Claudio Labriola. Benessere e sacrificio: le due facce del calcio

In campo come nella vita. Claudio Labriola ha fatto suo il motto di Nils Liedholm, l’indimenticato “Barone” del calcio, imparando a lottare con le proprie forze per raggiungere un obiettivo, grande o piccolo che sia, senza lasciarsi scoraggiare al primo ostacolo. Ogni domenica scende in campo con indosso la maglia della Pro Vercelli, squadra di Seconda Divisione in cui milita da quattro anni, e non si risparmia mai quando c’è da combattere per la vittoria. Il feeling con il gol non è la sua qualità migliore, nel corso della sua ancor giovane carriera ne ha realizzati soltanto sei, ma quando si tratta di difendere, nessun avversario gli fa paura.
Non a caso, i giocatori a cui si ispira sono famosi per la loro determinazione, due che in campo si fanno rispettare a costo di dare botte o di prenderne. “Non ho un vero e proprio idolo – confessa il 26enne difensore Claudio Labriola – Ma mi piace molto il modo di giocare di Marco Materazzi e Rino Gattuso, due giocatori combattivi che non si fanno problemi se devono entrare duro su un avversario e che non si arrendono fino al fischio finale”. L’eroe calcistico di Claudio è un giocatore d’altri tempi, Gianluca Signorini, discepolo di Liedholm, grande in campo e fuori. “Anche lui era un difensore – racconta Claudio – è un esempio non solo per noi calciatori ma per tutti perché ha saputo prima conquistarsi il calore e l’affetto del pubblico e poi lottare contro una malattia che lo ha distrutto portandolo alla morte”. Signorini, infatti, era affetto da sclerosi laterale amiotrofica, lo stesso morbo che ha colpito l’ex capitano dell’Avellino, Adriano Lombardi.
Claudio Labriola punta alla stella più lontana, e non importa se non riuscirà mai ad afferrarla. L’importante sarà averci provato. Nato a Salerno ma subito trasferitosi ad Avellino, il difensore della Pro Vercelli ha sempre sentito che il calcio sarebbe stato il suo futuro. “Da piccolo abitavo vicino al campo Coni – racconta – dove andavo a giocare con i miei amici. Facevamo tornei sull’asfalto. Successivamente mi sono iscritto alla scuola calcio Cagc di Avellino, di Nando Del Gaudio, già frequentata da mio fratello. Questo mi ha dato l’opportunità di mettermi in mostra. Ho catturato l’interesse di alcuni osservatori e quando, a 15 anni, ho lasciato casa per iniziare la carriera professionistica, ho capito di essere diventato un vero giocatore”. All’inizio, però, non è stato facile. “Ho cambiato radicalmente stile di vita, ho lasciato la famiglia per vivere da solo e a volte sentivo la mancanza delle piccole cose, come può essere una carezza della mamma o il consiglio di un amico. Tuttavia ero consapevole di star vivendo il mio sogno, che era anche il loro, e questo mi ha dato la forza di andare avanti, a differenza di tanti altri ragazzi che non hanno sfruttato la loro chance per nostalgia di casa o della fidanzata”. Abbandonare le proprie sicurezze ha aiutato Claudio a maturare prima rispetto ai suoi coetanei. “Mi sono trovato a dover affrontare da solo una serie di situazioni, anche difficili. I genitori potevano darmi un consiglio per telefono ma nella vita pratica ero io a dover agire e questo mi ha responsabilizzato. In certe occasioni so destreggiarmi meglio dei giovani della mia età”. Dopo otto anni nel calcio professionistico, Claudio si sente di dare un consiglio a tutti quei giovani che intendono intraprendere la carriera di calciatore.
“E’ un mondo scintillante dall’esterno ma all’interno è pieno di trappole – avverte – Se la passione è vera e forte bisogna essere disposti a fare tanti sacrifici perché il calcio è anche questo. L’altra faccia della medaglia, naturalmente, sono le tante soddisfazioni che questo lavoro ti dà, a cominciare dal lato economico. Siamo dei privilegiati, lavoriamo un’ora e mezza al giorno, per di più divertendoci, e veniamo pagati profumatamente”. La primissima esperienza di Claudio è stata con il Fiorenzuola, una squadra di Piacenza. In seguito è passato alla Sampdoria, dove è rimasto per tre anni. “E’ stata un’esperienza bellissima. Ero partito per fare le giovanili ma dopo un anno l’allenatore blucerchiato, Gigi Cagni, mi ha voluto in prima squadra. Ho ricevuto anche la convocazione con la nazionale Under19 ma purtroppo nel calcio, come in ogni altro ambito, ci sono tanti interessi e non sempre va avanti che ha la qualità”. Non manca un accenno di polemica nella voce del difensore, trasferitosi poi ad Olbia e a Lugano, in Svizzera.
“Il modo di concepire il calcio nei due paesi è completamente diverso. In Italia si vive l’attesa della partita durante tutta la settimana, c’è calore e partecipazione, i tifosi ti fanno sentire il loro affetto e di danno quell’adrenalina indispensabile quando scendi in campo. In Svizzera si pensa solo al lavoro e il calcio diventa lo svago di un paio d’ore la domenica”. Ad ottobre del 2005, Claudio Labiola è stato acquistato dalla Pro Vercelli, una tra le società più antiche del calcio italiano che vanta anche sette scudetti. “Sono soddisfatto della mia scelta. Quando sono arrivato in Piemonte la società mi ha proposto un progetto serio e ambizioso che purtroppo ancora non siamo riusciti a realizzare ma qui sto bene perché, nonostante sia una città del nord, è molto calorosa. In futuro, dopo aver raggiunto la promozione, mi piacerebbe giocare in una squadra del sud”.
Affettivamente diviso tra Salerno e Avellino, non ha dubbi circa la sua fede calcistica ma, ricorda, “è qualcosa che va vissuta con sportività e nel rispetto degli altri”.

