Cos’è l’amore?

Un giorno chiesi a un saggio: «Cos’è l’amore?».
Non mi parlò di sentimenti né di cuori che battono all’impazzata né di corpi che si uniscono nell’urgenza del desiderio. Niente di tutto questo.
«L’amore – mi disse – è essere responsabile dell’altro. E’ avere cura dell’altro e continuare a stargli accanto anche quando diventerà antipatico e insopportabile, anche quando la penserà diversamente da te, non ti comprenderà, non ti desidererà e non riuscirà più a rintracciare nel suo cuore il sentimento che vi ha unito. Amare è accogliere l’altro così com’è, giorno dopo giorno, con i suoi limiti e le sue debolezze. Amare è perdonare anche quando fa troppo male, anche quando vieni tradito. In amore non esiste l’espressione “ho perso la fiducia in te”. Gesù non ha perso la fiducia nei suoi discepoli. Erano stati tre anni con lui e non avevano capito niente, nel momento della prova lo avevano abbandonato e rinnegato ma lui ha spalancato le sue braccia sulla croce e li ha raccolti in un immenso abbraccio. Non li ha cacciati via, ha continuato a credere in loro e ad amarli. Sei vuoi amare veramente, devi fare come Gesù: accogliere, perdonare, dare la vita».
«E’ un discorso duro, chi potrà comprenderlo?», domandai perplessa.
«Ricorda, la vita regala momenti di grande gioia ma solo nella misura in cui sei disposta a  sacrificarti. I sentimenti degli uomini sono inaffidabili, cambiano spesso, e anche il desiderio svanisce. L’unico modo per rendere l’amore eterno è lottare per esso ogni giorno senza arrendersi mai, neppure quando tutto sembra perduto».
Ringraziai il saggio e andai via. Alla prossima domanda solo io avrei potuto trovare la risposta: sono capace di amare così?

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Non toccate quel divano

Entro in casa e ho un attimo di smarrimento. Dov’è finito il mio divano? E che cos’è tutta quella roba ammassata al centro soggiorno? Dove sono le sedie su cui facevo i miei pisolini? Mi sento disorientato, non capisco che sta succedendo. Ho forse sbagliato casa?
Miao. Non risponde nessuno. Miaooo. Ancora niente. Miaooooooooooooo. Stavolta urlo talmente forte che qualcuno dovrà pur sentirmi.
Ah ecco, la mia umana mi chiama. Il suo tono è rassicurante ma ancora non capisco che succede. Mi aggiro per la stanza in cerca delle vecchie cose ma del divano neppure l’ombra. Attraverso una tenda. La mia umana lo chiama cellofan ma a me toglie il respiro. Toh, ci sono il tavolo e le sedie, ma non ho proprio intenzione di dormire qua sotto. Che credi umana?
Miaooooooooooo. Questo gioco non è per niente divertente. Mi chiamano ancora, ma io non voglio uscire dal mio nascondiglio. Ho paura.
Miaooooooo. Ormai il mio è un lamento. L’umana non mi vede in tutta questa confusione. Sembra preoccupata per me. Mi affaccio.
Miaooooo. Stavolta sono felice di vederla. Mi prende tra le sue braccia morbide e mi accarezza sotto il mento. Non so resistere. Poi mi parla con la sua vocina dolce: «Piccolo – mi dice – non è successo niente, questa è sempre casa tua. Abbiamo spostato tutto perché stiamo ritinteggiando le pareti ma presto riavrai il tuo divano».
Beh adesso va già meglio, ma io ancora non mi ci ritrovo. Ritinteggiare… che significherà mai? Ah si, stanno stendendo nuovo colore sui muri. Ma come umana, non ti piacevano le mie zampette sulle pareti?

