Tangeri, la porta d’Africa

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Tangeri, definita “la porta d’Africa”, è una delle città più affascinanti e cosmopolite del Marocco, grazie alla sua posizione geografica che storicamente ne ha fatto il punto d’approdo o di passaggio di marinai e viaggiatori provenienti da tutto il mondo.

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A prima vista la città ha un aspetto molto simile ad altre capitali magrebine, come Tunisi o il Cairo, ma a renderla così speciale è proprio il melange culturale, linguistico e religioso che offre. Pochi uomini indossano abiti occidentali, la maggior parte porta lunghe tuniche in stile arabo, mentre le donne percorrono le strade coperte dai loro veli scintillanti di colori.

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Il Suk, cuore della città antica, è un labirinto di piccole viuzze percorribili quasi esclusivamente a piedi dove è possibile trovare i bazar che vendono di tutto. C’è il fornaio, da cui è possibile acquistare una pagnotta di pane fragrante appena sfornato. Ci sono negozietti di frutta che traboccano di batteri e fichi, e bancarelle di spezie che emanano un odore pungete ed esotico. Di rara bellezza la Kasbah e i giardini del Sultano, un mix di erbe aromatiche, di fragranze, limoni ed aranci, perfetti per una passeggiata romantica.

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Sulla collina che sovrasta Tangeri, verde e lussureggiante come mai ci si aspetterebbe in Marocco, sorgono le ville dei ricchi, enormi palazzi con ampi giardini che contrastano nettamente con la povertà della città antica. Senza scadere nei luoghi comuni, suoi volti di quella gente ho la gioia delle cose semplici. I ragazzini giocavano a pallone, urlando gol o arrabbiandosi per qualche fallo. Le bambine invece giocavano il gioco della molla, lo stesso che facevo anche io alla loro età.

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Chi si lascia emozionare dalla natura non può non fermarsi ad ammirare il punto in cui il Mar Mediterraneo e l’Oceano Atlantico si incrociano in un eterno abbraccio che da sempre ha favorito l’incontro di popoli, culture e lingue dando vita ad un mondo multiculturale e cosmopolita.

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Coppa d’Africa – La sconfitta del Ghana? Tutta colpa della magia nera

Calcio e superstizione. Un binomio quasi naturale se si pensa ai campi da gioco cosparsi di sale, all’acqua santa di Trapattoni e ai tanti piccoli riti scaramantici adottati da calciatori, allenatori e persino dirigenti. Ma il Ghana è un passo avanti. La superstizione, infatti, ha ceduto il passo alla più pericolosa magia nera, accusata dall’allenatore Goran Stevanovic di essere la vera causa della sconfitta della sua nazionale contro lo Zambia. Il Ghana, guidato dal tecnico serbo, era il favorito per la vittoria della Coppa d’Africa ma è stato eliminato proprio dallo Zambia. A detta dell’allenatore, a sancire la disfatta della sua squadra non sarebbe stata l’inferiorità tecnico-tattica ma i suoi stessi giocatori, che avrebbero usato la stregoneria per danneggiare i loro compagni. “Dobbiamo cambiare la mentalità di alcuni calciatori che utilizzano la magia nera per distruggersi fra di loro e assicurarci che ci sia disciplina e rispetto reciproco – le parole scritte dal tecnico serbo e pubblicate dalla BBC – Dopo la sconfitta con lo Zambia sono sorte molte accuse fra i giocatori. Ho imparato molto dal calcio africano e anche sul comportamento dei giocatori ghanesi, dentro e fuori dal campo”. A quanto pare, le dichiarazioni di Stevanovic non sono solo il delirio di un allenatore che cerca in tutti i modi di salvare la panchina, ma avrebbero un fondamento concreto. “E’ sempre accaduto, ma i giocatori in genere usano la magia nera per proteggere se stessi e per attirare la fortuna dalla loro parte – ha confermato alla BBC l’ex giocatore della nazionale ghanese Safro Gyami – Non ho mai sentito di situazioni in cui i calciatori abbiamo usato la stregoneria contro i propri colleghi. E’ davvero una brutta situazione”. La panchina di Stevanovic trema pericolosamente. Chissà se i suoi giocatori useranno la magia nera per salvarlo o per farlo cadere definitivamente.