Piera Vincenti da Buongiorno Irpinia del 23/01/09

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2 pensieri su “Claudio Labriola. Benessere e sacrificio: le due facce del calcio

  1. …ed invece come volevasi dimostrare la squadra del sud è arrivata e si chiama Avellino,
    ah!
    mi dispiace per lui ma la Salernitana (che a me sta molto simpatica) è fallita per la seconda volta dal 2005, questa volta ripartirà dalla serie D.
    In bocca al lupo ai cugini, e all’Avellino e Labriola che forse disputeranno un campionato di ex C1 in lega pro.

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  2. Ecco l’intervista rilasciata da Claudio Labriola a Buongiorno Irpinia il 10/07/2011, il giorno dopo la firma del contratto con l’Avellino:

    “Sono molto soddisfatto dell’accordo raggiunto con l’Avellino. Sto vivendo un periodo stupendo, ricchissimo di emozioni. Domenica scorsa mi sono sposato e venire all’Avellino è il regalo più bello che potessi ricevere”. La scelta del difensore rappresenta una vera e propria svolta. “Dopo sei anni trascorsi a Vercelli, dove ho lasciato un pezzo di cuore, avevo voglia di ripartire e rimettermi in gioco con un’altra squadra. Sono onorato di essere approdato in biancoverde e ce la metterò tutta per onorare questa maglia. Non mi piace fare grandi proclami, preferisco che sia il campo a parlare per me”. Labriola ha siglato un contratto biennale che lo legherà al club irpino per le prossime due stagioni. “L’Avellino mi ha cercato con insistenza, non potevo dire di no – spiega il centrale – Alla Pro Vercelli sono stato bene, era come una seconda casa, ma diversi fattori mi hanno spinto ad allontanarmi. Innanzitutto il tentennamento della società piemontese che, nonostante fossi in scadenza di contratto, ha temporeggiato troppo prima di propormi il rinnovo contrattuale. Nel frattempo ho ricevuto le chiamate di De Vito e della dirigenza irpina e ho deciso di accettare la loro offerta. Sono cresciuto in questa città, qui ci sono i miei amici e la gente mi conosce e mi stima prima di tutto per ciò che sono e poi per il mio lavoro. Tutto ciò mi rende estremamente fiducioso”. Con sé porta un grande bagaglio di esperienza che potrebbe rivelarsi molto utile per la squadra di Vullo. “Non mi piace parlare di me stesso – ammette Labriola – le parole possono diventare un’arma a doppio taglio. Sicuramente nei tanti campionati di Lega Pro ho accumulato una grande esperienza, che metterò al servizio dell’Avellino. Mi impegno a dare tutto, il campo parlerà per me”. Il difensore sa di trovarsi al cospetto di una piazza esigente ma “questo non mi spaventa, anzi è uno stimolo – dice – Se avessi avuto paura del pubblico sarei rimasto al nord, dove ci sono duemila spettatori a partita. Qui, invece, posso sentire il calore dei tifosi, una spinta in più per tutti i calciatori”.

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