Del Piero e la Juve: è proprio finita. «Adesso comincia un’altra avventura»

Il lungo matrimonio tra Alessandro Del Piero e la Juventus è finito. Oggi scade il contratto del capitano, che dice ufficialmente addio alla sua squadra del cuore e ai milioni di tifosi che per 19 lunghi anni lo hanno sostenuto.
«Per me non è un momento triste, non c’è rimpianto né nostalgia. Non più – ha scritto Alex sul suo sito ufficiale – Perché in questi giorni ho avuto modo di ripensare a tutto quello che è successo nella mia ultima stagione in bianconero, poi di lì tornare indietro, e rivivere il più bel sogno che avrei potuto sognare. Tutti i ricordi, tutte le gioie, tutti i trionfi e – per dirla tutta – anche qualche recente amarezza… Oggi tutte queste immagini mi passano davanti e a un certo punto si appannano e si dissolvono in quell’abbraccio meraviglioso della mia ultima partita a Torino. Quella è la fotografia che racchiude tutto, l’istantanea che voglio portare sempre con me, quella che dal 13 maggio mi si è stampata nel cuore. Incancellabile».
Già, quel 13 maggio in cui l’idolo della tifoseria bianconera ha giocato la sua ultima partita, alzando al cielo lo scudetto appena conquistato con i suoi compagni. L’ultimo di una lunga serie di trofei e di successi. E il suo pubblico l’ha ringraziato con una standing ovation che difficilmente Alex dimenticherà. Il suo è stato un addio in grande stile.
«I giocatori passano, la Juventus rimane – continua Del Piero – Rimangono i miei compagni, ai quali auguro il meglio: tiferò sempre per loro. Rimanete soprattutto voi tifosi, che siete la Juventus. Rimane quella maglia che ho amato e amerò sempre, che ho desiderato e rispettato, senza alcuna deroga, senza sconti. Sono felice che altri dopo di me possano indossarla, anche e soprattutto la “10” che da quando esistono i nomi sulle maglie bianconere, ha sempre portato il mio. Sono felice per chi la indosserà l’anno prossimo, sono felice che da qualche parte – in Italia e nel mondo – qualcuno sta sognando di indossarla. E sarei orgoglioso che volesse ripercorrere la mia storia, come io ho fatto con altri campioni, altri esempi, altre leggende. Da domani non sarò più un giocatore della Juventus, ma rimarrò per sempre uno di voi. Adesso comincia un’altra avventura. E io sono carico come 19 estati fa. Arrivederci, ragazzi. Grazie di tutto. Alessandro».
Ora Alex è pronto a scrivere un nuovo capitolo della sua storia, forse negli Stati Uniti, ma i suoi tifosi, chi lo ha amato davvero, continuerà a tifare per lui. Tutto il popolo bianconero continuerà a seguirlo e amarlo con la stessa passione e lo stesso slancio. Perché le storie finiscono ma LA STORIA non si cancella.
Grazie Alex, grazie per le tue giocate, i tuoi colpi di classe, i tuoi gol. Grazie per la tua pazienza e l’attaccamento alla maglia bianconera. Grazie per averci regalato emozioni immense, grazie perché non sei solo parte della storia bianconera ma anche della storia di tutti noi che ti porteremo sempre nel cuore. Ho avuto la fortuna di vederti giocare un anno fa allo Stadio Arechi di Salerno, non dimenticherò mai il suo sorriso, la tua classe, il quasi gol che hai realizzato a pochi passi da me.
Arrivederci capitano. Grazie di tutto.
Del Piera.

