Fiori di sale

«Raccontami ancora del nostro viaggio per mare», chiese Amanda. Si voltò sul fianco sinistro, raccolse una margherita e se la rigirò tra le dita.

«Noleggeremo una barca a vela – rispose Lorenzo, interrompendo il coro degli uccelli che faceva da sottofondo alla loro piccola fuga dalla realtà – Saremo solo io e te, e insieme navigheremo i mari più belli. Di tanto in tanto attraccheremo su qualche isola, ci fermeremo a parlare con i pescatori al porto, percorreremo le viuzze della città e compreremo un piccolo souvenir per ricordarci che è stato tutto vero».

Si girò verso di lei e vide che sorrideva, lo sguardo perso all’orizzonte, la margherita ancora tra le mani. «Poi riprenderemo il nostro viaggio – continuò – Di giorno ci tufferemo tra le onde, nuoteremo con i pesci e leccheremo il sale l’uno dalla pelle dell’altro. La notte resteremo sdraiati fianco a fianco, come ora, a parlare e ridere guardando a est, dove accanto alla luna piena si vede Saturno».

«Non ti credo», disse Amanda e si fece un po’ più vicina, il petto aperto in un atteggiamento di sfida. Ogni volta era la stessa storia. Amavano perdersi in sogni irrealizzabili ma poi finivano sempre per scontrarsi con la realtà.

Lorenzo le accarezzò la coscia. La sua pelle bruciava, ma non gli importava, avrebbe corso il rischio di scottarsi. Con la punta delle dita, dalla caviglia risalì fino al ginocchio, contornò la rotula e proseguì verso nord. Tratteggiò il bordo della gonna, avendo cura di non superarlo. Era una tortura ma la morbidezza della sua pelle lo ricompensava della sofferenza di non poterne avere di più.

Lei lo lasciava fare. Ormai il tocco delle sue dita era diventato naturale, come se le mani di lui fossero state disegnate apposta per percorrere il suo corpo. Si sdraiò di nuovo sulla schiena e si abbandonò completamente alle carezze. L’umidità della terra le penetrava attraverso la maglietta sottile.

Non era stato sempre così. Si conoscevano da anni e il loro rapporto si era nutrito di rispetto e stima reciproca, della voglia di confrontarsi, del bisogno di respirare la stessa aria. Finché un giorno Amanda si era accorta che senza di lui le mancava il fiato e Lorenzo aveva cominciato a non desiderare altro che toccare la sua pelle di seta.

«Pensi mai a me?», chiese lui tastando il terreno in cerca della sua mano. Le braccia si sfiorarono, le dita si intrecciarono nell’antica danza della seduzione.

«Penso continuamente a te».

«Sai cosa intendo», proseguì lui. Voleva che lo desiderasse e che glielo dicesse prima che tutto ricadesse nell’oblio.

«Credo che io e te siamo come queste margherite e la terra in cui nascono: si nutrono le une dell’altra, trovando in questo legame forza e passione».

Rimasero in silenzio, assaporando il gusto di quel tocco lieve. Ogni cosa nell’universo aveva congiurato per portarli fin là. Le lunghe ore a chiacchierare, le battute più o meno esplicite, la risata cristallina di Amanda e la voce sempre pacata di Lorenzo, la follia di lei e quella capacità unica che lui aveva di riportarla alla realtà.

Erano il giorno e la notte, eppure in entrambi vibrava lo stesso anelito alla vita, lo stesso desiderio di coglierla a piene mani e godere di ogni suo dono. La luce che brillava nei loro occhi era inconfondibile e quando l’avevano riconosciuta l’uno nello sguardo dell’altra, non era più stato possibile ignorarla.

Così, le parole si erano trasformate in carezze e mai nessuno dei due si era preso la briga di chiedersi se ciò che provavano fosse giusto o sbagliato perché non c’è nulla di più amorale delle emozioni. Sono naturali e incontrollabili come il vento che attraversa la chioma dell’albero accarezzandone le foglie. Fin dove sarebbero arrivati, spinti da quelle sensazioni, era l’unica cosa che potevano controllare.

«Cosa succederà quando ci stancheremo della barca?», chiese Amanda all’improvviso.

Lorenzo si girò verso di lei e la guardò con tenerezza. Le accarezzò la fronte e i capelli. Erano così vicini che poteva sentirne l’odore. Sapeva di vaniglia e miele, lo stesso profumo che si spandeva nella casa della sua infanzia quando la nonna gli preparava i suoi biscotti preferiti.

«Inventeremo una vita nuova – rispose – Potremmo percorrere la Route 66 a bordo di una jeep, fermandoci a dormire in posti desolati in mezzo al deserto, oppure trasferirci in un cottage in Cornovaglia, coltivare un roseto e fare lunghe passeggiate sulla scogliera. O potremmo vivere in una grande città e ogni sera andare al cinema, al teatro, a visitare una mostra».

«Lo faremo sul serio?».

«Te lo prometto».

