Solo il Dio Vivo fa vivere

Gesù mi dice: “Pace a te: che tu abbia la pace profonda, la pace dell’anima”. E io avverto che posso vivere ancorato in una pace sovraumana, in una pace che va oltre tutti i conflitti e le lotte. Avverto che nonostante tutte le battaglie di ogni giorno, a volte senza risparmio di colpi, (a volte bisogna tirare fuori le unghie per difendersi e per proteggersi!), sento che c’è un luogo dove tutti gli spari, i colpi, le fucilate del mondo non arrivano: è il luogo della Pace. “Qui non potete arrivare”. Comprendo allora cosa voglia dire avere pace nel mezzo del conflitto o della guerra, che è molto diverso dal non avere problemi, contrasti o incomprensioni. A me dice: “Il Padre manda me e io mando te”. E io sento la mia grandezza. Io ho una missione, io sono l’inviato di Dio. E’ difficile crederci, a volte dubito perché dubito di me, non mi fido, non posso credere alla mia grandezza. Ma sentire queste parole e fidarmi di Lui mi aiuta a credere alla mia missione, al Suo disegno, al fatto che io sono qui per un motivo, che devo vivere e compiere qualcosa.
A me dice: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la mano e credi”. Sono parole forti. La mano per gli antichi era l’oggetto di conoscenza. Pilato che si lava le mani con quel gesto dice: “Non voglio sapere. Preferisco lavarmene le mani, non accertare la verità della cosa; preferisco il buio, l’ignoranza, il non sapere”.
Allora io sento il bisogno di conoscere, non una conoscenza mentale ma affettiva, del cuore. Sento il bisogno di “toccare” e di essere toccato da ciò che tocco e che vedo. Sento il bisogno di percepire tutta la sua passione, la sua sofferenza e la sua voglia di vivere perché divengano la mia; perché la sua vita si travasi nella mia vita.
Allora ogni volta che io vengo a messa vengo non tanto a fare una bella esperienza, a ricordare qualcosa, a piangere su Gesù. Ma vengo qui e lo sento vivere in me; sento che Lui è Risorto; sento che Lui è vivo; sento che Lui si rivolge a me; sento che mi chiama e che mi parla. Quando ascolto il vangelo (a volte, bisogna ammettere che non ce lo fanno proprio amare, eh!!!) e gli permetto si superare le mie porte chiuse (a volte sono davvero blindate!) per la paura non più dei Giudei come nel vangelo, ma per la paura del cambiamento, del non sapere a cosa mi porterà, della fatica e del dolore di mettersi in discussione, per la paura di perdere le mie false immagini, maschere e impalcature; per la paura di vedermi solo per quello che sono (abbiamo sempre un’immagine un tantino più alta di noi!), per paura del giudizio, allora in tutte queste situazioni, quando lo lascio entrare, io sperimento che qualcosa mi fa sussultare, mi fa fremere, mi fa sentire che Lui c’è, che Lui è vivo. Anch’io come Tommaso posso allora dire: “Mio Signore e mio Dio!”. Celebrare nell’eucarestia la morte e la resurrezione del Signore per me vuol dire percepire la sua presenza, incontrarlo, poter sentire che Lui è il Vivente, che Lui mi parla, che Lui mi incontra. Non solo Lui ha vissuto, ma Lui vive. Non solo Lui è stato forza e passione, ma Lui è Forza e Passione. Non solo Lui ha chiamato e guarito, ma Lui mi chiama e mi guarisce.
Il problema di Tommaso non è tanto il dubbio, le domande. Il problema di Tommaso è l’esperienza. Lui non l’ha visto, non ne ha fatto esperienza. Non è stato toccato in profondità dal Signore Risorto. E’ l’amore che gli manca. La fede cristiana è un incontro, un’esperienza, è una relazione personale. E’ un innamoramento. Tutte le testimonianze mi aiutano, mi servono, mi stimolano, mi invitano. Tutte le preghiere sono buone, utili, importanti. Tutti i gruppi, le liturgie, gli incontri mi aiutano ma se io non vedo e non tocco, cioè non faccio esperienza, la fede degli altri aiuta e serve agli altri ma non a me. Molte persone si fanno un sacco di domande su Dio, sulla vita, fanno congetture e pensieri, possibili implicazioni. Sembrano dei grandi ricercatori, pensatori. Sembrano soffrire molto il problema di Dio. Ma alcune persone che parlano molto di Dio, non si stanno tanto interrogando su di Lui, bensì hanno paura di Lui. Non vogliono lasciarsi coinvolgere, hanno paura: temono di dover mettere le loro mani sulle ferite e sul cuore trafitto. Temono l’incontro. Temono l’esperienza bruciante di Dio.
Quando il Risorto appare mostra agli apostoli le mani e il costato feriti. In ogni eucaristia io mostro le mie mani ferite. Con le mani lavoro e faccio. Le mie mani ferite sono il dolore e la sofferenza che vivo mentre lavoro, mentre faccio il mio dovere e vengo umiliato o rappresentano la consapevolezza di non far bene il mio lavoro. Le mani ferite sono le mani che si aggrappano a me, che non mi lasciano libero, che pretendono da me, che mi inchiodano ad ogni minimo sbaglio, che mi trattengono e che mi feriscono. Sono quelle situazioni e quei ruoli dove la gente, ma anche io stesso, si aspettano un sacco da noi. Dal dottore, dal prete, dal sindaco, dalla mamma, da chi è buono ci si aspetta un sacco di cose, a volte troppo.
