Attese e aspettative

Inizia il tempo di Avvento, tempo che ci porta e che ci prepara al Natale. Liturgicamente l’avvento è il periodo che prepara alla nascita di Gesù il 25 dicembre. Sul piano personale, l’avvento è quello spazio aperto perché un "figlio" e una "nascita" possa accadere in noi. E’ un fatto: Dio continua a nascere; Dio, dove c’è spazio e disponibilità, di certo verrà. L’av-vento crea av-venire proprio perché si apre nel presente a ciò che incontra e crea così un futuro diverso inseminato dalla novità che viene accolta. L’av-vento diviene av-ventura perché qualcosa di nuovo entra nella nostra vita e genera una novità verso cui andare e da cui siamo attratti e richiamati.
L’av-vento è sempre un inter-vento di Dio che vuole far nascere qualcosa di nuovo in noi, sorprendendoci, meravigliandoci, portandoci lontano, molto lontano dalle nostre rive di sicurezza. L’av-vento può essere spa-vento perché è l’irruzione del non aspettato, del diverso, dell’altro da noi. Il non conosciuto fa sempre paura e tendiamo naturalmente a respingerlo, a temerlo. Dio è molto più presente in ciò che non conosci rispetto a ciò che conosci.
Se non ti aspetti nulla avrai tutto ciò di cui hai bisogno. Non stabilire come Lui verrà o dovrebbe venire: lascia aperta la porta e fatti sorprendere!
L’avvento è un tempo di attesa. Ma noi confondiamo spesso attesa e aspettativa. L’attesa non ha oggetto: è apertura e accoglienza. L’attesa accetta tutto ciò che le viene incontro (ad-ventus). L’aspettativa no: "Voglio questo" e ha ben chiaro cosa vuole e cosa non vuole. L’aspettativa accetta solo ciò che ha già stabilito; il resto lo rifiuta. Solo l’attesa può portare a progredire, a novità, ad evolvere, perché l’aspettativa è far entrare ciò già si conosce, che già sappiamo, che già ci aspettiamo.
L’aspettativa fa conto su di sé, l’attesa, invece, è pregna di fiducia. L’aspettativa non ha tempo: vuole tutto e subito, l’attesa conosce il tempo. L’aspettativa ti porta a vivere nel futuro; attesa, invece, è vivere il presente. L’aspettativa chiude, l’attesa apre. L’aspettativa genera ansia, l’attesa genera pace. L’aspettativa genera delusione. L’attesa, invece, genera sorpresa. Non ti fai delle aspettative, non hai già in mente cosa dovrà capitarti o venirti incontro per cui sei disponibile a prendere ciò che viene.
Anche la mia vita ha senso profondo per me e per il mondo. Se guardo all’investimento in termini di coinvolgimento, pericolo, esposizione, difficoltà, lascio perdere. Ma se guardo a ciò che posso essere, allora ne vale proprio la pena; ma veramente la pena! Questa è la nostra vera libertà: diventare ciò che possiamo essere.
Una grande forma di preghiera è non prendere sonno, non dormire. Quel verbo "pregate", infatti, deomai, vuol dire "aver bisogno, necessitare, desiderare, pregare". Si ha bisogno (preghiera) di non prendere sonno, di non alienarci, di non vivere in un mondo che non c’è. Pregare vuol dire vegliare, non permettere cioè che il nostro cuore prenda sonno e non provi più la gioia per la vita, l’entusiasmo per le cose nuove, la passione per ciò che ama, lo stupore di fronte alla bellezza.
Pregare vuol dire vegliare, non permettere cioè che la nostra anima non si assopisca e non senta più il richiamo di Dio, il richiamo della vita che ci chiama a definirci e a diventare Figli dell’uomo. Pregare vuol dire vegliare, non permettere cioè che la nostra mente si lasci plagiare da filosofie e da idee o gestire dai sensi di colpa o manipolare dalle nostre paure. Pregare vuol dire vegliare perché ciò che chiamiamo "Dio" sia Dio e ciò che chiamiamo "amore" sia amore e ciò che chiamiamo "male" sia male. Perché se si dorme, si scambiano le cose. Pregare vuol dire vegliare, in modo da esserci a questo mondo, da voler lasciare un segno, una traccia, un’impronta, in modo da far sentire a me e al mondo che io ci sono. Il Figlio dell’uomo (la tua realizzazione, l’essere te stesso, realizzare il nome che Dio ha messo nel tuo profondo) non può comparire, non può uscire, non può succedere, se tu dormi.
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