Arabia Saudita: mette in vendita il figlio su Facebook per 20 milioni di dollari

Non solo petrolio e sceicchi miliardari in Arabia Saudita. Secondo il Ministero degli Affari sociali, infatti, il paese, tra i principali esportatori di greggio al mondo, conta tre milioni di poveri, dei quali 600mila ricevono i sussidi statali.
E così Saud bin Nasser Al-Shahri, senza un lavoro e con una famiglia da mantenere, ha messo in vendita il figlio di sei anni su Facebook. Prezzo: 73 milioni di dirham, circa 20 milioni di dollari. Secondo quanto riportato da Al Sharq, sito d’informazione del Qatar, l’uomo avrebbe scritto sul suo profilo di essere caduto in disgrazia in seguito alla sentenza di un tribunale locale che ha giudicato illegale e quindi chiuso la sua azienda di recupero crediti. L’uomo, disperato, si è rivolto alle autorità per ricevere un sussidio economico. «Sono andato al collocamento per chiedere un aiuto per trovare un altro lavoro, alla luce del recente decreto del re Abdullah, ma mi hanno detto che ho superato l’età stabilita dalla legge e che potevano aiutare solo chi aveva meno di 35 anni», ha scritto l’uomo sul social network.
A questo punto, ad al-Shahri non è rimasto altro che mettere in vendita il figlio «per dare una vita dignitosa a sua madre e alle sue sorelle in cambio di questa vita di povertà e desolazione nella quale viviamo attualmente». Se non riuscirà a completare privatamente le «procedure di vendita», si rivolgerà a un tribunale. Oltre al denaro, chiede che sul contratto sia indicata la città nella quale il figlio andrà a vivere.
Alcuni giornali hanno ipotizzato che l’uomo sia solo alla ricerca di pubblicità, e che speri di muovere a compassione un ricco sceicco del Golfo. Incalzato dai media arabi, Al-Shahri avrebbe ammesso di aver sperato di attirare l’attenzione della Casa Reale saudita e di non essere del tutto convinto di vendere il figlio.
In Arabia Saudita la vendita di bambini è un reato e la schiavitù è stata ufficialmente abolita nel 1962. Secondo il Dipartimento di Stato americano, però, il governo saudita non rispetta gli standard minimi internazionali sul traffico di esseri umani. Il rapporto ufficiale descrive il Paese come un deposito per i minori contrabbandati o venduti in tutto il Medioriente, forzati a chiedere l’elemosina, fare lavori di fatica o persino reclutati come soldati. E la situazione sta peggiorando con l’aumento della povertà: secondo la National Society for Human Rights, un gruppo di attivisti per i diritti umani associato al governo saudita, il 20% della popolazione vive in condizioni di povertà e sarebbero 600 mila le famiglie che usufruiscono di assistenza sociale. La storia di Al-Shahri, ripresa in inglese da Emirates 24/7, sta facendo il giro della Rete. E, come ha scritto su Twitter una giornalista egiziana, dimostra che «non tutti i sauditi sanguinano petrolio».

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