Emozioni azzurre: il trionfo di Berlino 2006

Di quella indimenticabile sera del 9 luglio 2006 tutti quanti noi possiamo dire: «Anch’io c’ero» perché la quarta vittoria della nazionale italiana ai mondiali è la vittoria di tutti. Di tutti quelli che con trepidazione hanno seguito le controverse vicende del campionato, di quelli che insieme ai calciatori hanno corso, sofferto o gioito, di tutti gli appassionati del pallone che non perdono mai una sola partita, indifferentemente dal fatto che sia della nazionale, di campionato o Champions League. La vittoria di tanti che per quattro anni rimangono completamente indifferenti alle storie del calcio ma che per i campionati del mondo si accendono d’interesse e si lasciano contagiare dalla febbre del pallone. E non importa se la si è vista dal vivo, a Berlino, seguita sui maxischermo allestiti in piazza con tanti altri milioni di tifosi speranzosi, sulla tv di casa insieme a pochi amici o in una visione solitaria, perché Italia-Francia ha stravolto, almeno per un istante, la vita di ogni persona facendo sentire tutti un po’ più italiani e più fratelli.
Bisogna, però, ricordare da dove era partita quest’Italia campione del mondo: dalla bufera che a maggio aveva sconvolto il calcio italiano, dallo scandalo delle intercettazioni telefoniche, dalla rivoluzione che si prospettava per il sistema calcistico e che in effetti non c’è stata, dalle critiche piovute da tutti i maggiori esponenti del calcio mondiale. Tutto questo, per ammissione degli stessi protagonisti, ha creato una congiuntura favorevole, un desiderio d’impegnarsi a pieno e fino in fondo per dimostrare che se gli scandali ci possono stare, la nazionale ne è completamente al di fuori, è capace di vincere giocando un calcio pulito e senza compromessi. E, inutile dirlo, alla nazionale è stato affidato l’arduo compito di ridare credibilità al calcio italiano, come se una vittoria bastasse a cancellare tutto, a ripartire da zero.

                      

