Dal trionfo al terrore

Sono passati esattamente cinque anni dagli attentati che sconvolsero Londra nel 2005. Io mi trovavo in città e, pochi mesi dopo i drammatici eventi, scrissi questo racconto semi-autobiografico che propongo di seguito. La vita è un attimo: se hai fortuna squilla il telefono e resti a casa quanto basta per evitare una tragedia, oppure esci di corsa e allora più nulla potrà salvarti.

 

Era un giorno come tanti altri, quel 7 luglio del 2005. Un pallido sole si affacciava timidamente da dietro le nuvole, illuminando una Londra già in fermento da qualche ora. Quella mattina aveva fatto tremendamente tardi, doveva sbrigarsi se voleva arrivare in tempo alla Torre di Londra, dove alle 10:15 un gruppo di turisti veronesi l’attendeva per una visita. Erano ormai diversi mesi che per guadagnarsi da vivere Marta faceva la guida turistica ai visitatori italiani e mai le era capitato di far aspettare una comitiva, non voleva iniziare proprio quel giorno. Afferrò la borsa ed era già in procinto di uscire, quando il telefono cominciò a squillare con insistenza. "Questa proprio non ci voleva!", pensò alzando la cornetta. Era sua madre, che aveva il rarissimo dono di chiamare sempre nel momento meno opportuno, e quasi sempre per motivi banali. Marta cercò di tagliar corto e finalmente riuscì ad avviarsi alla stazione della metropolitana. Un’insolita folla davanti alla porta d’ingresso non le fece presagire nulla di buono. Quando arrivò vide un impiegato che chiudeva i cancelli mentre un altro era intento a scrivere un avviso: "A causa di gravi incidenti tutte le linee rimarranno chiuse".

"Ci mancava soltanto questa per completare la giornata", pensò Marta, chiedendosi quali incidenti potessero causare la chiusura di tutte le linee della metropolitana in una città sempre così pronta ad affrontare qualsiasi situazione. Non c’era nulla che potesse fare per raggiungere Tower Hill così non le restò che cambiare i suoi programmi: sarebbe andata a fare la spesa e poi a casa a studiare, aveva molte pagine da recuperare. Si incamminò verso Sainsbury’s, il suo supermercato preferito e, prima di entrare, consultò la lista della spesa. In cima alle sue priorità c’era un quotidiano; in genere non le piaceva leggerli ma quel giorno c’era un buon motivo per comprarlo. Dopo averli passati in rassegna tutti, ne scelse un e, dando un’altra scorsa all’elenco, proseguì oltre. Stava decidendo se comprare i suoi yogurt favoriti o quelli in offerta quando sentì vibrare il telefonino. Era un messaggio di sua cugina che dall’Italia le chiedeva com’era la situazione dopo l’attentato e se lei stava bene.

"Attentato? Allora quei gravi incidenti non erano affatto incidenti ma attentati!"

Si guardò intorno e vide tante persone che facevano tranquillamente la loro spesa, completamente ignari dell’accaduto e pensò che, dopotutto, la faccenda non dovesse essere così seria. Anche la gente che incrociava per strada sembrava continuare a comportarsi come se nulla fosse accaduto.

Poi cominciarono ad arrivare altri sms di amici e la telefonata della mamma in lacrime, disperata e preoccupata per quello che sarebbe potuto succedere alla figlia, mentre dall’ufficio suo padre tentava invano di mettersi in contatto con il Ministero degli esteri per avere informazioni più precise.

La situazione, allora, era molto più allarmante di quello che aveva creduto, ma perché la gente sembrava non accorgersene? Dopo aver rassicurato amici e genitori, proseguì nel suo shopping come facevano tutti gli altri, dimenticando gli attentati e tutto il resto. Soltanto quando, più tardi, tornò a casa se ne ricordò  e accese la tv. Né la BBC né le altre reti mostravano immagini dell’accaduto, se non qualche fotogramma immobile, né tantomeno davano rilevanza straordinaria all’avvenimento perché, in questo modo, l’avrebbero data vinta ai terroristi il cui scopo era appunto quello di spaventare gli inglesi e bloccare l’intera capitale ma, come sostenevano i giornalisti “anche nelle ore più buie, resteremo capitani delle nostre anime”.

La fredda compostezza dei londinesi quasi stupì Marta, che tuttavia percepiva dall’atteggiamento e dal silenzio dei media la gravità dei fatti: Londra era stata colpita al cuore, erano state piazzate  tre bombe su diverse linee della metropolitana e una su un autobus, sette esplosioni in tutto e una cinquantina di morti. Quando vide il luogo e l’ora di una delle esplosioni il cuore le si fermò nel petto: 08:51, Aldgate, solo una fermata dopo di dove si sarebbe dovuta recare lei! Mormorò una preghiera di ringraziamento a Dio e le ritornò in mente quella telefonata tanto inopportuna quanto provvidenziale della mamma che l’aveva preservata dal vivere una tragedia. Ma, un momento: Michael, il suo vicino di casa, quella mattina era uscito per recarsi a lavoro nel West End: come avrebbe fatto a tornare se i mezzi di trasporto erano tutti bloccati?

Dopo un paio d’ore lo sentì rientrare e gli andò incontro sul pianerottolo. Era sconvolto, bianco in volto e a malapena si reggeva in piedi. Un amico lo aveva riaccompagnato a casa in automobile. Marta lo invitò ad entrare da lei e, mentre gli preparava una tazza di caffè, ascoltò il suo tragico racconto.

Aveva da poco cominciato a lavorare quando un suono violento aveva attirato la sua attenzione e allora si era affacciato alla finestra, che dava proprio sulla stazione di Edgware Road. Sulle prime né lui né i suoi colleghi avevano capito di cosa si trattasse ma poi avevano visto fumo nero, persone ferite che cominciavano ad uscire sulle proprie gambe, seguite da altre trasportate dai soccorritori. Il frastuono delle ambulanze e degli elicotteri si mescolava alle urla disperate delle vittime, le loro lacrime alle goccia di pioggia, che nel pomeriggio aveva incominciato a battere, e sulla strada iniziavano ad allinearsi i corpi senza vita.

Marta strinse forte tra le braccia il suo caro amico, cercando di confortarlo e di infondergli fiducia e sicurezza. Quando Michael decise di stare abbastanza bene per tornarsene a casa propria, lei riaccese la tv. Ora i telegiornali titolavano “56 minuti d’inferno”, “London bombers”, “Attacco suicida e cose simili ed avevamo preso a mostrare le immagini di quello che era avvenuto nei luoghi delle esplosioni kamikaze: le scene che vide erano sorprendentemente simili a quelle che pocanzi le aveva descritto Michael, e tanto crude e tanto dolorose. Ma, contemporaneamente, un cronista annunciò che le linee non danneggiate sarebbero state riaperte al pubblico entro poche ore perché, proseguì, “il nostro spirito non verrà mai distrutto”.

Ormai ne aveva abbastanza di quello spettacolo di morte. Spense il televisore e mise ordine tra le tante carte accumulate sulla sua scrivania. Gli occhi le caddero sulla foto in prima pagina sul giornale che aveva comprato quella mattina e il contrasto la colpì: quel giorno, 7 luglio, immagini di sangue, lutto e lacrime per degli attacchi terroristici che avevano spezzato la vita, non solo fisica, a decine di persone mentre il giorno prima un popolo festante che esultava per il trionfo olimpico: Londra era appena stata scelta per ospitare le Olimpiadi del 2012.

Una gioia che tutti avevano già cancellato.

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2 pensieri su “Dal trionfo al terrore

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