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Io sto con loro. Io boicotto Euro 2012

Ho impiegato molto più tempo del previsto per scrivere questo articolo, in programma già quale settimana fa. Ma, come recita un adagio antico quanto la storia del calcio, meglio tardi che mai.
Ho parlato di calcio perché questo pezzo promuove la campagna di boicottaggio degli Europei 2012 e si schiera in difesa delle migliaia, se non milioni, di cani e gatti massacrati in modo crudele per “ripulire” le strade in occasione della competizione.
Innanzitutto, se gli animali randagi esistono la colpa è dell’uomo e della sua smania di possesso. «Prendiamo un cane o un gatto!». Che bello, peccato che l’idillio spesso duri pochi mesi e poi gli animali vengano abbandonati in strada. Soli e indifesi, seguono gli istinti naturali tra i quali l’accoppiamento e i randagi finiscono inevitabilmente per moltiplicarsi.
Punto due, non è sterminando gli animali che si risolve il problema, ma educando gli uomini.
Ma torniamo agli Europei di calcio in Polonia e Ucraina (ah, per inciso, questo massacro sta avvenendo anche in altre nazioni come la Romania e là non hanno neppure il pretesto della manifestazione sportiva!).
Posso dire con orgoglio di aver tenuto fede al proposito iniziale e di non aver guardato nessuna partita, neppure dell’Italia, salvo uno sprazzo del match con l’Inghilterra e solo perché mi trovano in un locale pubblico e non potevo spegnere la tv. Il mio non è spirito antipatriottico anzi, da appassionata di calcio quale sono, non seguire gli Europei mi sta costando sacrificio. Ma prima o poi bisogna fare delle scelte, schierarsi, e io sono scesa in campo al fianco dei tanti cani e gatti innocenti che hanno pagato il prezzo più alto di questa competizione.
Io sto con loro. Io boicotto Euro 2012. E non guarderò la gara di domani con la Germania, né un’eventuale finale. Questo non servirà a restituire la vita a quelle creature ma lancerà un messaggio forte alle istituzioni, non solo del pallone, e se saremo in tanti allora la nostra voce griderà più eloquente del sangue di Abele, parafrasando un passo biblico. Perché, dove non arriva il sangue degli innocenti, arriveranno l’audience e lo share a dire «vogliamo un mondo pulito, un mondo in cui gli animali possano vivere in pace e non essere schiavi dei capricci degli uomini».
Se cani e gatti non vi sembrano una ragione sufficiente per boicottare Euro 2012, allora aggiungeteci anche il caso Iulia Timoshenko, l’ex primo ministro ucraino a cui è stato riservato un trattamento da criminale, con violenze, maltrattamenti e sevizie. Molte nazioni europee, tra i quali Italia, Regno Unito, Francia e Svezia, si sono schierate contro il mancato rispetto dei diritti umani in Ucraina e hanno deciso di non mandare rappresentati istituzionali alle partite delle loro nazionali.
Cani e gatti massacrati, una donna torturata: ancora non vi sembra abbastanza per boicottare gli Europei?

Non ho usato immagini “forti” di cani e gatti sventrati e insangiunati, la loro vista mi è intollerabile, ma provate a cercarle sul web e forse vi renderete conto di cosa c’è davvero dietro Euro 2012.

Zanetti e Baresi dal Papa, in dono le magliette di Inter e Milan

E’ stato un derby speciale l’ultimo incontro tra Milan e Inter, che si sono ritrovate insieme in occasione della visita del Papa Benedetto XVI a Milano. Nel corso dell’Incontro Mondiale delle Famiglie, i capitani storici delle due squadre, Franco Baresi e Javier Zanetti, hanno consegnato al Pontefice le maglie dei rispettivi club. Entrambi i capitani hanno regalato al Papa una casacca realizzata per l’occasione, recante il nome Benedetto e il numero 16.
Il capitano nerazzurro era presente sul palco con la moglie Paula e i tre figli Sol, Ignacio e Tomas, di appena tre settimane. Il Santo Padre ha tenuto la testa del piccolo e l’ha baciato sulla fronte, una benedizione speciale per lui e per tutta la famiglia.
«E’ stata mattinata intensa perché ho avuto la possibilità di incontrare il Papa – ha raccontato Zanetti a Inter Channel – Avevo già avuto modo di incontrarlo in occasione di un viaggio con la squadra a Roma, quando il nostro allenatore era Roberto Mancini. Però questa volta è stata diversa perché ho portato con me la mia famiglia e sinceramente è stata una grande emozione. Il Papa adesso avrà la maglia con il suo nome e anche questo è stato un gesto che mi ha commosso».
Benedetto XVI ha anche preso in braccio il suo terzogenito Tomas. «Proprio per questo motivo dicevo che è stata un’emozione unica, con me c’erano Paula e miei bambini. Il fatto di aver condiviso con loro una giornata così speciale, davanti a sua Santità, è stata veramente una cosa emozionante».
Sugli spalti dello stadio Meazza non c’era il solito pubblico della domenica ma quasi 80mila fedeli. «San Siro era pieno e con tantissimi giovani, credo sia stato per tutti coloro che erano presenti allo stadio una mattina di grande emozione».

