L’ultimo abbraccio

trenoFu quella l’ultima volta in cui la strinsi fra le mie braccia. Era un lunedì mattina e ci trovavamo su una squallida banchina. Aveva voluto che la accompagnassi lì, dove avrebbe preso un treno che l’avrebbe riportata a casa. E via da me per sempre. Il viaggio in macchina fino a quella sperduta stazione era stato uno strazio, ma nulla in confronto alle ore precedenti in cui avevamo dovuto sottostare alle regole di una convivenza forzata che nessuno dei due desiderava prolungare più del necessario.
I giochi si erano consumati il giorno prima, in una domenica pomeriggio d’inverno, quando entrambi non avevamo potuto far altro che arrenderci all’evidenza di non essere fatti l’uno per l’altra. Lei avrebbe voluto prendere le sue cose e andare via subito, porre immediatamente fine a quella coabitazione – restare insieme, ora che ci eravamo lasciati, non aveva senso – ma non ci sarebbero stati autobus fino al mattino seguente e le toccò rimanere a casa mia ancora una notte.
Dormire accanto a lei sapendo che mai più avrei sentito il suo respiro lento e regolare, che mai più avrei avvertito il suo corpo caldo contro il mio, fu la cosa più dolorosa che sia mai stato costretto a fare.
La stavo lasciando ma la amavo ancora. Perché la abbandonavo, allora? Semplicemente perché vivere insieme a lei mi era diventato insopportabile. Era una creatura fragile ed emotivamente instabile, ma questo lo avrei capito solo molto tempo dopo, quando la rabbia e la delusione sarebbero sparite lasciando il posto a una nuova lucidità, che mi avrebbe permesso di analizzare più chiaramente i fatti che precedettero quel tragico giorno. Stavo soffrendo molto, è vero, ma anche lei aveva sofferto, solo che non ero ancora in grado di capirlo, accecato dal mio stesso dolore.
Scendemmo dalla macchina con cautela. Prese la valigia con le sue poche cose dal portabagagli e si piazzò davanti a me, incerta sul da farsi. Tutto, nel suo atteggiamento, esprimeva chiusura. Rimasi per un breve istante a guardarla, tentennando, spaventato dalla possibilità di un suo rifiuto. Nei suoi occhi traspariva un abisso di disperazione e decisi che non potevo lasciarla andar via così, senza nemmeno il conforto di un ultimo abbraccio.
“Ti voglio bene”, le dissi piano e poi la strinsi a me. Lei ricambiò l’abbraccio e restammo così per un istante che parve eterno. Chiunque ci avesse visto, non conoscendo la nostra storia, avrebbe pensato a una coppia innamorata che si diceva arrivederci. Invece fu un addio e dell’amore che ci aveva unito un tempo non erano rimaste che le briciole.
La vidi salire sul treno, un gradino dopo l’altro. Non si voltò a guardarmi e non lo fece neppure dopo aver preso posto vicino al finestrino. Io, invece, continuai a tenere lo sguardo fisso su di lei finché non realizzai che non si sarebbe mai voltata a guardare indietro. Salii in macchina, accesi il motore e sfrecciai via, la mente vuota, verso la mia nuova vita senza di lei. Un fischio in lontananza richiamò la mia attenzione. Stava davvero andando via. Ero insieme affranto e sollevato. Finalmente erano finiti gli interminabili litigi, le ore a discutere, ma anche le lunghe passeggiate, i viaggi, le risate, le scoperte. Tutte queste cose già mi mancavano, ma il resto no.
L’avevo amata, eccome se l’avevo amata. Avevo fatto tutto per lei, avevo sacrificato il mio tempo e il mio lavoro, avevo speso per lei gli anni più belli della mia gioventù. Non mi dilungo sul come ci eravamo conosciuti, quattro anni prima, vi dico soltanto che era una delle creature più belle e più affascinanti che avessi mai incontrato. La sua allegria, la sua voglia di vivere e di mettersi continuamente in gioco, la fiducia che aveva nella vita, erano contagiose. Mi aveva travolto come un fiume in piena.
