Monnezza di Stato: a Napoli la presentazione del libro che racconta l’Italia dei veleni

monnezza di statoC’è grande attesa per la prima presentazione nazionale del libro-inchiesta “Monnezza di Stato. Le terre dei fuochi nell’Italia dei veleni”. Scritto da Antonio Giordano e Paolo Chiariello, il volume verrà presentato venerdì 23 gennaio alle ore 18,00 presso il Circolo Ufficiali del Comando Militare Esercito “Campania” (Piazza del Plebiscito 38/A) a Napoli.
Moderati dalla giornalista Conchita Sannino, gli autori Antonio Giordano e Paolo Chiariello illustreranno la realtà della “terra dei fuochi”, fatta di disastri ambientali e di danni incalcolabili provocati dallo sversamento di rifiuti tossici in Campania come in molte altre regioni italiane.

Il libro – “Monnezza di Stato” è il testo con cui il giornalista Paolo Chiariello e lo scienziato Antonio Giordano raccontano la realtà della “terra dei fuochi”, i disastri ambientali compiuti in una delle regioni più fertili e belle d’Italia, la Campania. I danni incalcolabili provocati dallo sversamento di rifiuti tossici prodotti da imprenditori senza scrupoli, smaltiti dalla camorra con la connivenza di politici corrotti. Un giornalista ed uno scienziato. Due competenze diverse per valutare, ciascuno dal proprio punto di vista, le cause di una catastrofe ambientale senza precedenti e per proporre le possibili soluzioni. Un libro che, nel ripercorrere alcune delle più significative vicende giudiziarie degli ultimi anni, analizza i dati scientifici relativi all’aumento di patologie tumorali e malformazioni congenite, divulgando, in modo semplice e comprensibile una realtà terribilmente complessa. Una battaglia di verità necessaria per conoscere ed invertire la rotta dell’autodistruzione.

Antonio Giordano, napoletano è un oncologo, patologo, genetista, ricercatore, professore universitario e scrittore italiano naturalizzato statunitense. Direttore e Fondatore dello Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine della Temple University di Philadelphia e professore ordinario di Anatomia ed Istologia Patologica dell’ Università degli Studi di Siena. Ha iniziato la sua carriera di ricercatore nel campo della genetica oncologica nel prestigioso Cold Spring Harbor Laboratory sotto la direzione del premio Nobel James D. Watson. Di recente, si sta impegnando nel rendere noto il collegamento tra l’ambiente inquinato dai rifiuti tossici e l’aumento dei rischi tumorali nella popolazione della Regione Campania. Il suo impegno è testimoniato da oltre 400 lavori scientifici sulle più importanti riviste internazionali e da numerosi brevetti relativi alla scoperta di nuovi geni e a nuovi metodi per la diagnosi e la terapia dei tumori. Vive a Philadelphia con la moglie Mina e i suoi tre figli: Maria Teresa, Giovan Giacomo e Luca.

Paolo Chiariello, napoletano, è un giornalista di Sky Tg24. Per il canale all news ha curato inchieste sulle infiltrazione della mafia nelle istituzioni al Sud, la faida di camorra per il controllo del business della cocaina a Scampia, la strage dei cittadini africani da parte del clan dei Casalesi, la “terra dei fuochi” e il dramma delle morti per l’interramento dei rifiuti in Campania, l’abusivismo edilizio selvaggio alle pendici del Vesuvio e dei Campi Flegrei che espone centinaia di migliaia di persone al rischio eruzione. Nel 2007 ha vinto il premio “Giancarlo Siani” con un reportage su come la camorra controlla migliaia di alloggi dell’edilizia popolare, nel 2008 si è aggiudicato il premio cronista “Piero Pasetto” – targa del Presidente della Repubblica – per una inchiesta sull’affaire rifiuti in mano alle cosche mafiose al Sud. Presente a “Cronaca In Diretta” in RAI, per cui è stato coautore, sceneggiatore ed interprete del docufiction “Napoli in Giallo”. Ha lavorato per Panorama ed Economy, per i quali ha firmato inchieste di copertina sull’invasione cinese in Europa, gli affari milionari delle auto clonate, i rapporti economici e militari tra la camorra e le organizzazioni terroristiche basche. Ha scritto due libri: “Monnezzopoli” e “I sogni dei bambini di Scampia son desideri”.