Amanda lo abbracciò di slancio e restarono così, la testa di lei poggiata sul petto ampio e odoroso di Lorenzo. Entrambi fissarono lo sguardo in alto dove il sole morente giocava a nascondino con le nuvole. Il cielo era un tripudio di colori, dalle sfumature del rosa, del viola e dell’arancio. Sapevano che era quasi ora di andare ma nulla gli impediva di sognare che all’alba si sarebbero ritrovati ancora così, stretti in un unico abbraccio e pronti a vivere un’altra avventura.

Annunci

L’ultimo abbraccio

trenoFu quella l’ultima volta in cui la strinsi fra le mie braccia. Era un lunedì mattina e ci trovavamo su una squallida banchina. Aveva voluto che la accompagnassi lì, dove avrebbe preso un treno che l’avrebbe riportata a casa. E via da me per sempre. Il viaggio in macchina fino a quella sperduta stazione era stato uno strazio, ma nulla in confronto alle ore precedenti in cui avevamo dovuto sottostare alle regole di una convivenza forzata che nessuno dei due desiderava prolungare più del necessario.
I giochi si erano consumati il giorno prima, in una domenica pomeriggio d’inverno, quando entrambi non avevamo potuto far altro che arrenderci all’evidenza di non essere fatti l’uno per l’altra. Lei avrebbe voluto prendere le sue cose e andare via subito, porre immediatamente fine a quella coabitazione – restare insieme, ora che ci eravamo lasciati, non aveva senso – ma non ci sarebbero stati autobus fino al mattino seguente e le toccò rimanere a casa mia ancora una notte.
Dormire accanto a lei sapendo che mai più avrei sentito il suo respiro lento e regolare, che mai più avrei avvertito il suo corpo caldo contro il mio, fu la cosa più dolorosa che sia mai stato costretto a fare.
La stavo lasciando ma la amavo ancora. Perché la abbandonavo, allora? Semplicemente perché vivere insieme a lei mi era diventato insopportabile. Era una creatura fragile ed emotivamente instabile, ma questo lo avrei capito solo molto tempo dopo, quando la rabbia e la delusione sarebbero sparite lasciando il posto a una nuova lucidità, che mi avrebbe permesso di analizzare più chiaramente i fatti che precedettero quel tragico giorno. Stavo soffrendo molto, è vero, ma anche lei aveva sofferto, solo che non ero ancora in grado di capirlo, accecato dal mio stesso dolore.
Scendemmo dalla macchina con cautela. Prese la valigia con le sue poche cose dal portabagagli e si piazzò davanti a me, incerta sul da farsi. Tutto, nel suo atteggiamento, esprimeva chiusura. Rimasi per un breve istante a guardarla, tentennando, spaventato dalla possibilità di un suo rifiuto. Nei suoi occhi traspariva un abisso di disperazione e decisi che non potevo lasciarla andar via così, senza nemmeno il conforto di un ultimo abbraccio.
“Ti voglio bene”, le dissi piano e poi la strinsi a me. Lei ricambiò l’abbraccio e restammo così per un istante che parve eterno. Chiunque ci avesse visto, non conoscendo la nostra storia, avrebbe pensato a una coppia innamorata che si diceva arrivederci. Invece fu un addio e dell’amore che ci aveva unito un tempo non erano rimaste che le briciole.
La vidi salire sul treno, un gradino dopo l’altro. Non si voltò a guardarmi e non lo fece neppure dopo aver preso posto vicino al finestrino. Io, invece, continuai a tenere lo sguardo fisso su di lei finché non realizzai che non si sarebbe mai voltata a guardare indietro. Salii in macchina, accesi il motore e sfrecciai via, la mente vuota, verso la mia nuova vita senza di lei. Un fischio in lontananza richiamò la mia attenzione. Stava davvero andando via. Ero insieme affranto e sollevato. Finalmente erano finiti gli interminabili litigi, le ore a discutere, ma anche le lunghe passeggiate, i viaggi, le risate, le scoperte. Tutte queste cose già mi mancavano, ma il resto no.
L’avevo amata, eccome se l’avevo amata. Avevo fatto tutto per lei, avevo sacrificato il mio tempo e il mio lavoro, avevo speso per lei gli anni più belli della mia gioventù. Non mi dilungo sul come ci eravamo conosciuti, quattro anni prima, vi dico soltanto che era una delle creature più belle e più affascinanti che avessi mai incontrato. La sua allegria, la sua voglia di vivere e di mettersi continuamente in gioco, la fiducia che aveva nella vita, erano contagiose. Mi aveva travolto come un fiume in piena.
Nei suoi occhi avevo letto sincerità e dolcezza. Mi dava quella carica in più di cui avevo bisogno, tanto che arrivai a dirle che prima di conoscerla non avevo vissuto veramente. Lei fece risuonare la sua risata per la stanza e rispose che quella fortunata era lei, che aveva trovato qualcuno che l’amava veramente e che non l’avrebbe mai tradita.
Per un periodo fu tutto perfetto. Eravamo felici e non facevamo altro che viaggiare. Il mondo con lei al mio fianco aveva colori diversi, più vivaci, più veri. Tutto aveva un gusto nuovo. Sembrava che niente e nessuno al mondo avrebbe potuto separaci.
Ogni volta che mi trovavo accanto a lei, ringraziavo un dio in cui non credevo per avermela fatta conoscere. Rimanevo a guardarla incantato. La sua pelle era velluto sotto le mie mani, il suo corpo vibrava di piacere a ogni mio tocco e ogni volta, dopo l’amore, mi diceva che mai, mai lo aveva fatto con nessuno come con me. Io non mi stancavo mai di ripeterle quanto fosse bella e preziosa.
Quando si era spezzato quell’idillio? Non saprei dirlo di preciso, ma sicuramente molto prima che decidesse che non gli bastavo e si concedesse ad altri amanti. Qualcosa, o qualcuno, si era insinuato tra di noi, era entrato nella sua testa fino a possederla e ad allontanarla da me.
Per un po’ non mi accorsi di questi cambiamenti, o feci finta di non vederli, ma adesso mi rendo conto che i segnali del suo distacco c’erano stati già molto prima che la situazione precipitasse. Come avevo potuto ignorarli? Forse per via dell’amore che mi accecava, o della speranza che mi spingeva continuamente a lottare per lei. Ma forse era già tardi, o forse non seppi gestire la situazione.
Come dicevo, era un’anima tormentata e fragile, attraversata da un potente senso di insoddisfazione che non le dava tregua. Se lo avessi capito per tempo, avrei inventato per lei ogni giorno una vita nuova, un gioco nuovo, per farla innamorare ogni volta di me. Ma a quel punto mi sentito troppo ferito e troppo esausto per assecondare i suoi capricci. E così, dopo aver cercato di tenerla stretta a me con la forza della normalità, non mi restò che lasciarla andare. Non senza dolore, credetemi.
Anche lei soffrì molto, glielo si leggeva chiaramente sul volto quella mattina in cui partì per non fare più ritorno. La sua voce era atona, espressione di un cuore svuotato e incapace di reagire alle sfide della vita.
Sulla via del ritorno mi sforzai di non pensare a lei, alle gioie che mi aveva dato e alla felicità perduta. Non seppi più niente di lei, se non che era continuamente in viaggio alla ricerca di qualcosa che non era ancora riuscita a trovare, ma il suo volto continuò a visitarmi per molto tempo nei miei sogni. Erano sogni così dolci che a fatica riuscivo a svegliarmi.
Sono anziano ormai, ma non è passato neppure un giorno in cui non pensassi a lei. L’amore che provavo tanti anni fa non è mai svanito. Mi sono sposato, ho dei figli meravigliosi, ma non amerò mai mia moglie quanto ho amato lei. Lei era il mio tutto, la prima e l’ultima.
Ogni tanto, nelle mie fantasie di vecchio, la vedo comparire sulla soglia, ancora bella e giovane come l’ultima volta che la vidi, con il suo sorriso sincero e lo sguardo innamorato. È di nuovo la ragazza piena di vita che conobbi un tempo e che mi rapì il cuore. La sua allegria mi pervade l’anima e dipinge il mio mondo con colori nuovi. È splendida nella sua semplicità, mi si avvicina e mi accarezza il viso. Mi alzo dalla poltrona e la stringo di nuovo tra le mie braccia, mentre lei sussurra un’unica promessa: “Ci siamo ritrovati, più niente ci separerà”.