Mezzoggiorno al pozzo

pozzoVoglio raccontarvi una storia oggi. E’ la storia di un uomo e di una donna, la storia di un incontro che avvenne nella notte dei tempi presso un pozzo deserto.
Ogni giorno, verso mezzogiorno, la donna usciva di casa attenta a non farsi vedere da nessuno. Copriva i suoi lunghi capelli corvini con uno scialle per ripararsi dal sole e per non attirare sguardi indiscreti. La sua bellezza era pari solo alla sua cattiva fama e la donna cercava di nascondere l’una e l’altra. Ma quegli occhi verdi striati d’azzurro non passavano mai inosservati e raccontavano una storia di solitudine, di una vita ferita, della disperata ricerca di qualcosa che placasse l’enorme sete d’amore della donna che li esibiva, non senza una punta di vergogna.
In paese tutti la conoscevano come quella che aveva cambiato tanti uomini, la donna che aveva avuto cinque mariti e che adesso si accontentava di essere l’amante di un ricco mercante. Lei, che era malvista da tutti, si recava al pozzo nelle ore più calde del giorno, quando era sicura di non incontrare nessuno, quando non avrebbe potuto vedere la sua vergogna riflessa negli occhi dei compaesani.
Un giorno accadde qualcosa. Vide in lontananza una figura d’uomo, che procedeva a passo sicuro verso di lei. Voleva andar via, ma non aveva ancora preso l’acqua. L’uomo la raggiunse. Era uno straniero, acerrimo nemico del suo popolo. La donna era diffidente, lo sfidò con gli occhi, ma a lui non sembrava importare né che lei fosse una donna né che fosse una nemica.
Infrangendo ogni legge, le rivolse la parola, chiedendole di porgergli un po’ d’acqua, affinché potesse placare la sete e la calura del viaggio.
L’uomo non era un uomo come tutti gli altri, era una specie di profeta. Sapeva dei suoi cinque mariti, del suo amante, del disprezzo con cui la guardavano i suoi compaesani. Sapeva che nella sua vita aveva sbagliato tanto ma che se lo aveva fatto era solo per un disperato bisogno d’amore.
Le tolse il secchio di mano, lo calò nel pozzo e lo tirò fuori colmo di acqua. Prese il recipiente dalla casacca che portava in spalla e l’offrì alla donna, che lo prese con entrambe le mai e lo portò alla bocca. Quell’uomo era così strano, conosceva tutta la sua vita eppure non la respingeva. Il suo guardo la rigenerava.
L’uomo la osservava mentre beveva. Non gliene importava niente che nel tentativo di trovare la sorgente, quella donna si fosse abbeverata alle pozzanghere, coprendosi di fango. La donna si asciugò la bocca con la manica del vestito e porse la gabella al suo interlocutore. Ancora non si fidava. Lo mise alla prova per vedere fino a che punto il suo interesse era autentico, senza secondi fini. E lui si lasciò mettere alla prova per dimostrarle la sua sincerità.
Stavano ancora chiacchierando quando la donna vide stagliarsi contro l’orizzonte altre figure. Devono essere i suoi amici, pensò. Ecco che adesso fingerà di non conoscermi, dimostrandosi uguale a tutti quanti gli altri.
E l’uomo, in effetti, smise di parlare con lei confermando i suoi sospetti. Ma lo fece solo per un istante, che alla donna sembrò eterno. Il caldo iniziava a diventare insopportabile, avrebbe voluto non essere mai uscita di casa e non aver mai incontrato quell’uomo, che l’aveva illusa con belle parole per poi gettarla di nuovo nel suo fango.
Gli amici arrivarono al pozzo e lanciarono sguardi infuocati all’uomo e alla bella donna che era con lui. Non nascosero la loro disapprovazione, ma l’uomo ormai aveva occhi solo per lei. Le si avvicinò ancora di più, le parlò con complicità, completamente dimentico dei suoi amici. Il mondo era diventato piccolo piccolo e loro due ne erano i soli abitanti.
Le prese la mano, se la porto al viso e con delicatezza la baciò. Poi la lasciò andare e riprese il cammino verso la sua meta.
La donna accarezzò con la punta delle dita l’acqua nel secchio, quell’acqua che lui aveva benedetto con il suo tocco, e baciò la mano nel punto in cui le labbra di lui l’avevano sfiorata. Non era triste perché lui era andato via, era felice per averlo avuto con sé, anche per pochi minuti.
Raccolse il secchio e si incamminò verso il paese, questa volta a testa alta. Aveva tolto il velo dalla testa, lasciando che i lunghi capelli le ricadessero sulle spalle. Adesso non doveva più nascondersi, né avrebbe avuto ancora bisogno di andare al pozzo a mezzogiorno. I suoi occhi non raccontavano più solitudine e abbandono, ma parlavano d’amore, di ferite che guariscono, di una sete finalmente placata.