Annunci

Cancro allo stomaco, dagli scienziati italiani una scoperta importante

antonio giordanoUn gruppo di scienziati guidati da Antonio Giordano, fondatore e direttore dello Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine della Temple University Philadelphia, ha individuato una localizzazione citoplasmatica invece che nucleare della proteina pRb2/p130 (clonata dallo stesso Giordano) legata ad un particolare tipo di tumore dello stomaco (carcinoma gastrico di istotipo diffuso). Il fatto che pRb2/p130, in tale tipo di tumore si trovi nel citoplasma e non nel nucleo, inibisce alla proteina di esplicare la sua funzione di blocco della crescita cellulare.

Il lavoro, focalizzato sul cancro dello stomaco e sull’espressione della proteina pRb2/p130, clonata dallo stesso Giordano, è stato pubblicato sulla rivista Journal of Cellular Physiology.

I tumori, come è noto, sono caratterizzati da una crescita cellulare incontrollata, pertanto il loro sviluppo è favorito dalla perdita di funzione delle proteine che bloccano tale crescita.

«I risultati da noi ottenuti mostrano che la perdita di funzione della proteina pRb2/p130, già osservata in altre neoplasie, può avere un ruolo importante anche nel determinare il tumore dello stomaco. Studi futuri potrebbero chiarire se la delocalizzazione di pRb2/p130 possa risultare un fattore diagnostico per il carcinoma gastrico di istotipo diffuso», commenta la dottoressa Letizia Cito, ricercatrice dell’Istituto Tumori di Napoli F ondazione Pascale presso il CROM di Mercogliano e primo autore del lavoro.

«Nel nostro laboratorio stiamo esplorando nuove strategie terapeutiche volte a riattivare la funzione di onco soppressore di pRb2/p130. Questo studio contribuisce ad aggiungere gli adenocarcinomi gastrici alla lista dei tumori che potrebbero essere bersaglio di questi agenti e che stiamo sviluppando nella fase preclinica» ha concluso il Prof. Antonio Giordano.

Tumori da amianto, ricercatori italiani testano nuove cure

amiantoCi sono nuove prospettive per la cura del mesotelioma pleurico, tumore provocato principalmente dall’esposizione all’amianto. Un team di ricercatori italiani, guidato da Antonio Giordano, e che lavorano tra l’Istituto Tumori di Napoli-CROM, le università di Siena e Philadelphia, ha infatti identificato nuove terapie molecolari promettenti per il trattamento di questo cancro, che potrebbero essere velocemente applicate a livello clinico.

Il mesotelioma è un tumore molto aggressivo che origina dalla trasformazione neoplastica del mesotelio, il sottile tessuto che avvolge la cavità pleurica e altri organi interni. Il principale fattore responsabile di tale trasformazione e dello sviluppo del mesotelioma è l’esposizione all’amianto, un minerale fibroso le cui proprietà fisico-chimiche lo rendono incombustibile, resistente, filabile, isolante e miscelabile ad altre sostanze. Grazie a tali caratteristiche l’amianto ha trovato nel secolo scorso un ampio utilizzo industriale. Si contano oltre 3000 applicazioni commerciali tra industria, edilizia e prodotti di consumo. Nonostante l’utilizzo dell’amianto sia stato bandito in Italia nel 1992, alcune varietà sono ancora utilizzate in molti paesi del mondo.

Lo sviluppo del mesotelioma inoltre ha un tempo di latenza molto lungo, ciò vuol dire che possono trascorrere molti anni tra l’esposizione all’amianto e il manifestarsi della malattia, e vari studi, pertanto, ne ipotizzano un picco di incidenza nel prossimo decennio. L’amianto, inoltre, nonostante le attuali rigide disposizioni di legge, spesso non viene correttamente smaltito, il che potrebbe comportare un nuovo rischio, ossia un passaggio da una esposizione di tipo ‘occupazionale’ – a carico quindi dei lavoratori a contatto con l’amianto – ad una esposizione ambientale, in particolar modo nella nostra regione dove viene abbandonato in discariche abusive, a cielo aperto.

