede è congiunta alla speranza. E qui il Papa lancia un appello: «Non facciamoci rubare la speranza, non permettiamo che sia vanificata con soluzioni e proposte immediate che ci bloccano nel cammino».

Woityla e Roncalli santi – L’enciclica, che porta la data del 29 giugno, è stata divulgata stamattina, nel giorno in cui papa Francesco ha pure firmato i decreti per la canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II che saranno proclamati santi insieme entro la fine dell’anno. Il pontefice ha approvato il miracolo attribuito all’intercessione del suo predecessore polacco e ha sottoscritto i voti favorevoli della sessione ordinaria della Congregazione delle cause dei santi sul fascicolo del “Papa buono”. Un’espressione, quest’ultima, che conferma che la canonizzazione di Roncalli avverrà derogando dall’accertamento del miracolo con una decisione che solo il pontefice poteva prendere e che permette all’ideatore del Concilio di compiere l’ultimo passo verso la gloria degli altari proprio a cinquant’anni dalla morte. La data precisa sarà annunciata nel corso di un concistoro convocato da Bergoglio, ma è probabile che si converga sull’8 dicembre.

Non lasciamoci spaventare dalle novità

gioiaLe novità spesso spaventano, atterriscono, ci lasciano bloccati là, incapaci di reagire e di cogliere le opportunità di cambiamento che la vita ci offre. Siamo esseri abitudinari, legati alle nostre sicurezze e alle nostre infelicità. Preferiamo continuare a essere insoddisfatti e a commiserarci piuttosto che avere il coraggio di prendere in mano la nostra vita e farne un capolavoro.
Le abitudini, per quando frustranti, sono meglio dell’ignoto. Guardiamo con dubbio alle novità che accadono nel succedersi quotidiano dei fatti e «la novità spesso ci fa paura, anche la novità che Dio ci porta, la novità che Dio ci chiede». Queste le parole che Papa Francesco ha rivolto ai fedeli nell’omelia della veglia di Pasqua. Parole dure ma estremamente vere in cui ognuno, credente o meno, può a ritrovare se stesso e le proprie paure.
«Siamo come gli Apostoli del Vangelo: spesso preferiamo tenere le nostre sicurezze, fermarci ad una tomba, al pensiero verso un defunto, che alla fine vive solo nel ricordo della storia come i grandi personaggi del passato. Abbiamo paura delle sorprese di Dio; abbiamo paura delle sorprese di Dio! Egli ci sorprende sempre!».
Il Papa ci chiede quindi di «non chiuderci alla novità che Dio vuole portare nella nostra vita!»:
«Siamo spesso stanchi, delusi, tristi, sentiamo il peso dei nostri peccati, pensiamo di non farcela? Non chiudiamoci in noi stessi, non perdiamo la fiducia, non rassegniamoci mai: non ci sono situazioni che Dio non possa cambiare, non c’è peccato che non possa perdonare se ci apriamo a Lui».

Il Papa: mi chiamo Francesco perché vorrei una Chiesa povera

papaOltre seimila giornalisti, molti dei quali accompagnati dai propri familiari, hanno gremito questa mattina l’Aula Paolo VI per partecipare all’udienza con Papa Francesco. Il Pontefice si è detto lieto, all’inizio del suo ministero petrino, di incontrare gli operatori dei media: «avete lavorato qui a Roma in questo periodo così intenso, iniziato con il sorprendente annuncio del mio venerato Predecessore Benedetto XVI, l’11 febbraio scorso».
Il Papa ha rivolto un ringraziamento «a quanti hanno saputo osservare e presentare questi eventi della storia della Chiesa tenendo conto della prospettiva più giusta in cui devono essere letti, quella della fede. Gli avvenimenti della storia chiedono quasi sempre una lettura complessa, che a volte può anche comprendere la dimensione della fede. Gli eventi ecclesiali non sono certamente più complicati di quelli politici o economici! Essi però hanno una caratteristica di fondo particolare: rispondono a una logica che non è principalmente quella delle categorie, per così dire, mondane, e proprio per questo non è facile interpretarli e comunicarli ad un pubblico vasto e variegato. La Chiesa, infatti, pur essendo certamente anche un’istituzione umana, storica, con tutto quello che comporta, non ha una natura politica, ma essenzialmente spirituale: è il Popolo di Dio, il Santo Popolo di Dio, che cammina verso l’incontro con Gesù Cristo. Soltanto ponendosi in questa prospettiva si può rendere pienamente ragione di quanto la Chiesa Cattolica opera».
Ha poi ribadito che «Cristo è il Pastore della Chiesa, ma la sua presenza nella storia passa attraverso la libertà degli uomini: tra di essi uno viene scelto per servire come suo Vicario, Successore dell’Apostolo Pietro, ma Cristo è il centro, non il Successore di Pietro: Cristo. Cristo è il centro. Cristo è il riferimento fondamentale, il cuore della Chiesa. Senza di Lui, Pietro e la Chiesa non esisterebbero né avrebbero ragion d’essere. Come ha ripetuto più volte Benedetto XVI, Cristo è presente e guida la sua Chiesa. In tutto quanto è accaduto il protagonista è, in ultima analisi, lo Spirito Santo. Egli ha ispirato la decisione di Benedetto XVI per il bene della Chiesa; Egli ha indirizzato nella preghiera e nell’elezione i Cardinali».
Il Pontefice ha rivolto ai giornalisti «un invito a cercare di conoscere sempre di più la vera natura della Chiesa e anche il suo cammino nel mondo, con le sue virtù e con i suoi peccati, e conoscere le motivazioni spirituali che la guidano e che sono le più autentiche per comprenderla».