Europei di Nuoto 2012: l’Italia brilla con 18 medaglie e tanti giovani di talento

Le 18 medaglie conquistate agli europei di nuoto di Debrecen (Ungheria), conclusisi nella giornata di ieri, confermano l’ottimo stato di salute del movimento italiano e accendono le speranze in vista delle Olimpiadi di Londra.
n c’è solo Federica Pellegrini, che dopo la conquista dell’oro nei 200m sl non riesce ad andare oltre le batteria nei 400m, registrando un clamoroso flop che però non preoccupa in chiave olimpica. Più di tutti spicca l’oro nei 100m sl di Filippo Magnini, che torna sul gradino più alto del podio dopo anni di astinenza. Largo anche ai giovani, che iniziano a farsi spazio mantenendo alto il nome dell’Italia del nuoto. Su tutti Gregorio Paltrinieri, fantastico vincitore dei 1500 sl a soli 17 anni, e Alice Mizzau che oltre ad un prezioso contributo nelle staffette ha fatto registrare un quarto posto individuale nei 100sl.
Meglio di così non poteva andare. L’Italia chiude il medagliere degli europei di Debrecen con 18 medaglie, sei d’oro, otto d’argento e quattro di bronzo. Un bottino che vale il terzo posto dietro all’Ungheria (9 ori, 10 argenti, 7 bronzi) e la Germania (8 ori, 6 d’argento, 3 bronzi). Quarto posto per la Francia.

Medagliere europei nuoto: (oro-argento-bronzo)

1 Ungheria           9 – 10 – 7
2 Germania         8 – 6 – 3
3 Italia                  6 – 8 – 4
4 Francia              4 – 4 – 3
5 Spagna              3 – 1 – 3
6 Svezia                2 – 4 – 2
7 Norvegia           2 – 0 – 1
8 Grecia                1 – 0 – 5
9 Israele                1 – 0 – 4
10 Rep. Ceca       1 – 0 – 2

Alessandro Del Piero dice addio al suo grande amore, la Juventus: «Di più, niente»

