Caro diario: confessioni di una bambina solitaria

bambina-pratoEro una bambina solitaria, di quelle a cui piace inventare giochi sempre nuovi, che dipingono il mondo con i loro colori e sono poco interessate a ciò che accade intorno. Il mio era un universo popolato da principesse belle e indifese, odalische dal fascino letale, streghe spietate e fantasmi dagli occhi rossi che brillano al buio. Il mio migliore amico era Holly, il protagonista del famoso cartone Holly e Benji, di cui ero segretamente innamorata, e la mia eroina era Fantaghirò: bella, coraggiosa, ribelle. Una ragazza caparbia e determinata che, pur di sfidare le convenzioni dell’epoca, non ha esitato a vestirsi da uomo e a scendere in battaglia per difendere ciò in cui credeva.

Penso che questo abbia a che fare non solo con la mia indole ribelle ma anche con il fatto che mio padre “voleva un maschietto ma ahimè sei nata tu”, come recita la vecchia sigla di Lady Oscar.

Ero una bambina solitaria, dicevo, ma non sola. Ero circondata da cugini, amichetti e vicini di casa, passavamo le giornate a giocare insieme, a fare gite in bicicletta o a improvvisare recite. La mia è stata un’infanzia molto serena, protetta da una madre attenta e premurosa. Ma c’era nella mia giovane vita un senso di insoddisfazione che accompagnava le mie giornate e che ancora non mi ha abbandonato. La sensazione di essere inadeguata, mai abbastanza bella, magra, agile, simpatica per interessare gli altri. Non ero capace di catalizzare intorno a me l’attenzione del pubblico, spesso rimanevo nell’ombra, ed ero sempre l’ultima a essere scelta per i giochi di squadra.

Amavo la compagnia ma parimenti amavo passare le ore chiusa in camera a leggere o ascoltare musica, a sognare a occhi aperti favolose avventure, principi azzurri e luoghi incantati. Ma soprattutto a scrivere, perché nella scrittura ho sempre trovato la mia via di fuga, il per dipingere il mondo con i miei colori ed esserne veramente protagnista.

Come tutte le persone sensibili, avevo un senso innato della tragedia e non possedevo mezze misure. Vivevo tutto in modo esagerato, portando all’estremo ogni sentimento: l’amore, l’odio, la gioia e la tristezza. Mi buttavo a capofitto in ogni cosa, saltavo dalla contentezza quando ero innamorata e passavo giornate a piangere in solitudine quando ero afflitta da un impotente senso di abbandono. Combattevo contro le ingiustizie proprio come faceva la mia eroina, con caparbietà e ostinazione, ero capace di regalarti il mondo se eri mio alleato, di distruggerti senza pietà se diventavi mio nemico.

Brutta cosa, non avere mezze misure. In medio stat virtus, recitavano gli antichi latini. Avevano forse compreso che l’essenza della vita non sta nell’esagerazione, nell’ostentazione, nell’amare o nell’odiare senza limiti, portando all’estremo ogni sentimento. Ma nell’equilibrio e nella perseveranza. Non come il temporale che si abbatte all’improvviso, distrugge tutto e in un attimo scompare. Non come il sole rovente di mezzogiorno che brucia i fiorellini delicati lasciando dietro di sé terra arsa. Ma come la brezza leggera che passa a rinfrescare una calda giornata d’estate. Come il venticello tiepido di primavera che ti accarezza il viso e ti riempie l’anima, facendoti pregustare le delizie della bella stagione.

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