Natale: e il verbo si fece carne

nativitàIl fatto dell’Incarnazione sta proprio al centro, o meglio al colmo della nostra vicenda umana: qui il tempo attinge all’eterno, l’umano è toccato dal divino, inizia un mondo nuovo che ormai va definito solo come umanodivino, quale appare in quel Bambino Gesù che nasce a Betlemme. E’ il fatto che invera aspettative umane e promesse divine, ma non così incombente e vistoso da non richiedere da parte dell’uomo una sua apertura e una sua scelta, come occhi che si devono aprire alla Luce.
1) La pienezza del tempo
“Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna” (Epist.). Siamo cioè al vertice di un progetto di Dio sognato da lontano, come lo esprime Isaia: “Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore, sarà saldo sulla cima dei monti e s’innalzerà sopra i colli”, cioè a Gerusalemme come punto ormai fisico di tangenza del Dio che vuol radunarsi attorno la famiglia degli uomini in una rinnovata fraternità. Gesù di Nazaret è ora il definitivo tempio in mezzo agli uomini e il ponte unico che congiunge a Dio. Ancora oggi il Natale segna lo spartiacque della storia, prima e dopo Cristo, come da tenebre a luce: “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo”. La vicenda umana trova qui il tornante che inverte la rotta da un destino di morte a quello di una salvezza e di una vita piena. “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. Carne qui significa non solo che ha assunto la nostra vera e concreta umanità, ma che ha condiviso in pieno con noi la stessa vicenda di fatica, di sofferenza e di morte. Dice il Concilio: “Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in un certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo: s’è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché il peccato” (GS 22). Dalla sua preesistenza divina venne a noi senza risparmiarsi: “Pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo la condizione di servo, diventando simile agli uomini” (Fil 2,6-7). “E noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità”. San Giovanni ha ben constatato quanto di divino ci fosse in quel Gesù che lui ha frequentato per tre anni, e ne ha reso ampia testimonianza: “Quel che era da principio, quello che abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita.., noi lo annunciamo a voi” (1Gv 1,1-3). Veramente qui, in questo Bambino Gesù, “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9), “e voi partecipate della pienezza di lui” (Col 2,10). Ecco il punto che ci interessa: ha assunto la nostra natura umana per renderci partecipi della sua natura divina.
2) Diventare figli di Dio
“A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio”. Dio viene a noi nella storia, si rivela per comunicarsi, “perché gli uomini abbiano accesso al Padre e siano resi partecipi della natura divina” (DV 2). Era sempre stato questo il sogno di Dio: “in Lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, ..predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo” (Ef 1,4-5). Appunto, dice Paolo, “Dio mandò il suo Figlio.. perché ricevessimo l’adozione a figli” (Epist.). E questo in un modo tutto gratuito, non per nostro merito o conquista: “a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo – cioè per sola capacità umana – ma da Dio sono stati generati”. A noi spetta solo riconoscerlo, stimarlo e accoglierlo. “Riconosci allora, o cristiano, la tua dignità” (san Leone Magno). Troppo grande è il dono di Dio e a noi sembra così lontano.., per cui spesso lo snobbiamo: “Era nel mondo.. eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne tra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto”. Questo avvenne non solo storicamente tra quell’Israele che pure era stato preparato ad accoglierlo, ma è mistero di rifiuto di tutta intera l’umanità di sempre. E’ il mistero incomprensibile del peccato. Per fortuna ci ha pensato ancora Dio stesso il quale “mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abbà! Padre!” (Epist.). E’ quanto si attua nel mistero eucaristico che ora celebriamo: qui il Figlio di Dio risorto e vivo ci raggiunge col dono dello Spirito Santo proprio perché dal di dentro sia lui a farci capire e gustare la nostra gratuita adozione filiale. Ecco allora la grazia da chiedere e l’augurio da farci in questo Natale: conoscere di più il mistero di Cristo per conoscere di più l’identità profonda dell’uomo. Ce lo suggerisce san Paolo: “Il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi della vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi” (Ef 1,18-20). Corrispondere e vivere un tale progetto di vita significa realizzare la nostra più autentica umanità: “Chi segue infatti Cristo, l’uomo perfetto, si fa lui pure più uomo” (GS 41). “Venite – suggerisce Isaia – camminiamo nella luce del Signore!”. Quanto più si cresce in divinità, tanto più si cresce in umanità!
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Il Figlio di Dio che si fa uomo è chiamato Verbo, la parola che rivela la ricchezza interiore di uno. Proprio perché già all’interno della Trinità l’Unigenito del Padre è lo specchio fedele della ricchezza di Dio, il suo rendersi visibile diviene la più genuina manifestazione di Dio. “Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato”. Se cerchi sinceramente Dio, non hai da speculare o inventare niente: è lì, in quel volto di uomo ebreo che è Gesù di Nazaret. Guardando quel volto di uomo scoprirai anche i tratti divini che sono in ognuno di noi. Se cerchi il vero volto dell’uomo non si trova che in Lui, uomo-Dio pienamente riuscito, e quindi verità piena dell’uomo. “In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo” (GS 22). Natale, come si vede, è davvero la festa dell’uomo quando è vissuta come festa di Dio!

(don Romeo Maggioni)

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2 pensieri su “Natale: e il verbo si fece carne

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