«Sono felice che abbiate sorriso, esultato, pianto, cantato, urlato per me e con me. Per me nessun colore avrà tinte più forti del bianco e nero. Avete realizzato il mio sogno. Più di ogni altra cosa, oggi riesco soltanto a dirvi: grazie».
Poche parole, semplici e dirette com’è nelle stilo di Alex, mettono la parola fine all’era Del Piero. Resta ancora una partita da giocare, la finale di Coppa Italia con il Napoli, una vittoria da conquistare prima dell’addio definitivo. Ma il suo saluto alla Juventus e a tutti i suoi tifosi, il capitano l’ha già dato ieri. Non con il gol, di quelli se ne contano 289. La vera prodezza di Del Piero è stata fermare il tempo e lo spazio, attirare su di sé lo sguardo stupito e commosso dell’intero Juventus Stadium. Non solo delle migliaia di spettatori presenti, ma anche di dirigenti, di staff tecnico, di compagni e avversari.
Al momento del cambio, quando il tabellone con il numero 10 si illumina, il gioco si interrompe e tutti corrono ad abbracciare Pinturicchio, che lascia la squadra bianconera dopo aver lasciato un segno indelebile in bianco e nero. Partono i soliti cori, che stavolta hanno un significato molto più profondo, quello del legame che Del Piero ha saputo instaurare con il popolo juventino: «un capitano, c’è solo un capitano», cantano sugli spalti. Alex saluta, firma autografi, va a sedersi in panchina. Poi ci ripensa e inizia i due giri di campo. La standing ovation parte in automatico. C’è chi piange, un pezzo di storia se ne va.
Ma non c’è spazio per la tristezza, anche se per Del Piero trattenere le lacrime non è stato facile: «Per due volte sono rientrate all’ultimo, però di sicuro è stato commovente». S’è salvato da simulatore: «Quando mi stavano venendo le lacrime ho raccolto le sciarpe che mi tiravano, oppure ho fatto finta di allacciarmi le scarpe».
Il capitano di tante battaglie, il condottiero di una Juve instancabile, non vuole pensare alla fine della storia. «È un giorno incredibilmente bello per certi aspetti. Poi è chiaro che c’è un filo di tristezza in me e in tante persone: però ho festeggiato davanti ai miei tifosi, insieme ai miei compagni, in campo, con la cosa che mi piace fare di più, cioè vincere». Per questo fa il calciatore: «Giocare con passione e vincere».
L’emozione è tanta e nell’aria riecheggiano le parole di Boniperti. «Del Piero non è importante, è l’unica cosa che conta», hanno scritto i tifosi parafrasando una vecchia frase dell’ex dirigente bianconero. Lui non sa che dire: «Grazie a tutti, per quello che ho visto negli occhi della gente. E’ stato come vincere un altro scudetto: facciamo che sono 31».
A sugellare una storia fatta di grandi successi, vittorie e conquiste, ma anche di momenti difficili come l’anno in serie B e la lunga risalita per tornare grandi, c’è una coppa. Lo scudetto è vinto e, in un giorno come questo, poco importa che sia il numero 30 o 28, com’è scritto nelle sentenze. Del Piero, ancora e per sempre capitano, alza il trofeo al cielo e lo condivide con tutto il popolo bianconero. E’ la vittoria di tutti, come dirà al termine della premiazione.
Oggi è già tempo di pensare al futuro. Di appendere le scarpette al chiodo e mettersi a fare il dirigente, Alex non vuole proprio saperne. A 37 anni ha ancora tanto entusiasmo e voglia di rimettersi in gioco, ancora fame di gol e successi: «Dove andrò? Sono 19 anni che non mi occupo di trasferimenti, sono un po’ fuori dal giro». Il resto sono già ricordi: «Sono fiero e orgoglioso di aver salutato davanti alla mia famiglia, a mia mamma, all’altra mamma dei miei bambini, a mio fratello, a tutti quelli che con me hanno attraversato questi 37 anni».
Ma tutte queste cose, le emozioni, i gol, le vittorie, non appartengono ancora al passato o al futuro. C’è ancora una finale di Coppa Italia da giocare, c’è ancora un altro trofeo da conquistare. Per scrivere un’altra pagina di storia con la sua Juventus.
«Di più, niente».

Juve nel segno di Del Piero. E i tifosi invocano il rinnovo

Si può accantonare un campione come Del Piero, che appena entra in campo ti risolve la partita con un solo colpo di genio? La risposta sembrerebbe sì, guardando il contratto in scadenza a giugno ma il campo ha sentenziato tutt’altro verdetto. Questo Del Piero, in barba ai suoi 37 anni, ha ancora tanta benzina nella gambe e tanta passione nel cuore.
Solo ieri ha messo la segno la rete decisiva contro la Lazio. Un gol che profuma di scudetto, di storia (il numero 288 nel giorno delle 700 presenze con la maglia di una vita) e di futuro. Perché nel destino di Alex potrebbe esserci ancora la sua Juve.
Il capitano sta diventando un imbarazzo per gli Agnelli, che qualche mese fa hanno annunciato la fine del matrimonio ventennale con Del Piero. Il numero 10, da grande professionista qual è, non ha replicato alle dichiarazioni del presidente e ha accettato le scelte di Conte sul campo ma, a questo punto del campionato, sono i tifosi ad invocare il rinnovo del capitano, autore quest’anno di soli quattro gol, tutti decisivi. E allora perché non puntare ancora sul “valore aggiunto” di questa Juve?
“Giocherò ancora, sicuramente”, ha ribadito lui dopo la prodezza da tre punti ieri sera.
La domanda è: dove? Gli Agnelli tentennano, il popolo bianconero spinge per il rinnovo, concetto ribadito anche oggi a Vinovo. Con uno striscione (“700 motivi per restare con noi“), con un autentico assalto quando il capitano si è fermato a firmare autografi, scandendo il suo nome all’arrivo di Agnelli, al centro sportivo per accogliere Cesare Prandelli in visita. E chiedendo a gran voce allo stesso ct azzurro di convocare Del Piero per gli Europei.
Quest’ultima richiesta è forse eccessiva, ma come dimenticare l’uomo simbolo della Juventus, colui che ha scritto la storia della squadra negli ultimi vent’anni? Colui che, a sei partite dal sogno scudetto, si sta preparando a scrivere un altro pezzo di storia e, chissà, di futuro.