PERCHÉ FRANCESCO? – Il Papa ha spiegato le motivazioni che lo hanno spinto a scegliere il nome Francesco: «Alcuni non sapevano perché il Vescovo di Roma ha voluto chiamarsi Francesco – ha detto – Alcuni pensavano a Francesco Saverio, a Francesco di Sales, anche a Francesco d’Assisi. Io vi racconterò la storia. Nell’elezione, io avevo accanto a me l’arcivescovo emerito di San Paolo e anche prefetto emerito della Congregazione per il Clero, il cardinale Claudio Hummes: un grande amico, un grande amico! Quando la cosa diveniva un po’ pericolosa, lui mi confortava. E quando i voti sono saliti a due terzi, viene l’applauso consueto, perché è stato eletto il Papa. E lui mi abbracciò, mi baciò e mi disse: “Non dimenticarti dei poveri!”. E quella parola è entrata qui: i poveri, i poveri. Poi, subito, in relazione ai poveri ho pensato a Francesco d’Assisi. Poi, ho pensato alle guerre, mentre lo scrutinio proseguiva, fino a tutti i voti. E Francesco è l’uomo della pace. E così, è venuto il nome, nel mio cuore: Francesco d’Assisi. È per me l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e custodisce il creato; in questo momento anche noi abbiamo con il creato una relazione non tanto buona, no? È l’uomo che ci dà questo spirito di pace, l’uomo povero … Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!».
Alcuni porporati hanno fatto diverse battute: «Ma, tu dovresti chiamarti Adriano, perché Adriano VI è stato il riformatore, bisogna riformare …”. E un altro mi ha detto: “No, no: il tuo nome dovrebbe essere Clemente”. “Ma perché?”. “Clemente XV: così ti vendichi di Clemente XIV che ha soppresso la Compagnia di Gesù!”».

BENEDIZIONE – Quindi, proseguendo ancora a braccio, Papa Francesco, ha detto: «Vi voglio tanto bene, vi ringrazio per tutto quello che avete fatto. E penso al vostro lavoro: vi auguro di lavorare con serenità e con frutti, e di conoscere sempre meglio il Vangelo di Gesù Cristo e la realtà della Chiesa. Vi affido all’intercessione della Beata Vergine Maria, Stella dell’evangelizzazione. E auguro il meglio a voi e alle vostre famiglie, a ciascuno delle vostre famiglie. E imparto di cuore a tutti voi la benedizione».
Dopo aver salutato personalmente alcuni dei giornalisti presenti, Papa Francesco, in spagnolo, ha concluso: «Vi avevo detto che vi avrei dato di cuore la mia benedizione. Molti di voi non appartengono alla Chiesa cattolica, altri non sono credenti. Di cuore imparto questa benedizione, nel silenzio, a ciascuno di voi, rispettando la coscienza di ciascuno, ma sapendo che ciascuno di voi è figlio di Dio. Che Dio vi benedica».

