Un ponte per Anne Frank: la Shoah e il dovere di non dimenticare

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«Il Diario di Anne Frank ha sempre avuto uno spazio speciale nel mio cuore. Chissà, forse perché è il primo scritto sulla Shoah che ho letto, o forse perché sono sempre riuscita a identificarmi in Anne, così tanto da sentirla parte della mia famiglia. Sin da piccola sono sempre stata interessata alla Shoah e a volerne scoprire di più. Crescendo la stessa domanda si ripeteva nella mia mente; “Perché? Perché tutte quelle persone innocenti, ebrei ecc. sono morte?” Oggi non ho ancora trovato una risposta».

Con queste parole, Sofia Domino racconta i primi passi che l’hanno portata alla pubblicazione di un libro sulla Shoah e, in seguito, alla fondazione di un’associazione che si impegna a coltivare la memoria delle stragi operate dai nazisti e a promuovere la pace e il rispetto verso il prossimo, incoraggiando a cancellare ogni forma di discriminazione, violenza, intolleranza, ingiustizia e indifferenza.

logoL’associazione UN PONTE per ANNE FRANK, con sede in provincia di Livorno, è nata il 2 settembre 2014 ispirandosi agli ideali e alla vita di Anne Frank, diventata famosa per la sua triste storia di segregazione e sofferenza, affidata alle pagine di un diario divenuto il simbolo mondiale della Shoah e della speranza.

Il primo obiettivo dell’associazione è diffondere la memoria della Shoah, affinché tali atrocità non si ripetano e affinché non siano commessi gli stessi errori, insegnando a lottare per un mondo migliore, privo di discriminazioni, violenze, ingiustizie, intolleranza e indifferenza, e a migliorare atteggiamento verso noi stessi e verso il prossimo.

Tanti sono i modi in cui UN PONTE per ANNE FRANK promuove i propri valori: realizzando incontri nelle scuole, organizzando o partecipando a eventi mirati, ideando iniziative esclusive, campagne di sensibilizzazione e viaggi, come il Treno della Memoria 2015. Con partenze a febbraio e a marzo, grazie alla collaborazione con l’Associazione Culturale Terra del Fuoco, l’Associazione UN PONTE per ANNE FRANK invita i cittadini a compiere un importante viaggio nel passato, e a visitare alcuni dei più toccanti e profondi luoghi della memoria, quali il campo di concentramento e sterminio nazista Auschwitz-Birkenau. Fondamentale l’incontro con i superstiti dei lager.

campo«Siamo l’ultima generazione a poter essere in contatto con dei sopravvissuti alla Shoah, o con dei liberatori – spiega Sofia Domino – poi spetterà a noi tramandare le loro testimonianze di generazione in generazione, affinché tali atrocità non siano ripetute».

Con lo sguardo rivolto al passato e la mente protesa verso il futuro, l’associazione si batte per i diritti umani e per la difesa dei bambini. Lotta contro la discriminazione di genere e permette a sempre un maggior numero di bambini che abitano in Paesi in via di sviluppo di ricevere un pasto al giorno e di poter frequentare la scuola, aiutandoli attraverso l’istruzione a fuggire a una vita di miseria. Ha inoltre all’attivo una raccolta di materiale destinata ai bambini della Siria, e alle loro famiglie, vittime della guerra.

« I bambini, che sono i più vulnerabili, hanno uno spazio particolare nella nostra associazione. Ci battiamo per loro, lottiamo per loro, cercando di regalar loro un futuro migliore, una vita. Ci occupiamo dei bambini orfani e affamati che vivono in Paesi in via di sviluppo, e anche dei bambini della Siria, vittime della guerra».

Sofia Domino è soddisfatta del lavoro svolto da UN PONTE per ANNE FRANK ma ha ancora tanti progetti per il futuro: «Siamo aperti da poco tempo e abbiamo già ricevuto numerose soddisfazioni. Non solo è un onore essere supportati da Buddy Elias, cugino di Anne Frank, ma abbiamo già instaurato importanti collaborazioni con fondazioni nazionali e internazionali, e anche con sopravvissuti alla Shoah, che supportano pienamente i nostri ideali e quello che facciamo». Ma per continuare a crescere, sottolinea la fondatrice dell’associazione, «è fondamentale il sostegno della cittadinanza italiana», che può supportare UN PONTE per ANNE FRANK attraverso donazioni da effettuare direttamente sul sito.