Luis Vinicio compie 80 anni

Compie oggi 80 anni Luis Vinicio, un indimenticabile della storia dell’Avellino. Nonostante la retrocessione dei biancoverdi dalla serie A alla serie B venga in buona parte addebitata a lui, Luis Vinicio resta una delle leggende del calcio biancoverde. Di lui resteranno per sempre nel cuore dei tifosi l’impresa del 1980-81 quando, con Sibilia al timone della società, centrò la salvezza nonostante il terremoto e la penalizzazione di 5 punti e l’emozionante stagione 1986-87, con Elio Graziano presidente, quando arrivò a sfiorare la qualificazione in Coppa Uefa, chiudendo il campionato all’ottavo posto in classifica, miglior piazzamento di sempre degli irpini. Luís Vinícius de Menezes festeggia oggi gli 80 anni. Nato a Belo Horizonte il 28 febbraio 1932, giunse in Italia a 23 anni dal Botafogo ed è ancora oggi uno degli attaccanti più prolifici del nostro calcio: in serie A ha segnato 155 reti e vinto anche la classifica dei cannonieri nella stagione 1965 66, quando indossava la maglia del Vicenza. E’ il miglior marcatore della storia dei biancorossi in A con all’attivo 68 gol, ma il nome di Vinicio è legato indissolubilmente al Napoli. «’O lione», come era soprannominato dai tifosi, ha giocato cinque stagioni in maglia azzurra mettendo a segno 69 reti. Poi è stato anche allenatore del Napoli dal ’73 al ’76, portando la squadra capitanata da Juliano ad uno storico secondo posto dietro la Juve nel 1975. Nel 1960, dopo 5 stagioni a Napoli e 69 reti, passò al Bologna. Dopo una buona prima stagione fra i felsinei, l’anno successivo la sua stella venne oscurata da Nielsen e Vinicio nell’estate del 1962 decise di tornarsene sconsolato in Brasile per poi rientrare in Italia rispondendo alla chiamata del Lanerossi Vicenza. Con i veneti segnò 17 gol il primo anno e 25 il secondo. Quarantadue gol che gli valsero la chiamata di Helenio Herrera alla corte della Grande Inter. La sua avventura in nerazzurro non fu però molto fortunata e si chiuse con un solo gol in otto gare. ‘O lione tornò a Vicenza dove chiuse la sua carriera agonistica, oltrepassando la ragguardevole quota di 150 reti in serie A. Una volta appese le scarpette al chiodo cominciò la sua carriera da allenatore durante la quale ottenne ottimi risultati applicando per primo in Italia il gioco all’olandese con il Napoli alla metà degli anni settanta, con cui sfiorò lo scudetto nella stagione 1974-75. Successivamente allenò la Lazio nel delicato periodo del dopo Maestrelli. Il sergente di ferro si è fatto valere anche in provincia con Pisa, Avellino e Udinese. Alla guida della Juve Stabia emise l’ultimo ruggito da allenatore. Le vespe si salvarono proprio grazie all’esperienza del brasiliano, dopo un campionato particolarmente tribolato. Con ‘O Lione i ricordi dei tifosi dell’Avellino si ricollegano a giocatori che hanno fatto la storia del calcio biancoverde durante la prima esperienza in Irpinia di Vinicio, come Tacconi, Beruatto, Giovannone, Valente, Cattaneo, Di Somma, Mario Piga, Criscimanni, Vignola, De Ponti e Juary. Auguri a Luis Vinicio, forte e determinante in campo, grintoso e grande motivatore in panchina.

A Luis Vinicio, Carmine Losco ha dedicato un video andato in onda oggi su Telenostra.