Il dono più prezioso

C’era una volta, in un tempo lontano, un re molto potente che aveva una bellissima figlia dai lunghi capelli color dell’oro e dagli occhi azzurri come il cielo che si specchia nel mare. Ormai vecchio e malato, il re desiderava che la principessa sposasse un principe coraggioso, giusto e generoso che l’avesse resa felice e un giorno avrebbe regnato al suo fianco. La fanciulla, però, era bella quanto incontentabile a continuava a rifiutare un pretendente dopo l’altro. Stanco dei suoi capricci, il re decise che ella avrebbe sposato il giovane che si fosse presentato al castello portandole il dono più prezioso. Appena si diffuse la notizia, da ogni angolo della terra uomini di tutte le età ed estrazioni sociali partirono alla volta del palazzo del re, recando con sé ogni sorta di dono a seconda delle proprie possibilità. Anche il romantico Lionel, ultimo figlio di un umile contadino, intraprese il suo viaggio a dorso del suo vecchio ronzino, portando con sé nient’altro che la sua intelligenza e confidando che lungo il tragitto avrebbe senz’altro trovato il dono adatto a conquistare il cuore dell’amata principessa. Dopo due giorni di faticoso cammino si trovò a dover attraversare il Bosco Incantato di Serino, un luogo meraviglioso in cui crescevano ogni sorta di piante, l’acqua sgorgava abbondante e incontaminata e dove solo gli animali selvatici erano in grado di orientarsi. Si narrava che nessuno che vi fosse entrato avesse mai più fatto ritorno. La vegetazione era così fitta che i raggi del sole riuscivano a malapena ad illuminare il sentiero. Lionel procedeva tranquillo quando sentì un insolito frusciare. Si guardò intorno ma non vide nessuno quindi proseguì. Più tardi si fermò a riposarsi in riva ad un ruscello e raccolse un frutto per placare la fame. Stava per addentarlo quando udì di nuovo lo strano rumore. Ad un tratto si vide circondato da un esercito di elfi, esseri mostruosi, marroni e nodosi come i tronchi degli alberi ma con gambe, braccia  e occhi. In un attimo lo catturarono e lo portarono al cospetto della loro regina. Completamente vestita di foglie, quella creatura sovrumana aveva l’aspetto di donna e un paio di occhi verdi capaci di ipnotizzare. Il suo fascino fece restare Lionel a bocca aperta molto più della durezza con cui lo trattò. «Ditemi, straniero, da dove venite e dove state andando?». Lionel le spiegò che si stava recando al castello per presentare il suo omaggio alla figlia del re e ottenerne la mano e che quella era l’unica strada possibile per arrivarci. Sprezzante, la Regina del Bosco gli replicò: «Non sapete che queste terre mi appartengono e che a nessun mortale è dato di attraversarle, prezzo la loro vita?». Poi, rivolgendosi ai suoi fidati elfi, comandò: «Prendetelo e legatelo a quell’albero, lo lasceremo lì finché la fame e il freddo non lo consegneranno alla morte». Lionel accennò alla ribellione ma poi scelse la strada dell’umiltà e, prostrandosi ai piedi della Regina, chiese che gli fosse risparmiata la vita in cambio della sua eterna fedeltà. La Regina mostrò un certo interesse per la proposta ma pose una condizione: «Dovrai affrontare una prova». Lionel accettò senza esitazione, fosse stata anche la prova più rischiosa lui l’avrebbe superata. «Proprio al centro di questo bosco c’è il re degli alberi che dà frutti pregiati, un castagno secolare. Se riuscirai a trovarlo e ad abbatterlo, ti sarà concessa la libertà. Hai due ore a partire da adesso». Lionel fece per protestare ma un cenno inequivocabile della Regina lo zittì all’istante e decise che era meglio non perder tempo. Trovare il castagno non gli fu difficile ma abbatterlo sarebbe stata un’impresa impossibile tanto era imponente e maestoso. E poi, non aveva mai visto dei frutti così meravigliosi. Fece per raccoglierne uno ma un elfo lo bloccò. «Sono frutti magici, dai poteri straordinari», lo avvertì, «solo chi supera la prova potrà averne». Gli porse l’ascia. Lionel fece di no con la testa e si presentò dalla Regina accusandola di non esser degna di regnare sul Bosco Incantato e sulle sue creature a causa della sua crudeltà. Infuriata a quelle parole, lo fece legare di nuovo all’albero e ascoltò le sua urla e le sue suppliche finché non ne ebbe abbastanza e lo fece slegare. «La vera prova non era distruggere il castagno ma esser pronti a rischiare la propria vita per esso. Rifiutandoti di abbatterlo hai dimostrato di amare la natura più di ogni cosa e di saperne apprezzare i doni perciò ti concedo salva la vita». Prima di lasciarlo andare, la Regina gli consegnò un sacchetto di castagne con il quale, gli assicurò, avrebbe conquistato i favori della principessa. Dopo un altro giorno di viaggio, Lionel giunse finalmente a palazzo. Fu invitato da un ministro a mettersi in fila nella sala del trono, dove la figlia del re stava accuratamente esaminando i pretendenti. C’erano nobili e principi raffinatamente abbigliati che offrivano alla principessa le pietre più splendenti, zaffiri, smeraldi e diamanti, oggetti in legno finemente intagliato, colorate sete orientali, gioielli dalla fattura perfetta. La fanciulla guardava appena i regali e, con un cenno della mano, li mandava indietro rifiutandoli insieme ai loro proprietari. Per quanto di valore, quelle erano tutte cose che già possedeva, dal suo futuro sposo esigeva qualcosa di ricercato, di raro. Quando finalmente arrivò il suo turno, Lionel si inchinò incantato dinanzi alla bellezza delle principessa e le porse il sacchetto di velluto rosso. Lei lo aprì rimanendo sbalordita da quelle strane pietre dal colore marrone lucente e grandi quasi quanto mele. «Non sono pietre, mia Signora. Si chiamano castagne e sono i frutti dell’albero che si trova al centro del Bosco Incantato di Serino. In nessun altro luogo ce ne sono di così belle e gustose e solo chi ne è trovato degno può averle». Udite quelle parole, la principessa non ebbe più dubbi, giudicò le castagne il dono più prezioso e il giovane che gliele aveva donate l’unico veramente meritevole di diventare suo sposo e futuro re. Dopo pochi giorni si celebrarono le nozze. Per onorare gli sposi, la Regina del Bosco Incantato offrì loro le più prelibate pietanze a base di castagne: un caldo e succulento risotto con asparagi e castagne, un vassoio fumante di squisita pasta alle castagne e funghi con castagne lesse e caldarroste come contorno e, dulcis in fundo, una deliziosa torta di castagne accompagnata da castagnaccio e panzarotti ripieni alla crema di castagne. Tutti gli invitati ne mangiarono e nessuno di loro rimase insoddisfatto.