Papa Francesco I: l’uomo delle novità che mette d’accordo tutti

papa_francescoPrimo giorno da Pontefice e vescovo di Roma per Papa Francesco I, che ha subito conquistato il cuore dei cattolici e non solo. Ancora non si è spento l’entusiasmo per Bergoglio, la cui salita al soglio di Pietro è stata festeggiata in tutto il mondo, da Città del Vaticano all’Argentina, orgogliosa di aver dato alla Chiesa il primo Papa americano della storia.
Francesco I è stato salutato come una ventata di novità all’interno della Chiesa. Anche il nome prescelto rompe con ogni tradizione precedente e richiama ai valori di povertà, semplicità e radicalità del Vangelo proclamati da San Francesco nel 1200. Ma oltre ad essere un Papa pastore, che ha vissuto a contatto con le realtà concrete dei fedeli e ne comprende le esigenze, Bergoglio è anche un Papa gesuita (il primo della storia) e quindi garante dell’integrità liturgica e dottrinale della Chiesa. Una scelta, insomma, che pare accontentare tutti.
Appena eletto, Francesco I ha rivolto un pensiero al suo predecessore, Benedetto XVI, compiendo un grande gesto di umiltà. Con molta probabilità, il nuovo Pontefice si recherà in visita a Castel Gandolfo, residenza del Papa emerito, stesso nella giornata di oggi. Nel suo discorso inaugurale, Francesco I ha parlato anche di evangelizzazione, un cammino da compiere insieme ai cristiani di tutto il mondo in un clima di fratellanza, fiducia e amore.
Questa mattina Papa Francesco si è recato nella Basilica di Santa Maria Maggiore per pregare la Madonna, come aveva annunciato ai fedeli dalla Loggia centrale della Basilica Vaticana di San Pietro subito dopo la sua elezione. È stato un momento di intimo raccoglimento, ma il nuovo Pontefice non ha perso l’occasione per parlare ai confessori della Basilica chiedendo di usare misericordia verso le anime. «Ne hanno bisogno», ha detto.

BIOGRAFIA – Il nuovo Pontefice Jorge Mario Bergoglio, gesuita argentino, finora arcivescovo di Buenos Aires, Ordinario per i fedeli di rito orientale residenti in Argentina e sprovvisti di Ordinario del proprio rito, è nato a Buenos Aires il 17 dicembre 1936, da una famiglia di origine piemontese. Ha studiato e si è diplomato come tecnico chimico, ma poi ha scelto il sacerdozio ed è entrato nel seminario di Villa Devoto. L’11 marzo 1958 è passato al noviziato della Compagnia di Gesù, ha compiuto studi umanistici in Cile e nel 1963, di ritorno a Buenos Aires, ha conseguito la laurea in filosofia presso la Facoltà di Filosofia del collegio massimo «San José» di San Miguel.
Fra il 1964 e il 1965 è stato professore di letteratura e di psicologia nel collegio dell’Immacolata di Santa Fe e nel 1966 ha insegnato le stesse materie nel collegio del Salvatore di Buenos Aires. Dal 1967 al 1970 ha studiato teologia presso la Facoltà di Teologia del collegio massimo «San José», di San Miguel, dove ha conseguito la laurea. Il 13 dicembre 1969 è stato ordinato sacerdote.
Il 31 luglio 1973 è stato eletto Provinciale dell’Argentina, incarico che ha esercitato per sei anni. Fra il 1980 e il 1986 è stato rettore del collegio massimo e delle Facoltà di Filosofia e Teologia della stessa Casa e parroco della parrocchia del Patriarca San José, nella Diocesi di San Miguel. Nel marzo 1986 si è recato in Germania per ultimare la sua tesi dottorale.
Il 20 maggio 1992 Giovanni Paolo II lo ha nominato Vescovo titolare di Auca e Ausiliare di Buenos Aires. Il 27 giugno dello stesso anno ha ricevuto nella cattedrale di Buenos Aires l’ordinazione episcopale. Il 3 giugno 1997 è stato nominato Arcivescovo Coadiutore di Buenos Aires e il 28 febbraio 1998 Arcivescovo di Buenos Aires per successione, alla morte del Cardinale Quarracino. Diventa così Primate d’Argentina. Dal 6 novembre dello stesso anno è anche ordinario per i fedeli di rito orientale in Argentina che non possono contare su un Ordinario del loro rito. Da Giovanni Paolo II creato e pubblicato Cardinale nel Concistoro del 21 febbraio 2001, del Titolo di San Roberto Bellarmino.
Da Cardinale è stato Relatore Generale aggiunto alla 10ª Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi (ottobre 2001). Ha partecipato ed è membro del Consiglio post sinodale dell’XI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, dal 2 al 23 ottobre del 2005.Ha partecipato nel Conclave del 18 e 19 aprile del 2005, dove si è classificato secondo dietro Benedetto XVI.