Questa ‘emergenza mesotelioma’ è aggravata dal fatto che la diagnosi di malattia è spesso tardiva e al momento non esistono modalità curative. La prognosi pertanto resta particolarmente infausta con una sopravvivenza media molto bassa – inferiore a due anni – e con poche eccezioni.

Per fronteggiare questa emergenza l’equipe di Giordano, oltre a studiare a livello molecolare gli effetti deleteri dell’amianto sull’organismo per trovare nuovi bersagli farmaceutici e possibili marcatori per una diagnosi precoce, è impegnata a saggiare nuove possibili terapie molecolari che potrebbero più velocemente trovare un impiego clinico, arrivando al letto del paziente.

Nel primo studio, pubblicato sulla rivista americana Cell Cycle, i ricercatori hanno saggiato l’effetto di nuovi agenti antitumorali su cellule di mesotelioma. «In questo lavoro abbiamo utilizzato dei farmaci ideati per riattivare la proteina p53, uno dei più importanti ‘oncosoppressori’ noti, che viene disattivato nella maggior parte dei tumori umani. Nel mesotelioma, sebbene p53 sia raramente mutata, essa è inattivata da alterazioni nel suo pathway» afferma Francesca Pentimalli dell’Istituto Tumori di Napoli-CROM di Mercogliano, coordinatrice dello studio. Fra le due droghe utilizzate, che bersagliano entrambe la proteina p53 ma con diversi meccanismi d’azione, una in particolare, RITA, si è rivelata molto tossica selettivamente per le cellule di mesotelioma, sia in coltura che in un modello di mesotelioma murino. RITA riesce a indurre efficacemente l’apoptosi – un tipo di morte cellulare programmata, che avviene mediante l’attivazione di una specifica ‘cascata’ di eventi – specificamente in cellule di mesotelioma e non in cellule ‘sane’.

«P53 è un componente cruciale del meccanismo di difesa contro il danno e lo stress cellulare e normalmente impedisce lo sviluppo tumorale inducendo l’arresto della crescita cellulare oppure innescando l’apoptosi. Capire come p53 determina il destino della cellula in seguito alla sua riattivazione mediata dai farmaci è fondamentale per poter applicare queste terapie» sostiene Alfredo Budillon, primario dell’Unità di Farmacologia Sperimentale dell’Istituto Tumori di Napoli-CROM di Mercogliano e coautore dello studio. Nel mesotelioma RITA si è rivelata in grado di favorire l’apoptosi mediata da p53 piuttosto che l’arresto della crescita probabilmente attraverso la riduzione di un’altra proteina chiave nella regolazione di questi processi, p21.

«La capacità di RITA di indurre apoptosi nel mesotelioma è sorprendente vista la refrattarietà di questo tumore verso questo processo. La variante più aggressiva, il più raro mesotelioma sarcomatoide, infatti, non ha risposto al trattamento probabilmente poiché esprime alti livelli di molecole che agiscono come inibitori dell’apoptosi», ipotizzano Domenico Di Marzo e Iris Maria Forte del CROM che insieme firmano il primo nome dell’articolo, «Resta da vedere se la combinazione di RITA con altri attivatori dell’apoptosi possa raggiungere l’efficacia terapeutica anche per i casi più aggressivi».

Intanto il trattamento con questo farmaco ha funzionato in sinergia con il cisplatino, il chemioterapico d’elezione per questa malattia, suggerendo che il suo possibile impiego clinico potrebbe affiancare il regime terapeutico di prima scelta e magari modificarne le dosi con la speranza di diminuire gli effetti collaterali e quanto meno migliorare la qualità della vita dei pazienti affetti da mesotelioma.