Le mani sono ancora gli schiaffi che prendo. Qualcuno mi percuote, mi prende in giro, dice male di me, mi beffeggia, ride di me e di ciò che faccio, mi umilia in pubblico. Le mani sono ferite quando qualcuno che amavo ritira la sua mano, non mi appoggia più, mi toglie il suo sostegno o il suo amore, mi tradisce. Le mani ferite sono quando io so di aver vissuto male, di aver anch’io ferito e umiliato, quando in certi giorni mi vergogno di ciò che sono, allora io ho bisogno di un amore che mi risani e che mi ridia dignità. In ogni eucaristia Gesù ci mostra le sue mani perché anch’io possa mostrargli le mie mani. Perché se gli mostro le mie mani ferite potrò, come Lui, sperimentare la forza risanante dell’amore. Molte persone si tengono dentro le ferite. Soffrono e non lo dicono a nessuno; non lasciano trasparire niente. Allora il dolore marcisce, diventa cancrena e porta alla morte. Se una ferita non viene curata, medicata, allora infetta tutto l’organismo. Le mani di molte persone, le loro vite, sono piene di dolore, di rabbia, di lacrime e di umiliazioni. Ma temono di aprirle e mostrarle, si vergognano, dicono “c’è chi sta peggio”, “non è poi così grave!”. Allora non può avvenire nessuna guarigione, niente può trasformarsi, niente può essere risanato. Perché chi non si accorge di essere malato, come fa a guarire? Non si può vivere senza essere feriti. Ma si può vivere guarendo. In ogni eucaristia io vengo qui a portare le mie mani ferite. E faccio un gesto così piccolo e così grande. Con le mie mani ferite vado dal sacerdote e le apro, le stendo perché lui mi metta, deponga, il Corpo di Cristo; perché, cioè, Iddio si prenda cura di tutte le mie ferite e le risani. Io gli mostro le mie ferite e lui viene con il suo amore. Nel mio dolore, il suo amore. Perché lì dove c’era rifiuto ci sia accettazione. Dove c’era paura ci sia fiducia. Dove c’era esclusione ci sia accoglienza.
In ogni eucaristia io mostro il mio costato e il mio cuore trafitto. Il mio cuore è ferito dal desiderio di amare e di non riuscirci, di non esserne capace, di farlo solo in modo aggressivo, possessivo o avvinghiante. Vorrei amare di più le persone; vorrei amarle meglio; vorrei amarle più in profondità ma spesso non ci riesco. A volte ho paura di essere lasciato, di essere preso in giro, di essere tradito, ho paura di amare. Allora io vengo a messa e gli mostro il mio cuore trafitto. Dal mio cuore escono amore e dolore. Non mi vergogno della mia poca capacità d’amare e gli dico: “Dal mio cuore sgorga sangue, amore vero, ma sgorga anche acqua, amore non vero non purificato, bisognoso di cura e di crescita. Accogli e cura, Signore il mio sangue e la mia acqua”. Molte persone non sentono il bisogno di con-frontarsi sull’amore. Dicono: “Io amo, punto e basta”. Sì, ma com’è il tuo amore? Quello che chiami amore è proprio amore? In ogni eucaristia, invece, io gli mostro il mio cuore, e il mio amore e gli chiedo -e mi fa male tutto questo- di trasformare il mio modo d’amare. In ogni eucaristia io gli mostro il mio bisogno di amore. A volte penso di bastare a me stesso, di non aver bisogno di nessuno, di arrangiarmi da solo. Ma so che non è così, e quando ammetto questo bisogno, prendo l’amore di sottobanco, attraverso la gloria, l’impormi, il comandare. In ogni eucaristia io metto qui il mio bisogno di ricevere amore, la mia fatica di aprirmi per riceverlo (se non ti apri chi ti può amare?), la mia paura di essere vulnerabile, cioè, di essere nuovamente ferito nell’amore. In ogni eucaristia io gli mostro il mio cuore trafitto, ferito nell’amore, ma bisognoso d’amore. E chiedo ad Iddio di darmi la forza di poter continuare ad aprire il mio cuore, di non aver paura di fidarmi dell’amore e di Dio.La fede è questa tensione tra apparire e scomparire, chiaro e oscuro, sapere e non sapere, conoscere e non conoscere.
Gesù sfugge al nostro desiderio di “ingabbiarlo”, di sapere tutto su di Lui, di trattenerlo. Quando tu vuoi fissare l’amore, lo incateni. Quando tu vuoi possedere l’altro, lo uccidi. Quando tu vuoi fermare la tua vita, ti irrigidisci. L’amore ti possiede, ma non lo possiedi. La gioia ti possiede, ti abita, ma non la possiedi. La felicità ti possiede, ma non la puoi possedere. Dio ti possiede, ti riempie, ma non lo puoi possedere. Lo stesso vale per i figli, per la verità, per i sentimenti e per tutto ciò che vive. Puoi vivere tutto questo, ma non puoi comprarli, possederli, esserne proprietario. Così è Gesù: quando tu non vuoi cambiare immagine su di lui, lo possiedi, ma non è più Gesù. E’ il “tuo” Gesù, ma non Gesù. Tutto sempre nella vita compare e scompare, in modo che io possa conoscere sempre di più quella persona, quella cosa, e mai mi possa fissare solo su un’idea o su un’immagine di lei.
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