© Piera Vincenti

Non toccate quel divano

Entro in casa e ho un attimo di smarrimento. Dov’è finito il mio divano? E che cos’è tutta quella roba ammassata al centro soggiorno? Dove sono le sedie su cui facevo i miei pisolini? Mi sento disorientato, non capisco che sta succedendo. Ho forse sbagliato casa?
Miao. Non risponde nessuno. Miaooo. Ancora niente. Miaooooooooooooo. Stavolta urlo talmente forte che qualcuno dovrà pur sentirmi.
Ah ecco, la mia umana mi chiama. Il suo tono è rassicurante ma ancora non capisco che succede. Mi aggiro per la stanza in cerca delle vecchie cose ma del divano neppure l’ombra. Attraverso una tenda. La mia umana lo chiama cellofan ma a me toglie il respiro. Toh, ci sono il tavolo e le sedie, ma non ho proprio intenzione di dormire qua sotto. Che credi umana?
Miaooooooooooo. Questo gioco non è per niente divertente. Mi chiamano ancora, ma io non voglio uscire dal mio nascondiglio. Ho paura.
Miaooooooo. Ormai il mio è un lamento. L’umana non mi vede in tutta questa confusione. Sembra preoccupata per me. Mi affaccio.
Miaooooo. Stavolta sono felice di vederla. Mi prende tra le sue braccia morbide e mi accarezza sotto il mento. Non so resistere. Poi mi parla con la sua vocina dolce: «Piccolo – mi dice – non è successo niente, questa è sempre casa tua. Abbiamo spostato tutto perché stiamo ritinteggiando le pareti ma presto riavrai il tuo divano».
Beh adesso va già meglio, ma io ancora non mi ci ritrovo. Ritinteggiare… che significherà mai? Ah si, stanno stendendo nuovo colore sui muri. Ma come umana, non ti piacevano le mie zampette sulle pareti?