Sulla stessa linea il secondo lavoro, anch’esso pubblicato online a dicembre, sulla rivista internazionale Cancer Biology and Therapy. In questo studio gli autori hanno testato, per la prima volta nel mesotelioma, una nuova droga, l’MK-1775, in combinazione con il cisplatino. MK-1775 è un inibitore selettivo ed efficace della proteina WEE1, fondamentale per l’attivazione del checkpoint G2/M, ossia una fase di controllo innescata dal danno al DNA provocato da vari agenti fisici o chimici, inclusi molti farmaci chemioterapici ad azione genotossica. Questa fase di controllo è necessaria per riparare il DNA danneggiato prima che venga iniziato il processo di divisione cellulare. Il razionale di questo tipo di strategia si basa sul fatto che molte cellule tumorali si affidano proprio al checkpoint di fase G2/M per riparare il danno al DNA poiché nella maggior parte dei tumori i checkpoint che agiscono in altre fasi del ciclo cellulare sono frequentemente inattivati, come ad esempio quello mediato dalla proteina p53. Gli inibitori di WEE1 come MK-1775 possono quindi impedire l’attivazione del checkpoint in seguito al danno al DNA provocato da alcuni chemioterapici e forzare la cellula a dividersi nonostante il DNA sia danneggiato, innescando così l’apoptosi. «Come avevamo ipotizzato, l’MK-1775 ha sensibilizzato selettivamente le cellule di mesotelioma all’azione genotossica del cisplatino» afferma il primo autore del lavoro, Paola Indovina dell’Università di Siena ed Assistant Professor presso lo Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine, della Temple University di Philadelphia.

«Questi nostri studi, frutto della stretta collaborazione tra l’Istituto Tumori di Napoli-CROM e le Università di Siena e Philadelphia, sono mirati alla identificazione di nuove terapie molecolari promettenti per il trattamento del mesotelioma che potrebbero essere velocemente traslate alla clinica. L’MK-1775, ad esempio, è già in fase di sperimentazione clinica per altri tipi di tumori in diversi studi negli Stati Uniti. Il mesotelioma ha già fatto troppe vittime: la ricerca scientifica, ha risentito di tutti gli interessi economici legati all’utilizzo dell’amianto, e ora deve raddoppiare il passo per offrire nel più breve tempo possibile delle possibilità di cura» conclude Antonio Giordano, fondatore e Direttore dell’Istituto Sbarro per la Ricerca sul Cancro e Medicina Molecolare presso la Temple University di Philadelphia e Professore di Patologia presso l’Università di Studi di Siena.

Premio Ilaria Alpi: Vittoria Iacovella vince con l’inchiesta “Vaccinati a morte”

vittoria-iacovellaLa giornalista di Repubblica Vittoria Iacovella si è aggiudicata il Premio Ilaria Alpi – manifestazione dedicata alla giornalista Rai e a Miran Hrovatin uccisi in Somalia – per la migliore inchiesta televisiva italiana di web-Tv con un inchiesta sulle vaccinazioni in ambito militare. Partendo dalla triste storia del Caporalmaggiore capo dell’esercito italiano, Erasmo Savino che, a soli 31 lottava contro un tumore e che oggi è deceduto, la giornalista Vittoria Iacovella ha realizzato un’approfondita inchiesta, “Vaccinati a morte”,  trasmessa sul canale web di Repubblica e non solo.

L’inchiesta è partita a seguito di un comunicato stampa diffuso da GrNet.it che ha toccato la sensibilità della brava giornalista di Repubblica che partendo dalla storia del Caporalmaggiore scandagliato l’oscuro mondo delle vaccinazioni in ambito militare.

A supportare fin dal principio lo sfortunato militare è stato l’avvocato Giorgio Carta, una vera autorità nel diritto per il comparto Sicurezza e Difesa, con la collaborazione dell’avvocato Giuseppe Piscitelli. Il giurista è riuscito a far esaminare il caso dalla Commissione d’inchiesta parlamentare sull’uranio impoverito, dove Erasmo Savino era collegato in videoconferenza a causa delle sue precarie condizioni di salute. Nel corso dell’audizione, un parlamentare scosso sia dalla vicenda di Savino che da quella sui vaccini ha telefonato subito a suo figlio impegnato in Afghanistan che gli ha confermato la veridicità dei fatti esposti dal Caporalmaggiore.

A supporto della sua inchiesta, la giornalista ha intervistato numerosi medici ed esperti tra i quali il prof. Antonio Giordano, direttore dello Sbarro Institute di Philadelphia, in Usa, che ha espresso la sua soddisfazione: «Mi complimento con la dott.ssa Iacovella per il premio ricevuto. La sua inchiesta ha sollevato un tema importante: quello dell’abuso nella somministrazione dei vaccini in tempi troppo ravvicinati, che mi auguro non venga sottovalutato né dimenticato. Sarebbero ancora 3500 i militari ancora monitorati e circa 200 quelli morti a causa dell’uranio impoverito».