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Dimmi chi sono – Julia Navarro

Il giovane giornalista Gulliermo Albi viene incaricato dalla zia Marta di ricostruire la storia della sua bisnonna, Amelia Garayoa, di cui non si hanno più notizie da molti anni. E’ il pretesto per narrare l’affascinante vita di una donna bella e coraggiosa, dall’apparenza fragile ma dotata di una forza e una risolutezza fuori dal comune.
Amelia nasce nel 1917 a Madrid e, alla vigilia della guerra civile spagnola, non esita a lasciare marito e figlio per seguire l’attraente  Pierre e l’ideologia comunista. La sua fuga la porterà da Barcellona in Russia, passando per Parigi, Buenos Aires e il Messico. Nell’Unione Sovietica dominata da Stalin, Amelia perderà per sempre la sua ingenuità, politica e sentimentale.
Una nuova avventura la porterà, questa volta in compagnia del giornalista americano Albert James, a viaggiare tra Londra, New York e Berlino, dove l’ascesa del nazismo e il fanatismo di Hitler preoccupa i tedeschi non meno delle potenze alleate. E’ qui che decide di diventare una spia dei servizi segreti britannici e si lega a Max von Schumann, ufficiale dell’esercito tedesco che cerca di combattere il nazismo dall’interno.
La nuova missione porta Amelia a Varsavia, dove la donna verrà arrestata e rinchiusa in un campo di prigionia. Dopo la liberazione, ottenuta grazie all’intervento di Max, Amelia si reca a Roma dove non esita ad uccidere a sangue freddo un’ufficiale delle SS. Questo, e l’attentato ad un convoglio militare ad Atene, le costeranno la detenzione in un campo di concentramento, dove subirà ogni genere di tortura e mutilazione. Anche questa volta, l’intervento di Max la salverà.
I due resteranno insieme per il resto della vita, nella Berlino Est controllata dai sovietici. Con il crollo del muro termina anche la storia di Amelia, ormai ultrasettantenne, che per la prima volta in vita sua sperimenterà la libertà.
Julia Navarro costruisce un romanzo ricco di avvenimenti  che attraversa tre continenti e quasi un secolo di storia. Dalla Spagna piegata dalla guerra civile, alla Russia stalinista, alla Germania nazista, il conflitto mondiale e l’utilizzo di un’intricata rete di spionaggio, fino agli anni del dopoguerra e alla caduta del muro di Berlino; uno sfondo storico di gran spessore, elaborato e raccontato con cognizione di causa e rigore documentaristico. Pur trattando una gran mole di argomenti, la trama è lineare e ben strutturata e riesce a tenere il lettore incollato alla pagina. Tutti gli elementi del romanzo si fondono in una narrazione fluida ed equilibrata, ricca di suspense e colpi di scena.
Impossibile non rimanere affascinati dalla protagonista, Amelia, una ragazza idealista e sentimentale che viene indurita dalle sofferenze della vita, che la porteranno ad essere scaltra, audace, fredda, senza mai perdere la sua generosità e l’amore per la vita. Amelia è un’eroina per caso, una ragazza qualunque che compirà delle scelte libere ma spesso inconsapevoli che la porteranno a vivere avventure straordinarie per una donna dell’epoca e la segneranno per sempre.

Giornata della Memoria: Elisa Springer e il dovere di non dimenticare

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«Io, Elisa Springer, figlia di Richard e Sidonie, ho conosciuto il tormento della mente dell’anima, la solitudine della miseria umana, la negazione del sentimento della pietà, il dolore degli affetti più intimi e delle persone più care, la disperazione di essere sola in questo mondo.
Io, Elisa Springer, ho visto Dio. Nel fumo di Auschwitz-Birkenau, che alzava al cielo il dolore del mondo, e spargeva sulla terra l’odore acre della sofferenza. Ho visto Dio.
Ho visto Dio, percosso e flaggellato, sommerso dal fango, inginocchiato a scavare dei solchi profondi sulla terra, con le mani rivolte verso il cielo, che sorreggevano i pesanti mattoni dell’indifferenza. Ho visto Dio dare all’uomo forza per la sua disperazione, coraggio alle sue parole, pietà alle sue miserie, dignità al suo dolore.
Poi…lo avevo smarrito, avvolto dal buio dell’odio e dell’indifferenza, della morte del mondo, dalla solitudine dell’uomo e dagli incubi della notte che scendeva su Auschwitz…
Lo avevo smarrito…inisieme al mio nome, diventato numero sulla carne buciata, inciso nel cuore con l’inchiostro del male, e scolpito nella mente dal peso delle mie lacrime.
Lo avevo smarrito…nella mia disperazione che cercava un pezzo di pane,coperta dagli insulti, dalle umiliazioni, dagli sputi, resa invisibile dall’indifferenza, mentre mi aggiravo fra schiene ricurve e vite di morti senza memoria.
Ho trovato Dio…mentre spingeva le mie paure al di là dei confini del male e mi restituiva alla vita, con una nuova speranza: io ero viva in quel mondo di morti. Dio era lì, che raccoglieva le mie miserie e sollevava il velo della mia oscurità. Era lì, immenso e sconfitto, davanti alle mie lacrime».