Se guardiamo al percorso azzurro, possiamo affermare che il grande calcio non c’è stato, lo spettacolo ha dovuto piegarsi alle leggi del risultato . L’Italia di Marcello Lippi forse non era la migliore, ma la più determinata e resistente sì, e la capacità di resistere alle costanti pressioni esterne l’ha resa più coesa e più forte. E lo sarebbe stata comunque, anche se la lotteria dei rigori avesse premiato la Francia, ma in quel caso sarebbe stata tutta un’altra storia, fatta di delusione, amarezza, accuse e processi. La storia che raccontiamo oggi, invece, è la storia di un successo che oltre al fatto puramente sportivo porta con sé tante conseguenze di ordine sociale, culturale e politico. Basta guardare il numero delle persone che hanno seguito trepidanti la partita, al senso di unità suscitato al momento dell’alzata della Coppa, il modo in cui i campioni del mondo sono stati accolti al loro rientro in patria, alle parole piene d’orgoglio del Capo dello Stato e di altre personalità politiche.
La prima cosa che balza agli occhi sono le cifre della finale, un trionfo di pubblico davanti alla tv, l’evento mediatico più seguito della storia del nostro Paese. I dati ufficiali Auditel riportano 25.937.000 telespettatori. La stima sale vertiginosamente fino a 40 milioni se si tiene conto delle migliaia di persone che hanno fruito l’evento collettivamente. Per l’occasione, infatti, sono stati allestiti maxischermi in ogni piazza italiana, dove i tifosi hanno potuto seguire, al ritmo dei cori e delle trombe sparate in aria, la partita, indossando la maglia azzurra del loro calciatore preferito, mostrando striscioni di ogni sorta, sventolando tricolori, che molte volte avevano dipinti anche sul viso e non solo sulle bandiere, aspettando, sperando, esultando. Il momento più emozionante è stato, senza dubbio, quando il capitano, Fabio Cannavaro, ha alzato la Coppa al cielo di Berlino: l’Italia è sul tetto del mondo. Prima, da vere star, i neocampioni azzurri si erano intrattenuti con classici rituali, come il taglio dei capelli, avevano ballato e corso per il campo sventolando bandiere, avevano festeggiato con i tifosi presenti all’Olympiastadion l’impresa appena compiuta, ebbri di una felicità mai provata prima. Poi, una pioggia di coriandoli bianchi ha inondato il terreno di gioco, sono partiti i fuochi d’artificio e, in contemporanea, l’Inno di Mameli, seguito da altre tipiche canzoni italiane.
È stato l’apoteosi del patriottismo, del senso d’appartenenza di una nazione che si riscopre tale solamente quando scende in campo la sua squadra. Il calcio, allora, smette di essere soltanto uno sport, un gioco appassionante e talvolta avvincente, per trasformarsi in un importante fattore d’aggregazione, in un motivo di fierezza. Il popolo italiano si sente unito non dal fatto di abitare lo stesso Paese, di parlare la medesima lingua, di condividere leggi, istituzioni, cultura ma degli dei del calcio, più potenti di qualunque forza politica, religiosa e morale. Lo stesso Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, alla fine della partita ha ringraziato il c.t. azzurro Marcello Lippi e l’intera squadra, dichiarando di essere il rappresentane dell’orgoglio e del sentimento degli italiani. «Quando vanno in campo i nostri colori», ha lucidamente riconosciuto «c’è sempre un sentimento patriottico. Questa vittoria è la valorizzazione di ciò che c’è di meglio in termini di lealtà, sportività, volontà e crescita agonistica. Ed è la consapevolezza dell’unità nazionale e dell’interesse generale del Paese». E all’interesse generale del Paese questa vittoria ha senz’altro giovato in termini di promozione dell’immagine che, secondo gli esperti, vale circa 500 milioni di euro.
Il vero trionfo, il vero giorno magico, quello in cui hanno capito la portata dell’impresa compiuta, gi azzurri l’hanno vissuto il giorno seguente alla finale, al loro rientro in patria. La festa era stata organizzata dettagliatamente e con precisione ma, di fronte all’euforia generale, è saltata ogni scaletta. Il primo benvenuto i campioni del mondo lo hanno ricevuto dalle Frecce Tricolori che hanno avvolto il loro velivolo con una scia tricolore. Atterrati all’aeroporto di Pratica di Mare, hanno subito il primo assalto della folla delirante che ha continuato ad accompagnarli festante lungo tutto il tragitto per la capitale. A palazzo Chigi c’è stato l’incontro con i vertici più rappresentativi della politica e dello sport italiani. Oltre che un momento di festa, esso ha rappresentato un’occasione per riflettere sui temi attuali dello sport, per ribadire il senso di appartenenza e di condivisione, per lanciare all’Italia, e soprattutto ai più giovani, un messaggio di speranza. Il Presidente del Consiglio, Romano Prodi, ringraziando i neocampioni del mondo per la gioia donata a milioni di italiani, ha sottolineato l’importanza sportiva, della loro vittoria: «Avete ridato al calcio nazionale, attraversato da una tempesta senza pari, la dignità che merita». Ha, inoltre, evidenziato come essi siano un esempio per tutti i giovani che, guardando a loro, posso imparare che i successi più belli ed importanti si ottengono soltanto con il sacrificio e con l’impegno, soffrendo e credendoci fino in fondo. Fino a che non si è calciato l’ultimo rigore.
Anche il Capo dello Stato ha mostrato la sua gratitudine annunciando che, in una cerimonia ufficiale, avrebbe presto consegnato a giocatori, tecnici e dirigenti della nazionale l’Ordine al merito della Repubblica in segno di riconoscimento dei valori sportivi e dello spirito nazionale. Da calciatori a Cavalieri, i vincitori del mondiale sono stati trasformati in eroi nazionali per essersi distinti in un’attività volta ad accrescere il prestigio della nazione italiana e a promuoverne l’immagine nel mondo. Proprio come gli eroi di altri tempi dopo una battaglia trionfale, i campioni azzurri hanno percorso le strade principali del centro storico di Roma, in mostra su un pullman scoperto mentre milioni di persone li scortavano in trionfo, acclamandoli come dei e inneggiando al loro nome al ritmo dell’ormai famoso “popopopo”. La festa, celebratasi più tardi al Circo Massimo, è stata l’apoteosi, uno show trasmesso anche in diretta televisiva di cui gli eroi di Berlino sono state le star indiscusse. La folla di un milione di persone li ha accolti, e in alcuni casi letteralmente travolti, con un entusiasmo senza pari, in preda ad un delirio collettivo che ha coinvolto gli stessi giocatori, i quali si sono lasciati andare all’emozione del momento manifestando tutta la loro esultanza con comportamenti stravaganti e talvolta eccessivi.
Sacerdoti di una moderna religione terrena, hanno poi mostrato alla folla bramosa e adorante la Coppa del Mondo, nuovo idolo a cui prestare culto. Un idolo tutto d’oro, finalmente visibile, concreto, in cui cercare il senso di un’intera vita, il premio di tante battaglie, la speranza di evasione da un mondo dominato dal sacrificio. Eppure, un idolo che non può salvare.

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