Non appena appreso dell’attribuzione del prestigioso premio giornalistico, Vittoria Iacovella ha scritto sulla sua pagina facebook: «Il pensiero va a Erasmo Savino il primo intervistato. Lui non c’è più. Si muore soli ma speriamo non ce ne siano mai più altri» – a testimonianza della grande sensibilità umana della giornalista.

GLI ALTRI PREMI

Marco Fubini e Pablo Trincia di Le Iene, Italia 1, hanno vinto il premio per la miglior inchiesta televisiva italiana (sotto 15 minuti) con “Krokodil, la droga che ti mangia”, un’inchiesta condotta in Russia, su di una nuova terribile droga in grado di distruggere la carne e i muscoli di chi la usa. Federico Ruffo e Alessandro Macina di Presa Diretta, RaiTre, hanno invece vinto il premio per la miglior inchiesta televisiva italiana sopra 15 minuti con “Ladri di calcio”, un servizio sul mondo delle scommesse clandestine e del calcio truccato.

Il premio per la miglior inchiesta televisiva internazionale è andato invece a David Thomson, Gwenlaouen Le Gouil e Nicolas Beaudry D’Asson di Arte reportage, Artè, per “The Jihad’s temptation”, un’indagine sulla situazione tunisina e sul capillare controllo del territorio da parte dei Salafiti.

Gianmarco Morosini di San Marino Tv si è aggiudicato il premio di miglior inchiesta televisiva italiane di tv locali e regionali per “L’ultimo Padrino. Nella terra di Matteo Messina Denaro”. Mentre il premio miglior servizio da Tg è andato a Marco Clementi e Paolo Carpi di Tg1, RaiUno, per “Gheddafi privato”, montato con immagini ottenute dall’ex cameraman privato del leader libico. Luca Cusani e Francesco Cannito sono stati insigniti del premio Ia Doc Rai per reportage e inchieste giornalistiche inedite grazie al loro “Il rifugio”, la storia di 116 africani in fuga dalla Libia di Gheddafi rinchiusi per tre mesi con i loro diritti, i loro sogni e le loro speranze in un albergo disabitato delle Alpi italiane.

Francesco Conversano, Nene Grignaffini e Roberto Cimatti di Dixit, Rai Storia, si sono visti assegnare il premio per la miglior fotografia – Menzione Miran Hrovatin – con il loro “Muri”. Infine il premio della critica è andato a Domenico Iannacone per “I 10 comandamenti”, programma trasmesso su Raitre. «Iaccarone – scrive la giuria – ha saputo indagare la realtà italiana con approccio inedito e folgorante».

Sigaretta elettronica: fa davvero bene alla salute?

Electronic-CigaretteMentre si discute se la sigaretta elettronica debba essere regolamentata come un farmaco o come una semplice variante del tabacco, costatiamo che, ancora una volta, il mercato ha di fatto superato la ricerca e le norme relative alla sua regolamentazione. Riproducendo la gestualità della sigaretta tradizionale e la sensazione tipica della fumata classica (prurito alla gola provocato dall’inalazione della nicotina), la sigaretta elettrica dovrebbe favorire la riduzione o la cessazione del fumo tradizionale.

«Anche se occorreranno anni per stabilire gli effetti della e-cig sulla salute – spiega il Professor Antonio Giordano, direttore dello Sbarro Institute di Philadelphia – abbiamo riscontrato che la sigaretta elettronica è un valido strumento per disincentivare le persone dalla dannosa abitudine del fumo. Tuttavia, non bisogna nemmeno sottovalutare i rischi ad essa collegati».

