La favola di Gaetano Iannuzzi, timoniere olimpico

La mente è completamente vuota negli istanti che precedono la gara, mentre i sensi si dilatano a dismisura per percepire ogni minimo movimento. Le gambe sono distese, il corpo assume una posizione aerodinamica, la voce si fa grossa per dare il comando giusto in modo tempestivo. Sta tutto lì, nella capacità di sincronizzare i movimenti degli atleti che gli sono di fronte. E non importa che siano due, quattro o otto, devono muoversi come fossero uno. Gaetano Iannuzzi detta i tempi e sente l’acqua muoversi sotto la sua imbarcazione, sempre più veloce fino al traguardo finale. Timoniere del Circolo Nazionale Aniene e della nazionale di Canottaggio, il 37enne napoletano ha iniziato la sua carriera nel 1989. Sedici campionati del mondo disputati, un oro, quattro argenti, tre bronzi. Trentuno titoli italiani, di cui 13 assoluti, 10 ragazzi, 4 juniores, 4 under 23. Due partecipazioni olimpiche, nel 2000 a Sidney e quattro anni più tardi ad Atene. Dopo 17 anni di attività agonistica, è considerato uno dei timonieri più bravi d’Italia e forse d’Europa. “E’ uno stimolo a fare sempre meglio – racconta il campione del mondo – Il fatto di dover continuamente confermare di essere uno dei migliori non ti dà possibilità di rilassarti ma ti spinge continuamente a tirare fuori il meglio di te”.

La fama di grande timoniere, Gaetano se l’è conquistata grazie ai sacrifici e ai lunghi anni di esperienza maturati nelle tre società in cui ha militato, Posillipo, Marina Militare e Aniene. Umiltà, concentrazione, leggerezza: queste le qualità che hanno consentito all’atleta azzurro di guidare la nazionale dell’otto ai Giochi Olimpici di Sidney ed Atene, mancando per un soffio la qualificazione a Pechino 2008. “Essere timoniere di una barca olimpica è un onore. Si provano sensazioni uniche che auguro ad ogni sportivo di sperimentare. La cerimonia d’apertura è un momento magico, sai che tutto il mondo ti sta guardando, senti tutta la responsabilità che hai verso il tuo team e che non puoi deludere te stesso e gli altri buttando al vento anni di duro lavoro. La prima olimpiade è sempre speciale, l’Australia un luogo spettacolare in cui gareggiare. In quell’occasione abbiamo sfiorato la medaglia di bronzo e, dopo l’amarezza per l’impresa mancata, è subentrata la consapevolezza di aver raggiunto un traguardo comunque importante”. Quella fu una gara maledetta, condotta interamente in terza posizione. Poi la beffa, con il sorpasso della Croazia a pochi metri dall’arrivo. “Ci sono modi e modi per arrivare quarti. Io so di aver dato tutto e di aver lottato fino alla fine. Sfiorare il podio e rimanerne ai piedi non è piacevole ma sono soddisfatto per la prestazione della mia squadra, abbiamo fatto tutto il possibile per prenderci quel bronzo ma gli altri sono stati più bravi di noi”.

Gaetano Iannuzzi è quello che si definirebbe un predestinato. I successi, però, non arrivano mai senza fatica, costano sudore e, talvolta, lacrime. “A livello sportivo sono tanti i momenti esaltanti della mia carriera – prosegue il timoniere azzurro – Nella classifica dei più speciali, la vittoria del mondiale e la partecipazione alle olimpiadi sono a pari merito sul gradino più alto del podio. Se, invece, non mi baso solo sui risultati, il momento più bello è conseguenza di quello più tragico della mia vita”. Nel ’98, infatti, Gaetano è vittima di un incidente stradale che avrebbe potuto stroncargli la carriera. I mesi che seguono la tragedia sono drammatici. L’atleta è costretto su una sedia a rotelle e non sa se riuscirà mai a tornare a gareggiare. Il mare, la sua più grande passione, si è fatto tempestoso. Ma la forza di volontà di Gaetano ha la meglio e lui torna in barca più forte di prima. “Non potevo permettere all’incidente di compromettere la mia carriera. Ho trasformato le sensazioni negative, la paura, in uno stimolo e, l’anno successivo ho strappato il pass per l’olimpiade di Sydney vincendo il mondiale in Canada”.

A differenza dei componenti del suo equipaggio, il lavoro di Gaetano non è fisico ma soprattutto mentale. Lui scruta le altre imbarcazioni, ne percepisce la distanza, sente l’acqua agitarsi, calcola i tempi, impartisce ordini. La tensione nervosa che si accumula prima di una gara è palpabile, tutto passa attraverso gli occhi e la bocca di Gaetano. “Dire cosa si prova è impossibile, sono sensazioni difficili da tradurre in parole. Bisogna solo rimanere concentrati per tutta la durata della competizione, un attimo di esitazione può rivelarsi fatale. Il mio compito è avvertire ciò che accade intorno e dare gli ordini al mio team. Molti fattori possono incidere sull’andamento della gara, dai movimenti degli atleti alle condizioni atmosferiche”.

Gli impegni sportivi portano il 37enne di Posillipo spesso lontano da casa. Un’assenza con cui ha dovuto imparare a convivere Rebecca Calabrese, moglie di Gaetano da meno di due mesi. “Ho avuto la fortuna di trovare una donna che condivide la mia passione – racconta – Ho cominciato la carriera di canottiere insieme a suo fratello perciò sapeva bene a cosa andava incontro ma è contenta di starmi vicino, di farmi sentire il suo sostegno e, quando può, mi segue anche nelle lunghe trasferte”.

Nel corso della sua carriera, Gaetano ha vinto proprio tutto. “Mi manca ancora la medaglia olimpica, però. Il prossimo obiettivo è Londra 2012. Farò di tutto per esserci. Fortunatamente nel nostro sport più si è anziani più si è esperti, l’unico vincolo è il peso corporeo. Ma più di tutto, contano le motivazioni”.

In Irpinia il movimento del canottaggio si sta sviluppando grazie al prof. Francesco Noio, tecnico della nazionale italiana alle olimpiadi di Pechino, con cui Gaetano ha avuto occasione di lavorare in passato. “Spero che riesca a portare tanti giovani a questo sport bellissimo. Ai ragazzi consiglio di non aver fretta di arrivare ma di imparare il più possibile mettendoci sempre tanta umiltà e passione”.

Piera Vincenti da Buongiorno Irpinia del 30/01/09

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