Dal trionfo al terrore

Sono passati esattamente cinque anni dagli attentati che sconvolsero Londra nel 2005. Io mi trovavo in città e, pochi mesi dopo i drammatici eventi, scrissi questo racconto semi-autobiografico che propongo di seguito. La vita è un attimo: se hai fortuna squilla il telefono e resti a casa quanto basta per evitare una tragedia, oppure esci di corsa e allora più nulla potrà salvarti.

 

Era un giorno come tanti altri, quel 7 luglio del 2005. Un pallido sole si affacciava timidamente da dietro le nuvole, illuminando una Londra già in fermento da qualche ora. Quella mattina aveva fatto tremendamente tardi, doveva sbrigarsi se voleva arrivare in tempo alla Torre di Londra, dove alle 10:15 un gruppo di turisti veronesi l’attendeva per una visita. Erano ormai diversi mesi che per guadagnarsi da vivere Marta faceva la guida turistica ai visitatori italiani e mai le era capitato di far aspettare una comitiva, non voleva iniziare proprio quel giorno. Afferrò la borsa ed era già in procinto di uscire, quando il telefono cominciò a squillare con insistenza. "Questa proprio non ci voleva!", pensò alzando la cornetta. Era sua madre, che aveva il rarissimo dono di chiamare sempre nel momento meno opportuno, e quasi sempre per motivi banali. Marta cercò di tagliar corto e finalmente riuscì ad avviarsi alla stazione della metropolitana. Un’insolita folla davanti alla porta d’ingresso non le fece presagire nulla di buono. Quando arrivò vide un impiegato che chiudeva i cancelli mentre un altro era intento a scrivere un avviso: "A causa di gravi incidenti tutte le linee rimarranno chiuse".

"Ci mancava soltanto questa per completare la giornata", pensò Marta, chiedendosi quali incidenti potessero causare la chiusura di tutte le linee della metropolitana in una città sempre così pronta ad affrontare qualsiasi situazione. Non c’era nulla che potesse fare per raggiungere Tower Hill così non le restò che cambiare i suoi programmi: sarebbe andata a fare la spesa e poi a casa a studiare, aveva molte pagine da recuperare. Si incamminò verso Sainsbury’s, il suo supermercato preferito e, prima di entrare, consultò la lista della spesa. In cima alle sue priorità c’era un quotidiano; in genere non le piaceva leggerli ma quel giorno c’era un buon motivo per comprarlo. Dopo averli passati in rassegna tutti, ne scelse un e, dando un’altra scorsa all’elenco, proseguì oltre. Stava decidendo se comprare i suoi yogurt favoriti o quelli in offerta quando sentì vibrare il telefonino. Era un messaggio di sua cugina che dall’Italia le chiedeva com’era la situazione dopo l’attentato e se lei stava bene.