Infatti, nel corso della presentazione di uno studio a cura di I-Think, mercoledì 17 luglio, presso la Sala degli Atti Parlamentari del Senato della Repubblica è emerso che sebbene i dati scientifici fin ora ottenuti indichino che le e-cig abbiano livelli di tossicità inferiori a quelli delle sigarette tradizionali, restano dubbi e preoccupazioni relativamente agli scarsi controlli a livello di produzione, al rischio di tossicità del vapore passivo, al possibile utilizzo della e-cig come prodotto di ingresso e iniziazione per i giovani, al pericolo di overdose da nicotina e di sviluppo di dipendenza. In tal senso, non vanno nemmeno sottovalutati gli effetti negativi della nicotina che, oltre ad essere una sostanza eccitante, se assunta in dosi elevate provoca tachicardia e dipendenza psichica (che si manifesta nell’astinenza quando si cerca di smettere di fumare).

«Insomma la sigaretta elettronica – conclude il Prof. Giordano – deve essere considerata uno strumento terapeutico da utilizzare per smettere di fumare. È come una medicina che va somministrata solo a chi è ammalato».

Ignazio Marino ha pronta la sua cura per Roma

Nella foto: Antonio Giordano, Lello Esposito e Ignazio Marino

Nella foto: Antonio Giordano, Lello Esposito e Ignazio Marino

La Sbarro Health Research Organization di Philadelphia, che si occupa di ricerca sul cancro, il diabete e le malattie cardiovascolari, ha accolto con grande entusiasmo l’elezione di Ignazio Marino a Sindaco di Roma. Prima di intraprendere la carriera politica, Marino ha lavorato come Professore di Chirurgia, a Pittsburgh e, successivamente, a Philadelphia, dove ha presieduto la Divisione dei Trapianti della Thomas Jefferson University Hospital. Il sindaco di Roma è  stato un pioniere nel campo del trapianto di fegato e, nel 1999, ha fondato,  il primo centro di trapianto di fegato in Sicilia, in collaborazione con l’Università di Pittsburgh Medical Center e il governo italiano. Più di recente, Marino ha ricevuto il primo ‘National Italian American Foundation (NIAF) Premio per l’Etica e la creatività nella ricerca medica’, un premio che riconosce il talento di scienziati-medici che si sono distinti per aver svolto la propria professione secondo i principi  etici.

I ricercatori italiani dell’Istituto Sbarro hanno accolto con entusiasmo la notizia del risultato elettorale, che lo ha visto in netto vantaggio rispetto al suo sfidante, l’ex Sindaco Gianni Alemanno. «Il Prof. Marino è un chirurgo eccezionale e un eccellente scienziato – dicono i coautori dei suoi studi – ma, soprattutto, è una persona leale e sempre disponibile a confrontarsi su questioni delicate e desideroso di sostenere una causa giusta». 

Pur essendo senatore, Marino ha collaborato alle ricerche finanziate dallo Sbarro  sulle cellule staminali, sul ruolo dell’ambiente nello sviluppo del cancro e nello studio degli effetti sulla salute umana dei rifiuti tossici illegalmente  smaltiti in Campania.  Marino, inoltre, ha contribuito a studiare la percentuale e l’incidenza della patologia tumorale in Italia, facendo ricorso alle schede di dimissione ospedaliera. Nel perseguire questi obiettivi, è stato determinante nel superare non pochi ostacoli a livello istituzionale. Marino è stato anche il principale promotore, insieme a Rita Levi Montalcini, Premio Nobel, recentemente scomparsa, di una legge per garantire il finanziamento della ricerca a giovani ricercatori meritevoli. Come egli stesso ha dichiarato, si è sempre impegnato a migliorare la qualità della vita delle persone, sia come medico che come politico. 

La gestione di una città complessa come Roma non è un compito facile, soprattutto in un periodo di crisi economica globale. Se gli italiani hanno perso la fiducia nella loro classe politica e il Paese vive grandi difficoltà, la grande speranza è che Marino, partendo da Roma, riesca a ripristinare i valori della dignità ed etica in tutto il Paese. Gli scienziati SHRO italiani gli augurano un grande “in bocca al lupo” per la sua nuova impresa al Campidoglio.