«Le favole cominciano con “C’era una volta”. La mia non è una favola ma comincia ugualmente con “C’era una volta”. C’era una volta una ragazza viennese molto felice che aveva in mente di vivere la sua vita, ma un uomo di nome Adolf Hitler glielo ha impedito».
Elisa Springer, figlia di commercianti ebrei sopravvissuta a diversi campi di sterminio nazisti, è venuta a portare la sua testimonianza anche in Irpinia, ad Atripalda, il giorno 13 dicembre 2002. Quel giorno io c’ero e il suo racconto mi ha toccato il cuore imprimendo nella mia mente un ricordo indelebile che oggi, nel Giorno della memoria, voglio condividere con i miei lettori.
Figlia unica di una famiglia di commercianti austriaci, Elisa Springer trascorse l’infanzia e l’adolescenza in una fervente Vienna ricca di stimoli culturali e artistici. Dopo l’arresto del padre (1938), in seguito alle violente persecuzioni verso gli ebrei, della madre e di gran parte della sua grande famiglia, si rifugiò a Milano nel 1940 dopo aver contratto matrimonio con un italiano. Qui intraprende l’attività di traduttrice privata. Tradita da una donna, spia fascista, viene arrestata e deportata nel campo di concentramento di Auschwitz nel 1944. Rimane prigioniera fino al maggio del 1945 riuscendo a sopravvivere alle terribili condizioni di vita del campo. Conobbe personalmente Anna Frank nel campo di concentramento di Bergen Belsen.
Nel 1946 si trasferì definitivamente in Italia e trascorse il resto della vita a Manduria in provincia di Taranto, dove morì nel settembre del 2004. A memoria della sua sofferenza e degli orrori del nazifascismo nei confronti degli ebrei, scrisse un’autobiografia, Il silenzio dei vivi, grazie al fondamentale e prezioso aiuto dell’unico figlio Silvio.
Il libro è arrivato circa cinquant’anni dopo l’esperienza ad Auschwitz dove, affermava la Springer, ha continuato a vivere per tutto quel periodo, portando dentro di sé il peso di ciò che aveva subito, senza poterlo rivelare agli altri per la terribile paura di non essere capita o peggio, di non essere creduta. Il silenzio dei vivi, nelle intenzioni dell’autrice, è anche una liberazione da questo peso ed una cosciente testimonianza. Nell’incipit del libro Elisa Springer afferma:
«Oggi più che mai, è necessario che i giovani sappiano, capiscano e comprendano: è l’unico modo per sperare che quell’indicibile orrore non si ripeta, è l’unico modo per farci uscire dall’oscurità. E allora, se la mia testimonianza, il mio racconto di sopravvissuta ai campi di sterminio, la mia presenza nel cuore di chi comprende la pietà, serve a far crescere comprensione e amore, anch’io allora, potrò pensare che, nella vita, tutto ciò che è stato assurdo e tremendo, potrà essere servito come riscatto per il sacrificio di tanti innocenti, amore e consolazione verso chi è solo, sarà servito per costruire un mondo migliore senza odio, né barriere. Un mondo in cui, uomini liberi, capaci e non schiavi della propria intolleranza, abbattendo i confini del proprio egoismo avranno restituito, alla vita e a tutti gli altri uomini, il significato della parola Libertà. Oggi ho compreso che Dio mi ha concesso di liberarmi dalla prigionia del passato, attraverso le pagine di questo libro».
Dall’uscita del libro, la Springer ha iniziato a girare l’Italia e l’Europa portando la sua esperienza in scuole, convegni, seminari, sottolineando sempre il dovere di non dimenticare. A conclusione dell’incontro con gli studenti del mio liceo, Elisa spiegò il senso del suo testimoniare.
«Affinché il mondo non dimentichi, affinché voi possiate trasmettere ai vostri figli questa storia raccapricciante come io la sto trasmettendo a voi – disse in quell’occasione – Con la mia testimonianza cerco di rendere il mondo migliore insegnando l’amore contro l’odio. Il mondo diventerà migliore solo quando gli uomini capiranno che il perdono è la cosa più importante. Io ho conosciuto l’odio, quello vero, e ho imparato ad amare e perdonare. Ho perdonato i miei aguzzini perché ho una grande fede in Dio e sono certa che c’è qualcuno che vede tutto e sa cosa fare. Ho accettato tutto quello che Dio mi ha mandato, le sofferenze del lager, la vita di cui sono stata privata e quella che non avrei dovuto vivere, la morte di mio figlio. Anche voi dovete imparare ad accettare le vostra storia e soprattutto le persone perché, anche se hanno un colore e delle ideologie diverse dalle vostre, vivono pensano e soffrono proprio come voi. Tutti siamo in cammino verso lo stesso luogo, voi che siete giovani arriverete dopo di me che ho già 84 anni ma so che possiamo arrivarci mano nella mano».