"Attentato? Allora quei gravi incidenti non erano affatto incidenti ma attentati!"

Si guardò intorno e vide tante persone che facevano tranquillamente la loro spesa, completamente ignari dell’accaduto e pensò che, dopotutto, la faccenda non dovesse essere così seria. Anche la gente che incrociava per strada sembrava continuare a comportarsi come se nulla fosse accaduto.

Poi cominciarono ad arrivare altri sms di amici e la telefonata della mamma in lacrime, disperata e preoccupata per quello che sarebbe potuto succedere alla figlia, mentre dall’ufficio suo padre tentava invano di mettersi in contatto con il Ministero degli esteri per avere informazioni più precise.

La situazione, allora, era molto più allarmante di quello che aveva creduto, ma perché la gente sembrava non accorgersene? Dopo aver rassicurato amici e genitori, proseguì nel suo shopping come facevano tutti gli altri, dimenticando gli attentati e tutto il resto. Soltanto quando, più tardi, tornò a casa se ne ricordò  e accese la tv. Né la BBC né le altre reti mostravano immagini dell’accaduto, se non qualche fotogramma immobile, né tantomeno davano rilevanza straordinaria all’avvenimento perché, in questo modo, l’avrebbero data vinta ai terroristi il cui scopo era appunto quello di spaventare gli inglesi e bloccare l’intera capitale ma, come sostenevano i giornalisti “anche nelle ore più buie, resteremo capitani delle nostre anime”.

La fredda compostezza dei londinesi quasi stupì Marta, che tuttavia percepiva dall’atteggiamento e dal silenzio dei media la gravità dei fatti: Londra era stata colpita al cuore, erano state piazzate  tre bombe su diverse linee della metropolitana e una su un autobus, sette esplosioni in tutto e una cinquantina di morti. Quando vide il luogo e l’ora di una delle esplosioni il cuore le si fermò nel petto: 08:51, Aldgate, solo una fermata dopo di dove si sarebbe dovuta recare lei! Mormorò una preghiera di ringraziamento a Dio e le ritornò in mente quella telefonata tanto inopportuna quanto provvidenziale della mamma che l’aveva preservata dal vivere una tragedia. Ma, un momento: Michael, il suo vicino di casa, quella mattina era uscito per recarsi a lavoro nel West End: come avrebbe fatto a tornare se i mezzi di trasporto erano tutti bloccati?

Dopo un paio d’ore lo sentì rientrare e gli andò incontro sul pianerottolo. Era sconvolto, bianco in volto e a malapena si reggeva in piedi. Un amico lo aveva riaccompagnato a casa in automobile. Marta lo invitò ad entrare da lei e, mentre gli preparava una tazza di caffè, ascoltò il suo tragico racconto.

Aveva da poco cominciato a lavorare quando un suono violento aveva attirato la sua attenzione e allora si era affacciato alla finestra, che dava proprio sulla stazione di Edgware Road. Sulle prime né lui né i suoi colleghi avevano capito di cosa si trattasse ma poi avevano visto fumo nero, persone ferite che cominciavano ad uscire sulle proprie gambe, seguite da altre trasportate dai soccorritori. Il frastuono delle ambulanze e degli elicotteri si mescolava alle urla disperate delle vittime, le loro lacrime alle goccia di pioggia, che nel pomeriggio aveva incominciato a battere, e sulla strada iniziavano ad allinearsi i corpi senza vita.

Marta strinse forte tra le braccia il suo caro amico, cercando di confortarlo e di infondergli fiducia e sicurezza. Quando Michael decise di stare abbastanza bene per tornarsene a casa propria, lei riaccese la tv. Ora i telegiornali titolavano “56 minuti d’inferno”, “London bombers”, “Attacco suicida e cose simili ed avevamo preso a mostrare le immagini di quello che era avvenuto nei luoghi delle esplosioni kamikaze: le scene che vide erano sorprendentemente simili a quelle che pocanzi le aveva descritto Michael, e tanto crude e tanto dolorose. Ma, contemporaneamente, un cronista annunciò che le linee non danneggiate sarebbero state riaperte al pubblico entro poche ore perché, proseguì, “il nostro spirito non verrà mai distrutto”.