 

ROME CALLS FOR DOCTOR’S CARE

Philadelphia, June 16th, 2013 — The Sbarro Health Research Organization congratulates Senator Ignazio R. Marino on his recent winning of the mayoral race for the Italian Capital, Rome. Before embarking on his political career, Dr Marino worked as a Professor of Surgery, first in Pittsburgh and then in Philadelphia, where he chaired the Division of Transplantation of the Thomas Jefferson University Hospital. Dr Marino was mentored by a pioneer in the field of liver transplantation and founded, in 1999, the first liver transplant center in Sicily in a partnership between the University of Pittsburgh Medical Center and the Italian government. More recently, Dr Marino received the first ‘ Giovan Giacomo GiordanoNational Italian American Foundation (NIAF) Award for Ethics and Creativity in Medical Research’, a prize recognizing talented scientists-physicians who distinguished for their ethical conduct and principles. Italian researchers from the Sbarro Institute welcomed with enthusiasm the news of the run-off outcome, which saw him well ahead his challenger, the previous mayor Gianni Alemanno. “Dr Marino is a an outstanding surgeon and a excellent scientist”, say coauthors of his studies, “but, above all, he is a fair person always available to confront on delicate issues and keen to support a right cause”. Consistently, while being a Senator, Dr Marino collaborated to Sbarro-funded researches on stem cells and on the role of the environment on cancer development, including the study of the effects of years of illegal waste dumping in the Campania region. Dr Marino also contributed to studying how to define the real tumor burden in Italy, by opening up new avenues for an improved measurement of cancer numbers, through the hospital discharge records. To pursue these aims, Dr Marino helped to overcome quite a few hurdles, at the Institutional level. Dr Marino was also the main promoter, along with the recently disappeared Nobel Prize Rita Levi Montalcini, of a law to guarantee research funding to skilled young scientists. Dr Marino, as himself declared, has always been committed to improve people quality of life, both as a doctor and a politician. Managing a complex town as Rome is not an easy task, especially now that the world is facing a global economic crisis. While Italians have lost trust in their political class and the country is falling apart, the big hope is that Dr Marino, starting from the Capital, Rome, will be able to reinstate dignity and ethical values in the whole country. Italian SHRO scientists wish him luck for his new enterprise at City Hall.

Sanità, Alaia lancia l’allarme: “Servono fondi per salvare il Crom di Mercogliano”

Nuovo allarme per il Crom di Mercogliano, lanciato da Salvatore Alaia. L’ex sindaco di Sperone, sostenuto tra gli altri dall’oncologo Antonio Giordano, sta portando avanti una battaglia per evitare la chiusura del Centro di Ricerca Oncologica di Mercogliano, che rischia di scomparire a causa della mancanza di fondi. Alaia aveva sollevato dei dubbi circa il futuro del Crom già diverse settimane fa e non si è fermato davanti alla rassicurazioni del dottor Tonino Pedicini e del prof. Giuseppe Castello. Il direttore generale e il responsabile tecnico dell’istituto di ricerca, infatti, avevano giudicato non rispondente alla realtà dei fatti l’allarme lanciato dall’ex sindaco, che ha voluto verificare in prima persona quale sia il reale impegno economico delle istituzioni a sostegno del Crom.
Dalle ricerche condotte da Alaia, che nella mattina di oggi si è recato presso il centro direzionale delle Regione Campania, è emerso che allo stato attuale sono stati erogati soltanto 7 dei 20 milioni di euro stanziati in favore del Centro di Ricerche per gli anni che vanno dal 2006 al 2011. “Dal capitolo spese 7258 della Regione Campania – dichiara l’ex sindaco di Sperone – risulta che sono stati versati al Crom 2 milioni di euro per l’anno 2007 e 5 milioni per il 2008. Nel biennio successivo, invece, risulta un impegno di spesa per un totale di 5milioni e centomila euro, distribuiti in questo modo: 3milioni e 80mila euro nel 2009 e 2milioni e 20mila euro nel 2010. Ciò significa che la Regione si è impegnata a versare tale somma ma che non ha ancora erogato i finanziamenti a causa della mancanza di fondi. Nessun riferimento al Crom nell’anno 2011”.
Il rischio che l’istituto di ricerca scompaia, quindi, si fa sempre più concreto. “Rivolgo un appello – conclude Alaia – a tutti i consiglieri regionali, in particolar modo a quelli irpini, e alla gente di buona volontà affinché si trovi la somma necessaria per garantire al Crom i fondi 2009-2010 in modo che l’attività del centro possa continuare”.