Nei suoi occhi avevo letto sincerità e dolcezza. Mi dava quella carica in più di cui avevo bisogno, tanto che arrivai a dirle che prima di conoscerla non avevo vissuto veramente. Lei fece risuonare la sua risata per la stanza e rispose che quella fortunata era lei, che aveva trovato qualcuno che l’amava veramente e che non l’avrebbe mai tradita.
Per un periodo fu tutto perfetto. Eravamo felici e non facevamo altro che viaggiare. Il mondo con lei al mio fianco aveva colori diversi, più vivaci, più veri. Tutto aveva un gusto nuovo. Sembrava che niente e nessuno al mondo avrebbe potuto separaci.
Ogni volta che mi trovavo accanto a lei, ringraziavo un dio in cui non credevo per avermela fatta conoscere. Rimanevo a guardarla incantato. La sua pelle era velluto sotto le mie mani, il suo corpo vibrava di piacere a ogni mio tocco e ogni volta, dopo l’amore, mi diceva che mai, mai lo aveva fatto con nessuno come con me. Io non mi stancavo mai di ripeterle quanto fosse bella e preziosa.
Quando si era spezzato quell’idillio? Non saprei dirlo di preciso, ma sicuramente molto prima che decidesse che non gli bastavo e si concedesse ad altri amanti. Qualcosa, o qualcuno, si era insinuato tra di noi, era entrato nella sua testa fino a possederla e ad allontanarla da me.
Per un po’ non mi accorsi di questi cambiamenti, o feci finta di non vederli, ma adesso mi rendo conto che i segnali del suo distacco c’erano stati già molto prima che la situazione precipitasse. Come avevo potuto ignorarli? Forse per via dell’amore che mi accecava, o della speranza che mi spingeva continuamente a lottare per lei. Ma forse era già tardi, o forse non seppi gestire la situazione.
Come dicevo, era un’anima tormentata e fragile, attraversata da un potente senso di insoddisfazione che non le dava tregua. Se lo avessi capito per tempo, avrei inventato per lei ogni giorno una vita nuova, un gioco nuovo, per farla innamorare ogni volta di me. Ma a quel punto mi sentito troppo ferito e troppo esausto per assecondare i suoi capricci. E così, dopo aver cercato di tenerla stretta a me con la forza della normalità, non mi restò che lasciarla andare. Non senza dolore, credetemi.
Anche lei soffrì molto, glielo si leggeva chiaramente sul volto quella mattina in cui partì per non fare più ritorno. La sua voce era atona, espressione di un cuore svuotato e incapace di reagire alle sfide della vita.
Sulla via del ritorno mi sforzai di non pensare a lei, alle gioie che mi aveva dato e alla felicità perduta. Non seppi più niente di lei, se non che era continuamente in viaggio alla ricerca di qualcosa che non era ancora riuscita a trovare, ma il suo volto continuò a visitarmi per molto tempo nei miei sogni. Erano sogni così dolci che a fatica riuscivo a svegliarmi.
Sono anziano ormai, ma non è passato neppure un giorno in cui non pensassi a lei. L’amore che provavo tanti anni fa non è mai svanito. Mi sono sposato, ho dei figli meravigliosi, ma non amerò mai mia moglie quanto ho amato lei. Lei era il mio tutto, la prima e l’ultima.
Ogni tanto, nelle mie fantasie di vecchio, la vedo comparire sulla soglia, ancora bella e giovane come l’ultima volta che la vidi, con il suo sorriso sincero e lo sguardo innamorato. È di nuovo la ragazza piena di vita che conobbi un tempo e che mi rapì il cuore. La sua allegria mi pervade l’anima e dipinge il mio mondo con colori nuovi. È splendida nella sua semplicità, mi si avvicina e mi accarezza il viso. Mi alzo dalla poltrona e la stringo di nuovo tra le mie braccia, mentre lei sussurra un’unica promessa: “Ci siamo ritrovati, più niente ci separerà”.

© Piera Vincenti

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