Vivere per morire o morire per vivere?

La vita ci pone davanti ogni giorno delle scelte: a volte sono semplici, a volte un po’ più complesse. Ma in qualche ora la vita ci riserverà delle scelte senza ritorno. Verranno dei momenti in cui ci verrà chiesto di fare delle scelte coraggiose, difficili, ardue. E da certi incroci non si tornerà più indietro. Certi treni non passano più, certe situazioni ci capitano solo una volta nella vita e certe occasioni colte ci cambiano la vita. Certe direzioni vanno prese in quel preciso momento: non prima e non dopo. Certe scelte non si ripeteranno: vanno compiute adesso o mai più.  La vita ci invita a prendere delle strade, a fare certe scelte, a compiere certi salti. Il momento è “ora”, lo sentiamo, lo avvertiamo, il tempo è maturo e la cosa dev’essere fatta. Ma sono incroci, strade di non ritorno, cambiamenti radicali, e ci fanno paura. Sono i momenti cruciali della vita, e sono proprio una crucis! Ma sono i momenti decisivi in cui noi plasmiamo la nostra vita e le diamo una forma: la nostra forma.
Il culmine della gloria, dove possiamo vedere Dio in Gesù, è la croce. Nella croce noi vediamo che Dio non si sottrae alla morte e a quella morte, per amarci, per starci vicino, per vivere fino in fondo la sua missione. Guardando la croce, allora, ciascuno di noi non prende più paura, ma dice: “Ma quanto bene mi deve volere Dio, se ha fatto tutto questo?”. “Dio mi ama da morire, da matti, da pazzi”. “Anche se tutti mi odiano, Dio mi accoglie, mi accetta, non mi rifiuta”. Gloria è quando qualcosa al di sopra della dimensione terrena, quando qualcosa di divino si mostra nella nostra vita.
Perché Dio si manifesti in me, si renda evidente, bisogna che io abbia il coraggio di morire, cioè di affrontare ciò che devo affrontare senza scappare e il coraggio di lasciarmi trasformare dalla vita, cioè di cambiare. Per vivere davvero, in profondità, bisogna saper morire (soffrire).
Questa è la grande legge della vita. E l’ironia è che chi non vuole morire (trasformarsi, cambiare, crescere attraverso la sofferenza) morirà veramente. Cioè: non si può vivere e pensare di non soffrire mai, di evitarsi il dolore, i problemi, le tensioni, le difficoltà, i conflitti. Morire vuol dire cadere a terra, scontrarsi con la realtà, con la dura realtà della vita, ritornare con i piedi per terra smettendo di volare sulle nuvole. Cadere a terra vuol dire scontrarsi con le persone che non sempre sono come noi vorremmo; confrontarsi con i problemi e con i limiti della vita. Cadere a terra vuol dire rinunciare ad essere onnipotenti, di sapere tutto, di non aver bisogno di nessuno. Cadere a terra vuol dire essere vulnerabili, sofferenti, piangere. Cadere a terra vuol dire sbagliare, commettere errori e avere l’umiltà di riconoscerli.
Tutto questo ci fa male. E’ come morire. Distrugge l’immagine di “persone brave e buone” che abbiamo di noi. Ma niente di nuovo, di fruttuoso può nascere, se non cadiamo a terra!Dio è in me come un seme. Il seme contiene in sé il principio di morte e di vita perché deve morire, venir meno, per poter vivere e svilupparsi. E’ la legge essenziale dell’evoluzione spirituale e umana: perché Lui nasca bisogna che io (che l’io) muoia. Lui è in me come un seme: un seme può rimanere tale per sempre se non trova le giuste condizioni. Io posso vivere e lasciare che quel seme dorma e sonnecchi per tutta la vita. Allora io uccido Dio. Ma la buona notizia (in ebraico basorah, “buona notizia”, contiene bar ed indica il figlio che sviluppa il suo Spirito per diventare uno, integro) è che io posso far nascere Dio, sviluppare il divino che c’è in me. Io posso creare (barà, “creare”,) dalla mia carne (bar, “carne”), dalla mia vita, una parola (da-bar “parola”) di Dio. E’ chiaro che deve morire il mio io, il mio narcisismo, perché giorno dopo giorno possa nascere il mio vero io, il D-io che mi abita e che vuole portare vita, fecondità e frutto in me.
Ogni giorno si muore non perché sia bello morire (fa schifo e fa soprattutto male!) ma perché in questo morire, in realtà, si nasce nuovi e più vitali. In quella frase è rinchiuso pure il segreto della vita: solo se è spesa per qualcosa di grande ha senso. Tu puoi vivere la tua vita per te, in maniera narcisista, egoistica, ripiegata su di te, o puoi vivere la tua vita come un dono per gli altri e per la vita.
Si è felici se la nostra vita ha un senso altrimenti non ha senso vivere. Allora io devo trovare un motivo, dei motivi validi per vivere. Cioè: devo dedicarmi a qualcosa. Io ho bisogno di dare la parte più profonda di me, la mia parte più vera ad altri, perché sia utile non solo a me ma al mondo intero. Questo è dedicarsi: dare la parte più profonda di sé agli altri. Io sono vita e la fecondità avverrà quando da me nasce la vita. In quel momento sentirò di essermi compiuto, sentirò che la forza della vita fiorita in me genera altra vita.Dio non toglie l’angoscia a Gesù. Perché la prova estrema della nostra vita è quella di non poter far più niente per noi, di essere totalmente in balia di forze oscure: il destino, gli altri, la morte e di fidarsi di Lui quando tutto sembra dire il contrario. Gesù sente una voce (12,28), un angelo che dentro di sé gli dice: ”Tutto sembra finire, tutto sembra cadere, tutto sembra essere adesso illusorio; ma ci sono io. Lasciati andare, abbandonati tra le mie mani; non ti toglierò la sofferenza, la morte, lo scherno, ma quando tutto sarà finito, allora sperimenterai che tutto ricomincerà. Ci sono io”. Questa fiducia è il regno di Dio. Chi vive così, sa che può essere ucciso, ma che non morirà mai.
Avrete una paura folle e vi sentirete inesorabilmente scivolare verso il nulla, la morte e il niente. Verrà qualche angelo a salvarvi? No, non verrà nessuno! Verrà qualcuno a prendervi per mano? No, non verrà nessuno a prendervi per mano. Ma se avrete vissuto con fiducia, con forza, con passione, con intensità, lottando e spendendovi, sentendovi ogni giorno come sostenuti e supportati da una forza misteriosa che vi diceva: “Ci sono io con te, non temere”, ebbene allora vi capiterà, anche in quel momento, di sentire la voce che per tutta la vita vi ha accompagnato: “Ci sono io, non temere”. E anche se sarà duro e difficile, vi adagerete in quelle mani e vi lascerete portare là dove vi vorranno portare, perché: “Ci sei Tu e io non temo”.

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