Ormai ne aveva abbastanza di quello spettacolo di morte. Spense il televisore e mise ordine tra le tante carte accumulate sulla sua scrivania. Gli occhi le caddero sulla foto in prima pagina sul giornale che aveva comprato quella mattina e il contrasto la colpì: quel giorno, 7 luglio, immagini di sangue, lutto e lacrime per degli attacchi terroristici che avevano spezzato la vita, non solo fisica, a decine di persone mentre il giorno prima un popolo festante che esultava per il trionfo olimpico: Londra era appena stata scelta per ospitare le Olimpiadi del 2012.

Una gioia che tutti avevano già cancellato.

Alistar, un eroe per l’ambiente

Alistar viveva a Futurandia, una grande e bella città con strade larghe e spaziose. I palazzi erano tutti di vetro e cemento armato ma c’erano anche dei bei giardini in cui i bambini potevano andare a giocare. Da qualche anno erano stati aboliti i prati verdi e al loro posto c’erano enormi spazzali di gomma morbida su cui si poteva correre in tutta tranquillità. Anche gli alberi e i fiori non c’erano più, nessuno nel futuro aveva tempo per queste sciocchezze. Alister era molto felice di vivere in una città così moderna e tecnologica dove nessuno era costretto a camminare a piedi perché c’erano tante automobili, da cui  uscivano nuvolette grigie e maleodoranti. Per strada, poi, nessuno voleva andarci perché c’erano rifiuti abbandonati dappertutto e il rumore della città era troppo assordante. Siccome a Futurandia nessuno coltivava la terra, si mangiavano soltanto cibi precotti che sapevano di medicina.

Un giorno dopo la scuola, Alistar si tuffò sul letto per riposare. All’improvviso, il letto si sollevò dal pavimento, uscì dalla finestra e cominciò a volare sulla città. Alistar temeva di cadere ma non poteva scendere perché stava troppo in alto. Vide palazzi e grattacieli, sorvolò monti, colline e mari e, quando finalmente il letto toccò terra, si ritrovò in mezzo alla giungla, un luogo meraviglioso che non aveva mai visto. Un gruppo di ragazzi della sua stessa età lo fissava incuriosito e Alistar fece stesso. Indossavano soltanto un perizoma, avevano la pelle scura e il volto colorato di verde e rosso. Si studiarono per un po’, poi il più grande, di nome Sipola, prese Alistar per mano e lo portò al villaggio. La tribù dei Nesoti non abitava in case ma in capanne costruite con rami e foglie di bambù, dormiva su giacigli di paglia, respirava aria pura e non aveva neanche l’elettricità. Le  donne percorrevano ogni giorno tanti chilometri per andare a prendere l’acqua al fiume mentre gli uomini trascorrevano l’intera giornata cacciando o pescando per procurarsi il cibo. Sipola tinse il volto di Alistar e disse: “Questo è un giorno speciale, oggi diventeremo adulti”. Ora che faceva parte della tribù, anche lui doveva superare la prova. Alistar era spaventato, voleva scappare ma, proprio mentre cercava di tornare al suo letto, arrivò il re Tomar, che diede il via alla gara.

“Dovete tagliare la quercia secolare che dominava il bosco, altrimenti sarete allontanati dal villaggio”, minacciò il potente sovrano. Armati di asce e corde, i ragazzi tentarono di tutto per abbattere l’albero ma non ci riuscirono. Tornarono dal re Tomar sconfitti e rassegnati ma, invece, il sovrano li premiò.

“Non distruggendo la quercia protettrice del popolo – disse – avete dimostrato coraggio e rispetto per la natura, che nutre e fa vivere gli uomini”. La sera ci fu una grande festa. Alistar, diventato adulto, danzò con la tribù dei Nesoti e gustò deliziosi frutti esotici mai assaggiati prima. Poi andò a coricarsi insieme ai suoi nuovi compagni. L’unico suono che udì prima di addormentarsi fu il rumore lieve che il vento fa tra le  foglie degli alberi. Poi, all’improvviso, una sirena assordante lo svegliò. Era di nuovo nel suo letto, intorno a lui non c’era più la natura incontaminata della foresta ma asfalto e spazzatura, e il silenzio aveva lasciato il posto al frastuono della città.